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Lugano-Roma, solo andata: dopo Gravina, Buffon e Gattuso riuscirà l'Italia del calcio a ripartire davvero?

Puntata a tema unico nella quale Marcello Pelizzari e Carlo Tecce si confrontano sul tema più caldo a cavallo del confine: l'ennesima figuraccia degli Azzurri
©Antonio Calanni

Carlo, carissimo, ce lo eravamo ripromesso ed eccoci qui a commentare un'altra eliminazione, la terza consecutiva dell'Italia. Niente Mondiali, manco quest'anno, manco a questo giro. Innanzitutto, come stai? Hai digerito la botta?
«Ciao Marcello, ciao a tutti. Sì, perché nel corso della partita ci sono stati tanti segnali nefasti, con l'esito tremendo, ma abbastanza scontato. Tutto ha cospirato affinché l'Italia uscisse dal Mondiale, dalle qualificazioni, per la terza volta consecutiva. Ovviamente, se noi guardassimo soltanto la partita in Bosnia potremmo anche dire che l'Italia è stata sfortunata, che è stata una questione di centimetri, che hanno contribuito alcuni errori grossolani di Gattuso: nel modulo, nelle convocazioni addirittura, e poi nella formazione e anche nei cambi, perché Gattuso era stata una scelta emotiva più che una scelta tecnico-tattica, anche una scelta diversa rispetto a quelle di Spalletti e Mancini, che certamente sono allenatori superiori rispetto a Gattuso. Però, se per la terza volta consecutiva l'Italia non si qualifica ai Mondiali, bisogna allargare lo sguardo e osservare tutto quello che è successo negli ultimi 15-20 anni, dal Mondiale in Germania in poi. E vediamo un decadimento complessivo delle figure dirigenziali, della programmazione, della qualità del campionato e dunque della nazionale. A tutti i livelli. Perché al di là delle buone intenzioni e delle belle interviste, nessuno poi è mai riuscito concretamente a ricreare un modello di sviluppo per il calcio italiano, anche per l'industria del calcio italiano. E questo è un argomento che interessa, doveva interessare anche prima tutti, dal governo, alla Federazione, alle Leghe, ai proprietari dei club. È la terza occasione, forse la quarta, anche la quinta se contiamo l'eliminazione ai gironi del Mondiale nel 2010 e nel 2014, di rifondare il sistema. Ci riusciranno? Se si fermassero soltanto alle figure di vertice, quindi al commissario tecnico o al presidente della FIGC, che sono già andati via, certamente non sarebbe sufficiente. Fra tre anni e mezzo, quattro anni, eeeh, ci ritroveremmo ancora qui a parlare delle stesse cose».

La risposta alla tua domanda è no, soprattutto perché, e qui cito i portali,  mi vieni a parlare di rifondazione ma poi i nomi per il dopo Gravina sono Malagò e Abete. Detto questo, io sono anche convinto che, al di là della crisi, l'Italia per struttura, per valori, anche per cifra tecnica pensando alla squadra che aveva in mano Gattuso, non era messa così male da non battere la Bosnia. Questi giocatori e questo allenatore erano sufficienti per andare ai Mondiali...
«Certo, con qualche acutezza saremmo andati, con il gol di Kean saremmo andati, con un modulo diverso saremmo andati, però poi ne avremmo presi tre, di nuovo, dalla Svizzera, saremmo usciti ai sedicesimi di finale e, come ci siamo detti l'altra volta e anche l'altra ancora prima, il sistema avrebbe messo la polvere sotto al tappeto. Se questa nuova figuraccia, questa sofferenza ulteriore, è necessaria per davvero cambiare, va bene così, va benissimo così, perché qualsiasi conquista nella vita, come sappiamo, passa attraverso la fatica, il sudore, i sacrifici. Se fra quattro anni andiamo ai Mondiali in carrozza e arriviamo alla faseee conclusiva, quindi in semifinale, o ai quarti di finale, potremmo dire sì, abbiamo fatto bene. D'altra parte, però, senza essere populisti o sentimentalisti, bisogna dire che io, personalmente, non so te, ho faticato a spiegare a mio figlio che non ha mai visto l'Italia a una fase finale dei Mondiali che neanche questa volta l'avrebbe vista. Ecco, come ci dicevamo l'altra volta, forse tre-quattro partite quest'estate i nostri figli se le sarebbero meritate».

