Lugano-Roma, solo andata: il derby spostato, gli affitti a 4.000 euro a notte e il sogno del quinto Slam

Carlo, carissimo, come stai? I nostri ascoltatori ci ascolteranno di sabato, come da prassi, ma noi ci siamo sentiti prima. Perché? In Svizzera siamo pieni di giorni festivi, io farò un ponte e avrei voluto venire a Roma a trovarti. Solo che Roma è inavvicinabile. In tutti i sensi: impagabile, inavvicinabile, non c'è mezzo hotel, non c'è mezzo Airbnb. È tutto pieno. Che cosa sta succedendo?
«Intanto ciao, e grazie ai nostri ascoltatori e ai nostri lettori. Mi dispiace che il tuo ponte non arrivi fino a Roma, ma chissà, in futuro le distanze tra Lugano e Roma potrebbero accorciarsi. Che cosa sta succedendo? Cronaca raccolta dalla strada, freschissima: noi parliamo alla vigilia della finale di Coppa Italia, durante gli Internazionali, e non c'è più una stanza. Soprattutto, ci sono alloggi privati che distano poche decine di metri da casa mia, e io non vivo in Piazza di Spagna o dentro il Colosseo, in vendita a 3-4.000 euro a notte».
A notte...
«E sono spesso case popolari del Dopoguerra, o case sorte attorno alla stazione Ostiense, tra Testaccio, Aventino, San Saba: case di lavoratori. Nate per dare un tetto senza pretese, oggi trasformate in «case dell'arte» o «dell'antica Roma», arredate con materiali quasi usa e getta, brutte da vedere. Ma le richieste ci sono, e allora si sparano prezzi assurdi, sfruttando queste circostanze rare e periodiche, che travolgono Roma quando si sovrappongono più eventi. In questo momento ci sono pure le gite scolastiche. E non c'è un posto letto».
E la conseguenza, qual è?
«L'abbiamo visto con il calcio: tutto viene scaricato, dalle istituzioni, su coloro che dalle istituzioni dovrebbero ricevere supporto. Le istituzioni non sono in grado di organizzare contemporaneamente il derby di Roma e la finale del tennis. E allora dicono: facciamolo lunedì. È la stessa cosa di un cantiere, o di un set cinematografico. A Roma di film se ne girano tantissimi, anche perché costa poco. Si chiude la strada, si mette un cartello il giorno prima, e se non hai visto il cartello la macchina non la ritrovi più».
Il paradosso, sai qual è? Il fantomatico sistema-calcio italiano sta attirando sempre più turisti-tifosi stranieri. Io sono tifoso del Milan, e l'immagine plastica è questa: il Milan stava perdendo 3-0 in casa contro l'Atalanta, d'altronde siamo in crisi da un mese e mezzo. Le telecamere inquadravano gli spalti e, invece di gente incazzata — giustamente incazzata — c'erano tifosi che sorridevano, salutavano, vivevano la cosiddetta experience. Ora immaginati il derby di Roma: gente che arriva dall'altra parte dell'oceano per vederselo di domenica, e glielo spostano (forse) al lunedì. Non funziona.
«Mi dai un dolore, nel pensare ai turisti-tifosi. Io immagino i tifosi come noi, sanguigni e veraci. Però è vero: il calcio, per la sua bellezza e la sua complessità, ormai per la sua presenza nella letteratura, nei film, nella memoria di tutti, è anche un'esperienza da fare. Andare all'Olimpico, andare a San Siro — purtroppo anche per questo motivo l'abbatteranno, ne abbiamo parlato a lungo — andare all'Old Trafford, al Camp Nou, al Bernabéu, è un'esperienza. Però bisogna essere in grado di sostenere questa offerta. Mi ricordo una partita, qualche anno fa. All'inizio della primavera, una domenica aspra, pioveva tanto. Ero in tribuna con mio figlio a vedere la Roma, forse Roma-Sampdoria, forse Roma-Lecce. Accanto a noi dei turisti guardavano la partita con quel senso dell'esperienza. E la pioggia cadeva dal tetto: pioveva dentro lo Stadio Olimpico. Che poi l'Olimpico è ancora più complesso, perché è gestito da Sport e Salute, società interamente controllata dal Ministero dell'Economia. Una società anche bella grossa, che gestisce un po' tutti i soldi dello sport, che dovrebbe avere cura dello stadio e, insieme alla Lega Calcio, gestire questi grandi eventi. E invece... Domanda: che la finale e il derby coincidessero, l'abbiamo scoperto l'altro giorno o l'abbiamo scoperto un anno fa?».
