Lugano-Roma, solo andata: ci saranno una Svizzera e un mondo post-Davos?

Carlo, carissimo: bentornato. Come stai? Ti avviso, sono un po' raffreddato. Ma sono raffreddato anche perché c'è questo clima di gelo che si respira tra Europa e Stati Uniti. E a Davos si è manifestato in maniera chiarissima.
«Ciao Marcello, abbastanza bene. Anch'io con un po' di problemi di salute stagionali, ma a Roma c'è un bel sole. Perché Roma, nonostante la politica e le tensioni, con la sua bellezza millenaria, la sua consolidata esperienza, è una città disillusa ormai. E, quindi, dà uno sguardo diverso sulle cose che passano e prima o poi passeranno. La prima risposta che ti darei è questa: passerà questa fase politica e geopolitica molto tesa, molto preoccupante e, per alcuni tratti, anche molto imbarazzante. Però c'è una domanda, in appendice alla risposta: quello che verrà dopo sarà meglio o peggio?».
Molti leader politici, al WEF di Davos, hanno detto: «Guardate, noi stiamo rimpiangendo il mondo di prima, il globalismo, ma non torneremo più a quel tipo di mondo, sarà un altro mondo, un mondo contraddistinto da superpotenze che vogliono spartirsi tutto quello che c'è». E dicono anche: «Uniamoci, perché altrimenti faremo parte del menù». Che mondo dobbiamo attenderci, quindi?
«Certo, non si torna indietro. E tutto si trasforma. Alla fine, Davos lascia un vuoto e inizia a crearne un altro. Anche per la Svizzera è una grossa notizia, un cambiamento. Della Davos di questa edizione rimarrà Trump che convoca presidenti e ministri al tavolo della sua organizzazione per la pace, il Board of Peace, per Gaza e per altre crisi mondiali. Un board basato sul mattone, quindi quanto di più tradizionale nell'epoca dell'intelligenza artificiale, basato sugli affari che facevano i palazzinari nella Manhattan degli anni '60, '70, e che faceva anche Trump da giovane. La Davos di quest'anno lascia soprattutto una crepa, forte, in tutte le sedi delle Nazioni Unite, quindi anche quelle svizzere. Trump riparte dalla Svizzera portandosi con sé un pezzo di Svizzera. Non so che ne pensano gli svizzeri di questo. Che sia una soluzione temporanea, che sia appunto una fase, come dicevamo prima, lo capiremo nel tempo, ma i riflessi di Davos, in Italia, per quanto riguarda la politica italiana e il governo Meloni, si sono concentrati soprattutto sull'adesione o meno dell'Italia a questo board, a questa nuova ONU, a questa società per azioni con un obolo di ingresso di un miliardo di euro. Il governo, quindi la presidente Meloni, è stata molto attenta a non irritare Trump, ma anche a non violare la Costituzione, le leggi, le norme che impediscono che l'Italia aderisca a questi consessi internazionali privati, essendo l'Italia, tra l'altro, come quasi tutte le nazioni del mondo membro dell'ONU. E poi, per togliere gli ultimi dubbi, anche le istituzioni italiane sono intervenute. L'Italia, ovviamente, questa volta non poteva assumere una posizione diversa rispetto agli altri alleati europei, ma resto dell'idea che della politica estera di Meloni, fra dieci anni, rimarrà una grossa pecca, se non proprio un peccato, cioè quello di aver portato l'Italia a essere il principale Paese sabotatore dell'Unione Europea. Questo nel momento in cui, ci piaccia o non ci piaccia, in Europa c'è fortemente bisogno di essere uniti».
È un sentimento, questo, comune anche agli svizzeri, nel senso che il teatrino andato in scena a margine del discorso-fiume di Trump, quando il Consiglio federale e in particolare Guy Parmelin hanno incontrato Trump, è stato interpretato come un gesto di puro servilismo. Il presidente della Confederazione ha pure detto, rivolgendosi al presidente USA: «Davos non sarebbe Davos senza di te». Ma serve davvero tutto questo per contrastare o per contenere Trump?
«Una delle strategie per contenere Trump o per blandirlo è quella di mostrarsi ossequiosi, se non proprio servili. Ciascuno sceglie la sua tecnica, la sua strategia, però non dimentichiamoci, anzi teniamo bene a mente, che Trump politicamente attraversa un periodo difficile negli Stati Uniti e potrebbe perdere il controllo del Congresso con le elezioni di midterm in autunno. Quindi, Trump è in campagna elettorale. Chiediamoci, appunto: i Paesi europei, del blocco occidentale, vogliono sostenere la campagna elettorale di Trump, assecondandolo, oppure avere la dignità di essere, almeno, neutri e neutrali come la Svizzera insegna, impedendo che Trump approfitti del servilismo o dell'ossequio dell'Europa?».
