Lugano-Roma, sola andata: ma si può paragonare Sinner a Federer?

Embolo parte, la Svizzera parte, mezzo mondo è già atterrato. L'Italia no. È rimasta a casa per la terza volta di fila, e nel frattempo si è pure fatta riprendere da Ryanair per un post sciagurato. Inizia da qui la conversazione di questa settimana.
Partiamo dal dato che brucia di più: il Mondiale comincia l'11 giugno e l'Italia non c'è. Tu come la leggi, a mente fredda?
«Senza frignare, come si dice a Roma, o peggio ancora rosicare, si può dire una cosa a freddo. L'impostazione della FIFA, dare a tutte le Federazioni di tutti i continenti la possibilità di partecipare per avere un Mondiale il più globale possibile, è comunque limitativa rispetto a diverse nazionali che dall'Europa restano tagliate fuori, e non solo per storia. Mancano tante nazionali, mentre ce ne sono altre che oggettivamente in Europa farebbero fatica ad arrivare a giocare nel secondo girone della Nations League. La fase a gironi dura 17 giorni, dall'11 al 28 giugno. È un peccato che l'Italia non ci sia».
A proposito di squadre che ci arrivano facile: il Sud America porta sei, sette nazionali con un girone unico da dieci. Il peso delle qualificazioni è relativo, no?
«La FIFA vende un prodotto commerciale. Più è spalmato da nord a sud e da est a ovest, più ha influenza, più fa da richiamo per sponsorizzazioni, interessi, tifosi. Comprendo questa logica, è alla base dell'allargamento del torneo. Però così c'è anche uno sperpero, una dispersione di interessi, di tecnica, di qualità. Ci sono partite interessanti già nel girone, e altre per nulla interessanti. E l'Italia, pur in difficoltà, pur avendo meritato questa ennesima scoppola, quattro o cinque partite in questo torneo le avrebbe potute giocare».
Una squadra da ottavi di finale, quantomeno. Ma c'è una lettura più cruda dell'allargamento. Te la dico brutta. Fondamentalmente, questo allargamento favorisce un'unica logica: la rielezione di Gianni Infantino. Alla FIFA ogni voto conta uno. L'Italia conta uno, Curaçao conta uno. Se allarghi il Mondiale a chi il Mondiale non poteva neanche sognarlo, poi è chiaro che alle elezioni Gianni Infantino è l'unico nome che salta fuori. Ma torniamo all'Italia. Il calcio italiano sembra non aver capito la portata del fallimento...
«Né la Federazione, né la Lega, né i singoli club danno la sensazione di averla capita. È un fallimento che riguarda tutti, dalla Federazione ai dilettanti, dalla Serie A alla B alla C. Siamo a poche ore dal sorteggio del calendario del prossimo campionato, e ci sono club, fra cui il Milan, che non hanno una dirigenza, non hanno un allenatore. Non risulta nemmeno che ci sia qualcuno che possa firmare il documento per l'iscrizione al campionato, tolto il proprietario. E la Federazione: ci sono le elezioni, ma sottotraccia, perché Giovanni Malagò, avendo la vittoria in tasca, ha paura di perderla nell'ultimo miglio. Il campionato comincia fra poco più di due mesi, per alcune squadre la stagione parte fra un mese».
Ti ricordi il Milan retrocesso negli anni Ottanta? Nel giro di pochi giorni annunciò l'allenatore, annunciò Franco Baresi capitano in Serie B. C'era una visione, pur con Farina presidente. Com'è che il calcio italiano è finito così in basso?
«Potremmo parlarne per ore. La responsabilità è parcellizzata, è molto più difficile individuare non un capro espiatorio, ma un responsabile. È colpa mia, è colpa tua, anche Gabriele Gravina dà la colpa a qualcun altro, e ciascuno persegue i propri interessi. C'è trasversalmente la voglia, se non di occupare una poltrona, almeno di stare accanto a chi la occupa. Tant'è che la nuova fase della Federazione, la FIGC, Federazione Italiana Giuoco Calcio, sarà simile a quella appena chiusa, con due eliminazioni mondiali sotto la gestione Gravina. Gravina ha vinto un Europeo, sarà stato sfortunato, in campo non va lui. Ma Malagò è forte perché ha stretto un'alleanza politica con i padroni di ieri, che continueranno a veleggiare accanto al padrone di oggi».
Domanda secca sul campo: Baldini, commissario tecnico ad interim per queste amichevoli, ha puntato sui giovani. Ripartire da questi ragazzi ha senso? C'è abbastanza talento?
