Lugano-Roma, solo andata: Papa Leone vs Trump, lo scontro geopolitico che scuote l'Italia

Carlo, carissimo, ben ritrovato. Mi fa piacere risentirti dopo un mio piccolo, breve ma intenso periodo di vacanza. Come stai, innanzitutto?
«Ciao Marcello, piacere mio risentirti e contento di trovarti riposato, divertito, rilassato dopo una settimana di meritatissime vacanze. Tutto bene, tutto bene. Qui in Italia un'altra settimana interessante, molto proiettata verso l'esterno, sempre verso gli Stati Uniti».
In Vaticano c'è molto fermento. Perché? Perché Papa Leone sta interpretando il suo ruolo e il suo pontificato in maniera molto attiva. Sul fronte geopolitico ha preso posizioni forti, sta parlando molto e molto spesso. Insomma, è entrato in rotta di collisione con l'amministrazione Trump.
«È tutto molto interessante. Parto da un aneddoto. Qualche mese fa, diciamo a inizio anno, dopo il primo semestre di pontificato di Prevost, parlavo con un collega amico che lavora in Vaticano e riflettevamo sul fatto che questo Papa fosse non dico timido, ma molto, molto prudente, forse eccessivamente prudente visto il momento: un periodo storico nel quale nessuno mi sembra essere prudente fra tutti gli attori della diplomazia del mondo. E la risposta che ci siamo dati è questa: la Chiesa viaggia con un orologio diverso rispetto al nostro e anche questo Papa, rispetto a Francesco, ma anche rispetto a Ratzinger, essendo molto giovane, settantenne neanche, viaggia con un orologio diverso. Quindi, ha utilizzato questi primi mesi per tacitare tutte quelle polemiche, quelle tensioni che c'erano in curia, magari ci sono ancora, però non si percepiscono più, per risolvere tutto quello che, o gran parte di quello che Francesco aveva lasciato in sospeso. E poi, in concomitanza con questa offensiva degli Stati Uniti e di Israele in Iran, ha scelto di intervenire in maniera molto forte, molto netta, senza prudenza. Lui ha detto: io non ho paura, ma non voglio fare un dibattito con Trump. Che vuol dire: non voglio scendere al livello di Trump, ma essendo la massima autorità della Chiesa cristiana cattolica, rappresentando più di un miliardo di persone nel mondo, ho il diritto, ma soprattutto il dovere, di dire la mia. Ma di dire che cosa? Perché lui non ha detto qualcosa di insensato, come dice Trump, o inaccettabile, meglio, rispetto al suo ruolo di pontefice. Lui ha detto che c'è bisogno di pace, che non esistono le guerre in nome di Dio. E questo vale per tutti, per tutte le religioni. Ha fatto un intervento di alto valore morale e spirituale. Ovviamente, Trump è in una fase di grande eccitazione e di confusione e ha ingaggiato uno scontro diretto con il pontefice. Uno scontro che certamente ha avuto un effetto nel riportare al centro del dibattito, appunto, la Chiesa cristiana cattolica, quindi Roma e il Vaticano. E non dimentichiamo che c'è stato uno scoop, un po' perso sottotraccia, di cui non ci siamo molto accorti, ma è quello che ha scatenato il Vaticano o meglio la diplomazia vaticana, che è la più forte diplomazia del mondo: la convocazione al Pentagono del nunzio apostolico negli Stati Uniti, cioè nel luogo della guerra, della difesa americana. Un incontro diplomatico abbastanza irrituale. Per utilizzare sempre le stesse parole di Trump: inaccettabile. E poi c'è stata la conseguenza italiana, no?».
Tu e io ci siamo confrontati, molto, sul referendum della Giustizia e a me sembra che questa rincorsa partita dopo la sconfitta di Giorgia Meloni l'abbia portata, quasi automaticamente, a separarsi da Trump. Come dire: guardate italiani, io sono anche la premier che può prendere posizioni forti.