Allora, ti faccio lasciare il World Economic Forum e ti riporto in Italia. Ti riporto, soprattutto, a una tua inchiesta, a qualcosa che hai scoperchiato, e cioè questo software che consente di spiare i computer dei magistrati. È una cosa grossa...
«Che cosa ha scoperto Report, quale è stato il nostro lavoro? Non è una scoperta, è un lavoro semplice, quello che fanno i giornalisti: i giornalisti fanno i giornalisti, i medici fanno i medici, non deve stupire quello che noi facciamo. Comunque: dal 2019, sui computer dell'amministrazione giudiziaria, è installato un programma. Non è un prodotto malevolo, non è un virus, non è Paragon, è un prodotto che serve per l'assistenza remota. Questo prodotto è installato sui computer di tutti i magistrati, quindi tutti i giudici, ed è un prodotto assolutamente legale, molto utile, che però è più adatto a contesti che non richiedono la sensibilità e la riservatezza, tassativa per i giudici e per i magistrati. I primi dubbi sull'utilizzo di questo programma all'interno dell'amministrazione di giustizia li ha sollevati un'importante Procura italiana, anzi un distretto giudiziario, tutto il Piemonte, con la Procura di Torino in testa. Nel 2024, con un po' di negligenza o superficialità, non sappiamo, i dirigenti del Ministero della Giustizia hanno messo a tacere la Procura e hanno cercato di dissipare i dubbi del distretto giudiziario del Piemonte, dicendo che con questo programma non era possibile spiare, nonostante le dimostrazioni che a loro stessi erano state fatte. Ebbene, noi mostreremo come questo, invece, è possibile. Mostreremo come, ad esempio, un giudice del Tribunale di Alessandria abbia assistito a tre dimostrazioni, a distanza di dieci mesi, con un ingresso non autorizzato nel suo computer da parte di un amministratore del Piemonte. Il giudice che cosa ha fatto, banalmente? Ha acceso il computer e, da un'altra città, un tecnico con il quale era a telefono ha iniziato a vedere quello che lui stava facendo, quello che lui stava scrivendo, intervenendo anche nel suo computer. Questo è successo la prima volta a marzo 2025 ma nessun alert è scattato dal Ministero: non c'è stata alcuna protezione. È stato ripetuto, questo esperimento, a ottobre, è stato ripetuto dopo alcune settimane, ed è stato ripetuto ancora pochi giorni fa. Questo vuol dire che il Ministero non è stato in grado e non è in grado di edificare delle protezioni a tutela dei computer dei magistrati. Nel caso specifico di questa testimonianza, parliamo di un giudice per le indagini preliminari che autorizza delle attività giudiziarie. Mi dispiace soltanto constatare una cosa: quando questo lavoro è stato reso noto, ci sono state delle reazioni. Quella più, come dire, infastidita è stata quella del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che solennemente, in aula al Senato, irritato ovviamente dalle opposizioni, ha detto che questa è una fake news pescata da una pattumiera. È stato molto insultante, anche perché il servizio non attribuisce nessuna responsabilità diretta al Ministro della Giustizia, anzi: raccontiamo una storia che inizia nel 2019 e prosegue nel 2024. E soprattutto, il ministro è stato poco accorto, perché ha letto una giustificazione tecnica, la stessa che è servita a sopire le rivolte, diciamo così, del 2024, che noi abbiamo smontato punto per punto. In un Paese sano, nel quale non c'è bisogno di prendere le parti, subito, in maniera pregiudiziale, mi sarei aspettato dal ministro della Giustizia un intervento pacato. Qualcosa tipo: non c'è nulla da nascondere, faremo i controlli dovuti. Ma il Ministro, in particolare, avrebbe dovuto premurarsi di mettere in sicurezza i computer della Magistratura. Invece, c'è stata una polemica politica e addirittura siamo stati accusati di aver preparato questo servizio per condizionare la campagna elettorale sul referendum. Ecco, quello che posso dire e che posso provare è che questo lavoro è iniziato circa un anno fa, a gennaio 2025, quindi in tempi non sospetti, e ci è costato molta fatica. Penso che il servizio meriti di essere quantomeno visto, prima di essere giudicato».
Ti lascio con un'ultima considerazione, legata al tennis. Noi, qui, ci siamo commossi vedendo Wawrinka, ultraquarantenne, ancora superare ostacoli agli Australian Open, ma è chiaro che questo è il primo, grande appuntamento per un certo Jannik Sinner...
«Sì, sai, in Italia si aspetta con ansia, ma anche con serenità, il filotto, ovvero la terza vittoria agli Australian Open di Sinner. Ho saputo che Binaghi, il presidente della Federazione Tennis, arriverà soltanto in queste ore agli Australian Open, pronto a vivere la seconda settimana del Grande Slam e ad accompagnare Sinner al trofeo. Speriamo che vada così».

