La storia della stretta di mano, dagli assiri a Donald Trump

Oggi vi racconto il libro di Massimo Arcangeli, L'avventurosa storia della stretta di mano. Dalla Mesopotamia al Covid-19, pubblicato da Castelvecchi.
La pandemia di Covid, che abbiamo volutamente deciso di dimenticare troppo presto, aveva indotto molti di noi ad approfondire il significato e il valore del contatto fisico e a ragionar - come mai avevamo fatto prima - sulla prossemica, il modo di porsi nello spazio occupato anche da altre persone.
Alcuni dei gesti più naturali nel nostro mondo simbolico erano diventati improvvisamente tabù: l’abbraccio, ad esempio; il bacio o la stretta di mano. Costringendoci a ripescare in altre culture modi e forme diverse di saluto: il namasté dell’India o il tai wai thailandese, con le mani giunte in forma di preghiera all’altezza del mento, del petto o della fronte; il sorriso e l’inchino; il gong shou cinese, ovvero il pugno contro il proprio palmo; il piede contro piede di Wuhan - la città da cui era partita la nuova peste - reso popolare da un balletto su Tik Tok; e il gomito contro gomito. Un emoji aveva fissato sugli smartphone anche il saluto di benedizione tipico del pianeta Vulcano, la V a quattro dita aperte, di solide radici ebraiche ma resa popolare dall’ufficiale scientifico ed esecutivo dell’Enterprise, S'chn T'gai Spock, sin dalla prima serie di Star Trek.
«Forse - ha scritto qualcuno - non sarebbe stata una cattiva idea ibridarci con i tibetani, che congiungono le mani al petto e mostrano la lingua. In tempi bui di barbari e svalvolati, ci saremmo garantiti reciprocamente di non essere posseduti da demoni».
Sulla scorta dei cambiamenti indotti dal Covid, il linguista Massimo Arcangeli ha dedicato proprio alla stretta di mano un saggio ricchissimo di rimandi storici, artistici e letterari, Un libro insieme divertente e colto.

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