Ti do, se vuoi, la ricetta svizzera. Guarda, la Svizzera fece l'ultimo Mondiale nel 1966, poi un lungo silenzio fino al 1994. Ma che cosa fece la Svizzera? Due cose: la prima, attraverso anche un grande sponsor all'epoca, il Credito Svizzero, fu quella di promuovere e finanziare il calcio a livello giovanile, perché la piramide andava costruita partendo dal basso. La seconda cosa fu affidare la panchina della squadra nazionale a un allenatore straniero, Roy Hodgson, che all'epoca era un visionario. Hodgson era uno che poteva portare del metodo e un punto di vista differente rispetto a un Paese, la Svizzera di allora, che calcisticamente era sì preparato, ma aveva sempre questa sorta di malessere psicologico. Del tipo: noi siamo la piccola Svizzera, non riusciremo mai a competere con le grandi nazionali. Lui ruppe questo meccanismo e, da lì, la Svizzera ha trovato la continuità che hai ancora oggi. Quindi, la domanda che ti faccio io, al di là dei vertici federali è questa: ma è davvero così improbabile pensare a un allenatore straniero per l'Italia? Anche per dare uno shock, anche per dare una scossa?
«Ti riferisci a Guardiola o a chi?».

A Guardiola o a, o a chi per lui...
«Non bisogna porre limiti, steccati, però bisogna davvero intervenire in profondità a tutti i livelli. Vuol dire rifare i campionati, rivedere le quote giovanili, disciplinare il mercato, perché oggi in Italia è molto più conveniente prendere un giocatore scarso dall'estero che un giocatore buono dall'Italia. Io ho visto un Palestra in grandissima forma, quindi lì c'è anche un errore di Gattuso, che è un tecnico molto mediocre anche se una splendida persona probabilmente. Palestra, appena è entrato in campo, sembrava di un'altra categoria, ma realmente di un'altra categoria, anche rispetto alla nazionale della Bosnia. E Palestra però gioca in una squadra, il Cagliari, che fatica a salvarsi. Come è possibile che Palestra non sia in grado di giocare in tutte le altre 14-15 squadre che sono davanti al Cagliari? E perché Palestra ha iniziato a giocare soltanto a Cagliari, quest'anno, mentre è stato mollato velocemente dall'Atalanta? Bisogna intervenire su i campionati, perché sono campionati troppo lunghi, ci sono troppe squadre e non possiamo permettercelo. In Germania sono 18, noi siamo a 20 in A, a 20 in B e ci sono tre gironi di C. Ogni anno ci sono le squadre con gli asterischi. E poi la Serie D non è calcio professionistico, però ci sono seconde squadre come quella del Milan in Serie D. Come può il Milan mandare in Serie D un giocatore che poi, in teoria, dovrebbe servire alla prima squadra in Serie A che lotta per la Champions, addirittura per lo scudetto? È tutto sfasato, è tutto sbagliato, ma soprattutto sai che cosa è sbagliato? Queste scuole calcio italiane, ma non saranno solo in Italia così, che costano e che propongono allenatori che si credono Guardiola. Come dicono i veri allenatori, gli allenatori dei bambini, dei ragazzini fino ai 13-14 anni, devono essere degli istruttori, degli educatori, non degli allenatori. Non devono fare tattica, devono fare tecnica, devono farli divertire, devono farli appassionare al gioco del calcio. Non basta quell'ora, devono giocare tre ore in mezzo alla strada. Tutto questo noi l'abbiamo perso. Ci sono le grandi squadre che si appoggiano alle piccole realtà per sfornare due o tre ragazzini buoni per le giovanili. Insomma, quindi si crea un meccanismo industriale, come se fossero polli di batteria e quindi si cerca di tirar fuori per forza ogni anno uno o due talenti e di mandare al macero tutti gli altri. Ecco, questo non è giusto, soprattutto a quell'età. E immagina questo meccanismo a tutti i livelli. Adesso, in Italia, mandare un bambino a scuola calcio costa migliaia di euro all'anno, solo per fermarsi agli allenamenti e alle partitelle. Tutto questo, chiaramente, blocca la crescita del talento, perché credo che ci sia ancora tanto talento in Italia, semplicemente anche per una questione statistica: non è possibile che non ci sia più il talento in Italia e che il talento non viene assecondato, non viene allevato, non viene nutrito da quando inizia a manifestarsi fino a quando può esplodere».