«C'è un'espressione molto interessante che è trapelata nei retroscena, anche nelle dichiarazioni pubbliche, da parte della presidente del Consiglio, di esponenti del governo e del suo partito, e cioè: togliamo argomenti al centrosinistra. Quindi, il contesto è quello di campagna elettorale. Per quanto riguarda Trump, secondo me Meloni non aveva nessuna intenzione di subire uno strappo così forte. Tra qualche settimana, negli Stati Uniti uscirà un libro, un altro libro di Meloni, tradotto in inglese con la prefazione di J.D. Vance e la recensione sulla copertina di Trump: Meloni, una delle migliori leader del mondo. Lei non aveva e non ha nessuna intenzione di rompere definitivamente con Trump. Semplicemente, però, visto che in Italia l'elettorato cattolico è molto forte e comunque la sua area politica si riconosce nel sovranismo, cioè nella non interferenza anche in campo religioso, non poteva non dire nulla su Trump. È stata costretta a intervenire. Potrebbe anche ricucire, anche se Trump ogni ora che passa, dall'altro giorno, continua a criticare il governo italiano e Giorgia Meloni. Il problema è che dopo quasi quattro anni di governo non ha alternative. Meloni si accoderà al convoglio europeo con Germania, Francia e Londra, ma anche lì l'accoglieranno con grande diffidenza. L'accoglieranno perché non possono non accogliere l'Italia, ovviamente. Però, in politica estera adesso Meloni realmente non ha più saldi appigli. E non so se il Papa settantenne, il giovane Papa Prevost, salito al poglio pontificio a 69 anni, abbia alcun interesse a supportare Meloni, tant'è vero che non ci sono state triangolazioni tra Vaticano, Palazzo Chigi e Stati Uniti. Meloni è stata costretta a intervenire e a commentare qualcosa che era successo fra i due. Poi il Vaticano non ha detto nulla, almeno per ora, sul governo italiano. La situazione resta difficile per lei e per il suo consenso, perché i sondaggi continuano a togliere punti un po' di qua, un po' di là, e continuano a tenere alto, forse sovrastimato, il movimento del generale Vannacci. E la situazione del petrolio, dell'energia, non è per nulla risolta, anzi. E ancora: sta per finire il PNRR, quindi finirà la spinta del PIL. Ci sono ancora le cambiali dei bonus elargiti durante la ripresa post pandemia che pesano, gravano sulla legge di bilancio. Insomma, ci sono tantissime incognite. Lei, in questa campagna elettorale in mare aperto, sta cercando di sganciare i pesi che tengono bassa e lenta la sua imbarcazione. Però, più che confidare su se stessa o sull'Europa, dovrebbe confidare nell'incapacità del centrosinistra di organizzarsi. Tant'è vero che dopo quasi un mese di discussioni sulle primarie, il leader, il federatore, l'Ucraina o altri temi ancora più aleatori delle primarie, su Repubblica è intervenuto Michele Serra per dire: ragazzi, va tutto bene, dateci un programma, fate un programma e poi trovate un leader o una leader in grado di interpretare quel programma e soprattutto di essere credibile dinanzi a quel programma».
Io ti faccio una doppia domanda, concludendo. La prima: quanto il risultato delle elezioni in Ungheria può aver scatenato o comunque innescato un meccanismo di paura nell'attuale governo? E quanto, invece, la preoccupazione reale, il famoso italiano medio che va alla pompa di benzina, sta impattando su quelle che poi sono le mosse del governo?
«L'Ungheria insegna che i Paesi sovrani, realmente sovrani, i Paesi democratici, e l'Ungheria è un Paese democratico che negli ultimi anni, con Orban, era diventata una cosiddetta democratura, via di mezzo tra democrazia e dittatura, lo sponsor esterno non serve a nulla. E quindi l'effetto Trump, la campagna elettorale a sostegno di Orban, anche da parte del vicepresidente Vance, non ha portato nulla. Vuol dire che il consenso semmai Trump lo toglie, non lo aggiunge. Per quanto riguarda l'energia, non solo c'è un problema di risorse, cioè da dove importare il petrolio e il gas soprattutto, ma c'è anche un problema di strategie. Segnalo che la scorsa settimana Descalzi, l'amministratore delegato di Eni, appena nominato per il quinto mandato, a un incontro politico della Lega, azionista di minoranza del governo, ha detto: dobbiamo valutare l'ipotesi di non interrompere i flussi dalla Russia, cioè una moratoria sulla Russia. Perché, ovviamente, o arriva dall'Africa o arriva dai Paesi del Golfo o arriva dall'America, parliamo di gas, oppure l'Italia non ha più energia. E qualche giorno dopo questa uscita molto forte dell'amministratore delegato di Eni, Meloni ha detto: no, va bene così, non cambiamo quell'orizzonte con la Russia. Non solo rispetto al petrolio e all'energia Meloni deve misurarsi con il contesto internazionale, ma anche con le idee e le strategie interne degli altri partiti, anche delle aziende che come Eni sono controllate dal Tesoro e quindi dal governo».
Telegrafico: sei soddisfatto dell'Avellino?
«Sì, perché sottovalutiamo che l'Avellino è una squadra neopromossa e a oggi delle quattro neopromosse dello scorso campionato di Serie C è quella che sta più su. Oggi ci sarà una partita importante a Mantova, un punto o magari tre punti per chiudere la salvezza e poi pensiamo all'anno prossimo, ma più che l'Avellino mi dispiace, anzi mi deprime la situazione del calcio italiano. Ho letto i titoli l'altro giorno sul Bologna, l'impresa, Tom Cruise, ma con l'Aston Villa ha preso sei, sette gol, quanti ne ha presi in due partite segnandone uno? Questo è un'altra misura del calcio italiano. Poi parleremo, abbiamo tempo di parlare della Federazione, anche lì altro che Gattopardo».