«Se fosse così semplice, si sarebbe già fatto. A guardare la partita con il Lussemburgo la risposta sarebbe no, ma sarebbe una risposta frettolosa e stupida: non puoi valutare la carriera di quindici giocatori in un'amichevole di fine stagione a giugno. E non si tratta nemmeno di svecchiamento. Si dovrebbe ripartire dall'inizio, dalla formazione dei calciatori. In Italia i tesserati sono in crescita, quasi un milione di giovanissimi iscritti e arruolabili: saranno inevitabilmente il futuro. Bisogna ripartire da lì, dai centri federali, dalle scuole calcio, dalla tecnica. E non rendere conveniente, per la A come per la B e la C, l'acquisto all'estero piuttosto che la scommessa su un calciatore italiano».
Un caso su tutti?
«Penso a Liberali, il talento del Catanzaro che gioca in Serie B: poteva trovare posto in una delle venti rose di Serie A. Ma per le commissioni, le vendite in blocco, i riscatti, i favori che ritornano, conviene muoversi su un mercato estero, su calciatori che spesso non si conoscono. L'altro giorno leggevo che la Roma, dovendo fare plusvalenze, ha venduto per più di tre milioni in Spagna un calciatore che in due stagioni non aveva mai giocato una partita ufficiale in giallorosso, ma negli ultimi sei mesi aveva disputato una dozzina di partite in Liga. Quella squadra lo aveva poi riscattato. Quando arrivò, nessuno si chiese chi fosse. Con gli italiani, tutto questo è più complicato da gestire».
E le nobili decadute?
«Dal Milan alla Juventus. Fra i nomi associati alla Juve si leggono calciatori ultratrentenni, per cosa? Per l'obiettivo minimo dell'anno prossimo, la Champions League, sperando che il valore di mercato cresca. E magari un domani John Elkann, come ha venduto i giornali, come ha venduto parte del controllo sulle auto, se trova l'affare vende anche la Juventus. L'obiettivo non è tornare a essere la fucina di numeri dieci italiani, da Platini a Baggio a Del Piero, ma conquistarsi il quarto posto con qualche ultratrentenne svincolato che accetta un buon contratto a Torino per svernare in una squadra dal sangue blu».
Ti riporto il sorriso: in finale a Parigi ci sarà un italiano. Parliamo di tennis, e non parliamo di Sinner.
«Prima una premessa, per dare il senso della corrispondenza da Roma. A parte i calcoli sulla flessibilità che la Commissione Europea ha concesso all'Italia per tenere basso il prezzo dell'energia, a parte la legge elettorale e il fenomeno Vannacci, il dibattito in Italia è fermo a Garlasco, anzi all'intervista esclusiva di Marco Poggi che rompe il silenzio dopo diciannove anni: lo leggo sulla prima pagina di Repubblica. E così il tennis apre i giornali. Quando Sinner è stato costretto al martirio in campo dopo il malessere, gran parte dei quotidiani non sportivi aprirono con lui, quattro o cinque pagine. Quindi: a Parigi, sul rosso, senza il rosso (cioè senza Sinner), io una fiche la punterei su Cobolli».
Cosa ci dice questo del tennis italiano, che ha più di una carta da giocare?
«Ci sono due scuole di pensiero. C'è chi dice che la scalata è facile perché la montagna è più bassa, e chi dice che è più rapida perché ci sono tanti talenti attorno alle prime posizioni. Io, che seguo il tennis da quando ero bambino, sto per la prima ipotesi: il livello è più basso rispetto al passato, c'è un'omologazione tecnica più vistosa, e quindi i guizzi, come quello di Cobolli, che però ha una sua costanza nell'ultimo biennio, vengono premiati subito da un'altissima classifica e da un'opportunità come questa. Ti rigiro la domanda su Sinner, pensando anche a Federer: ha sbagliato Sinner, ossessionato dal primo posto, a giocare tanti tornei a inizio stagione e arrivare esausto a Parigi, a un mese da Wimbledon?».
L'ossessione di Federer era prima Nadal, poi Djokovic, infine entrambi: avversari che lo hanno spinto oltre i suoi limiti. In ciabatte, avrebbe scelto di più e meglio quali tornei giocare. Il dualismo Sinner-Alcaraz per contro spinge Sinner a dare più di quel che forse dovrebbe o potrebbe.
«Federer, al di là dei trofei, è stato il re del tennis degli ultimi venti, trent'anni. Se usassimo il parametro dei soli titoli, anche nel calcio Maradona non sarebbe il più grande della storia, e invece lo è».
Eppure in Sinner rivedo quell'eleganza, i gesti bianchi, un passaggio del testimone rispetto alla violenza pura di Nadal e a quella che a tratti ha Alcaraz.
«È possibile. Se Alcaraz avesse avuto la testa di Nadal, oggi sarebbe primo con ampi margini. La fortuna di Sinner, che resta un grandissimo talento, è che Alcaraz a volte sembra distratto, e lascia spazio per essere superato, recuperato. Sui nuovi talenti non so, ma credo che questo dualismo durerà ancora per anni. Come la nostra amicizia, no Marcello, in fondo?».
Fisico permettendo, in entrambi i casi...