È proprio la domanda che volevo farti io. Perché hai voglia, poi, a metterla sulla narrazione: «Ah, Sinner ha il potere di spostare il derby di Roma». No, semplicemente era una cosa prevedibile mesi e mesi prima.
«Un anno fa. Lo diciamo sempre: noi italiani non siamo bravi a programmare, ma siamo bravissimi a rispondere alle emergenze. Falso, neanche quello. L'abbiamo visto con le Olimpiadi di Milano-Cortina: siamo stati facili profeti. Le gare sono andate bene, ricorderemo per sempre Brignone. Ma adesso che non se ne parla più arrivano le contestazioni della Corte dei Conti, il buco nel bilancio della fondazione, i lavori che non solo arriveranno in ritardo, ma probabilmente non arriveranno mai. Tutti problemi che all'opinione pubblica vengono mostrati da pochi, semmai. Vengono occultati. Quindi resta la convinzione di un Paese pigro ma resiliente — parola terribile, da bandire dai vocabolari — capace di rispondere alle emergenze. Non siamo né l'una né l'altra cosa. Siamo bravi a mettere le toppe».
L'ultima cosa, uscendo dalla polemica: il momento del tennis italiano. Gli Internazionali d'Italia, ora come ora, sono più forti di un derby di Roma calcistico. E allora: Roma merita di diventare uno Slam?
«Per la sua storia, sì, indubbiamente. Per la sua storia tennistica meno, per la capacità organizzativa anche. Binaghi, presidente della federazione, è un po' il padre-padrone del tennis italiano, c'era già quando del tennis non fregava niente a nessuno, nei primi anni Duemila. Adesso ha capito che ha tra le mani — più di Alcaraz, probabilmente, anche se di talento ne ha un po' meno, secondo me — una garanzia, una credenziale per i prossimi dieci anni. Di intraprendenza, di pianificazione, in Italia se ne parla soltanto nel tennis. Si sta lì in attesa di capire se le prossime Finals si terranno ancora a Torino o verranno trasferite a Milano. Si vuole capire se Roma può diventare il quinto Slam, sopprimendo magari il torneo di Madrid che langue. E le opere sui campi ai Fori, ogni anno una novità, che rendono ancora più appetibile l'evento. Giri l'angolo, in questa settimana, e trovi un manifesto sul tennis, una macchina del torneo, una cena, una festa. Un evento così è paragonabile alle Olimpiadi invernali: una città dispersiva come Roma, così ampia, viene inghiottita da una manifestazione che dura quindici giorni, perché inizia a essere evento già dalle qualificazioni. Quindi sì: Roma potrebbe ambire a diventare il quinto Slam, il tennis italiano potrebbe meritarlo. Ma sai cosa c'è da apprezzare, soprattutto? Che ogni giorno scopriamo un nuovo talento, ogni giorno c'è un nuovo progetto, si percepisce energia attorno al tennis. Mentre il calcio, che dovrebbe essere il nostro sport principale e che io comunque preferisco al tennis, non ha nulla di così energico, di così appassionante. Adesso vedremo come andranno le elezioni e la candidatura ufficiale di Malagò, tra due settantenni o giù di lì, che faranno belle promesse. Poi vediamo se almeno una la manterranno».
Allora io chiudo, perché sono per i buoni rapporti fra Italia e Svizzera e tu pure, ne abbiamo parlato la scorsa puntata. Sai chi può essere un grande ambasciatore per Roma come quinto Slam? Roger Federer. Adora l'Italia, adora Roma, ha sempre parlato bene degli Internazionali. Ti lascio con questa boutade.
«Anche se non gli è mai andata molto bene. Io qui ho visto una partita di Federer, tra l'altro con Volandri: perse con Volandri. Allora per i quarti di finale veniva giù il Colosseo. Adesso diamo già per scontato che ci sia Sinner in finale. Vedi come cambia il mondo».