Guarda, ti faccio un esempio concreto. Sai che io purtroppo sono milanista. Noi abbiamo Bartesaghi. La stagione scorsa, anche giustamente, era il prospetto, comunque la riserva, il futuro Theo Hernández, per cui il Milan aveva fatto un ragionamento: tu vai a farti le ossa in Serie C, nel famoso Milan Futuro che tu hai citato, e poi ci rivediamo la stagione successiva. La stagione successiva che cosa succede? Theo Hernández va via, in Arabia, anche per questioni di litigi interni con la società, Bartesaghi viene aggregato alla prima squadra e si ritrova titolare. Ma perché? Perché il Milan aveva puntato su un altro giocatore, Estupinian, che si è rivelato, al di là del gol nel derby, una pippa colossale. Quindi Bartesaghi, che è un giocatore molto forte, che è un giocatore molto valido, che ha piede, che ha corsa, che ha senso della posizione, si ritrova titolare per un puro e semplice caso, e non perché, diciamo, gli è stato costruito un percorso di carriera tale da farlo arrivare anche alle porte della nazionale. È sintomatico a mio avviso.
«Però questo deve partire da una nuova Federcalcio e anche dal governo. Per quanto riguarda la nazionale, bisogna dare un mandato lungo a un commissario tecnico, almeno di quattro anni, quindi con l'obiettivo del Mondiale 2030. Non ci deve essere nient'altro. Certo, ci sono le qualificazioni agli Europei del 2028 e poi, nel 2032, gli Europei in Italia in condivisione con la Turchia. Ecco quindi bisogna iniziare a programmare».

Sempre, sempre che gli stadi siano pronti. Ceferin ha già detto: «Guardate che siete indietro con le infrastrutture, l'Europeo non si fa nel 2032se andate avanti così».
«In qualche modo ce la faremo. Alla fine, faremo come abbiamo fatto con le Olimpiadi: un po' di scotch da una parte, una toppa dall'altra, due viti messe. In qualche modo si farà. Però, ecco, c'è anche l'adrenalina della ripartenza, l'ennesima ripartenza. Ripartenza nel 2010 dopo il Sudafrica, poi ripartenza nel 2014 dopo l'Uruguay, poi ripartenza nel 2017-18 dopo la Svezia, ripartenza dopo la Macedonia nel 2022, ripartenza oggi dopo la Bosnia nel 2026. Di nuovo cambiare, ancora nuove speranze. Ci fermiamo qua perché poi ci saranno mesi difficili, con amichevoli inutili contro le altre squadre che andranno al Mondiale. Ci saranno i Mondiali e infine tornerà la nazionale, a settembre, per la Nations League e poi più in là per le qualificazioni degli Europei. E non sarà uno spettacolo bellissimo, sarà più o meno questa nazionale. Ecco. Rassegniamoci a vivere ancora tempi molto difficili. Io farei anche non un appello, perché l'appello lo fa il Santo Padre».

Eh siamo in periodo però..
«Dico che un altro contributo alla disfatta l'hanno dato e lo danno costantemente, non tutti, non generalizziamo, i giornalisti, i giornali, i commentatori sportivi, con l'idea di dover offrire per forza sempre un prodotto dolce e rassicurante. Già in questi giorni leggevo su tutti i siti: dopo la delusione della nazionale torna lo spettacolo della Serie A. Ragazzi, ma quale spettacolo? Qual è lo spettacolo della Serie A? Il Parma, il Verona, il Cagliari?». 

Io non posso risponderti perché sono drogato di Serie A...
«Basta, basta con i venditori di fumo, basta con questi atteggiamenti che servono soltanto a lucrare sulla nostra grande passione per il calcio, questa immensa passione per il calcio che ci porta a far spendere centinaia di euro per le scuole calcio ai nostri bambini, che ci porta a fare abbonamenti da 50-60 euro al mese, che ci porta a seguire e anche magari a credere queste favole che ci vengono propinate dai nostri illustri colleghi. Basta venditori di fumo. Anche questo deve essere un fattore determinante per l'ennesima ripartenza. Ci riusciremo?».

Nel frattempo ti auguro buona Pasqua perché il tempo a disposizione purtroppo è finito, anche se ti ascolterei per ore, lo sai questo.
«Va bene. Buona Pasqua, buona Pasqua anche al ministro Matteo Piantedosi. Speriamo che il suo Ministero duri a lungo per lui, che sopravviva alla Pasqua e alla Pasquetta e che il casatiello non sia troppo salato».

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