Il caso

Perché si parla di Sherlock, l'app di ricerca facciale virale sui social

Il sistema di questa applicazione è in grado di indentificare le persone e fornire informazioni personali sul loro conto grazie a foto e filmati – Una pratica che sta facendo molto discutere
Red. Online
17.08.2026 10:32

Ad alcuni potrà sembrare di essere finiti in una puntata di Black Mirror. Ma, in realtà, è tutto vero. Da qualche tempo, su TikTok hanno iniziato a circolare diversi video in cui viene spiegato come sia possibile, oggigiorno, risalire grazie a una foto all'identità di una persona incontrata per strada, sui mezzi pubblici o a una festa. Una situazione degna dei migliori film e delle migliori serie tv che dipingono un futuro distopico, ma che oggi è realtà grazie a Sherlock. Un'applicazione che si presenta come un «software di ricerca facciale» che, a partire da un dato – come una fotografia o un video – riuscirebbe a identificare la persona immortalata e a fornire informazioni come il suo nome e cognome, o persino il suo profilo utente sui social media.

Se, da un lato, questa tecnologia ricorda le più celebri serie tv distopiche, dall'altro questa applicazione mette anche in luce i problemi legati alla privacy e le conseguenze dello stalking. Come si evince dai video pubblicati su TikTok, grazie a Sherlock – che fino a qualche giorno fa era disponibile solo per iPhone negli Stati Uniti, mentre oggi non più – è possibile riconoscere una persona grazie a un solo scatto, ottenuto anche a distanza e di nascosto. Nei filmati pubblicati online, si vedono persone scattare fotografie, effettuare le ricerche tramite app, e infine fermare la persona identificata, mostrandole i risultati. Il tutto senza nascondere l'inquietudine che si prova nel sentirsi chiamare per nome e cognome, magari in mezzo alla strada, da un perfetto sconosciuto. 

Come detto, al momento l'app originale non risulta più disponibile. Nel momento in cui lo era, in Europa non era ancora attiva. Nel mentre, però, sugli store sono spuntate diverse app alternative, che cavalcano l'onda della popolarità di Sherlock, di cui esiste, tuttavia, ancora un'app in versione desktop, che consente di sperimentare con l'inquietante tecnologia. E secondo alcuni media italiani, i risultati lasciano senza parole. Il Corriere della Sera, per esempio, racconta di aver caricato una foto e di aver pagato 4,99 euro per la ricerca singola, partendo da una foto profilo. Un esperimento che ha confermato come, tramite una semplice immagine, il sistema restituisca un elenco dei profili social appartenenti alla persona ritratta nello scatto, da Linkedin a Threads, ma non solo. Come evidenzia il quotidiano italiano, l'aspetto ancor più preoccupante è che la ricerca propone anche alternative su YouTube e TikTok. Contenuti, dunque, in movimento. Di più, l'app è in grado di trovare profili di persone che somigliano a quella raffigurata nella foto, seppur sempre basandosi su immagini e filmati pubblici. Detto in altre parole, chi sui social mantiene il suo profilo in modalità privata riesce a mantenere la sua privacy. 

Come sottolinea, ancora, il Corriere della Sera, queste ricerche non sono del tutto legali. Sebbene il sistema ricordi la ricerca inversa per immagini – che viene utilizzata tipicamente su Google o tramite AI per identificare un prodotto o un luogo – quando ci sono di mezzo le immagini personali delle persone la situazione si complica. La ricerca facciale, di per sé, confronta i tratti del volto tra fotografie diverse e prova a trovare possibili corrispondenze. Non è, dunque, lo strumento in sé a rendere illegale la pratica: piuttosto, contano le modalità, le finalità e il trattamento dei dati, ma anche la diffusione delle immagini ed eventuali danni che si possono recare alle persone. Di conseguenza, una singola ricerca non corrisponde automaticamente al reato di atti persecutori, ma qualora entrino in gioco il diritto all’immagine, la protezione dei dati personali, le molestie, il trattamento dei dati biometrici e la diffusione del video senza consenso, la situazione cambierebbe. 

Quanto alle attuali disposizioni, come si legge, ancora, sul quotidiano italiano, il GDPR – regolamento europeo per la protezione dei dati personali – afferma che una fotografia può costituire un dato personale quando rende identificabile una persona, ma appartiene alla categoria dei dati biometrici sottoposti a particolare tutela quando viene elaborata attraverso uno specifico trattamento tecnico destinato a identificare univocamente qualcuno. Non bisogna però dimenticare che anche quando una fotografia viene pubblicata online, non si è autorizzati a utilizzarla per qualsiasi trattamento successivo. L'AI Act vieta inoltre la creazione o l'ampliamento di banche dati per il riconoscimento facciale tramite raccolta indiscriminata di immagini da internet o dalle telecamere.