Lugano-Roma, solo andata: perché Papa Leone è così perfetto?

Carlo, carissimo, quanto tempo è passato. Come stai? Partiamo parlando, come ci eravamo promessi, e guarda caso l'attualità ci viene incontro in questo senso, da Crans-Montana.
«Ciao Marcello, tutto bene, un piacere risentirti. Abbiamo fatto una pausa il Primo Maggio e ci ritroviamo con i temi di attualità più o meno messi in agenda allo stesso modo, con piccole variazioni. Sembrava chiusa, anche dal punto di vista italiano, la vicenda di Crans-Montana. Sappiamo tutti, lo sanno anche i politici italiani, anche il governo, che le procedure sono diverse, la burocrazia è diversa, il sistema sanitario nazionale è diverso. Sembrava chiusa ma apprendo, questo me lo dirai anche tu, che che comunque i politici e i partiti in Svizzera non sono molto contenti che il governo abbia ceduto all'Italia sulle spese ospedaliere dei feriti della notte di Capodanno, o sbaglio?».
No, non ti sbagli. Diciamo che la discussione è molto accesa, è molto viva. Soprattutto, il tema sta dividendo parecchio il Parlamento: a destra la pensano in un modo, mentre a sinistra c'è un minimo di comprensione in più. In generale, se vogliamo riassumere tutte le posizioni, c'è comunque un senso di malcontento e c'è, mi verrebbe da dire, una questione di figli e figliastri. Perché? Perché, dicono, per le vittime di Crans-Montana, al di là del dramma immane e della tragedia, è stata fatta una legge apposita, sono state fatte delle eccezioni. In questo stesso momento, il Consiglio federale, nella figura di Guy Parmelin, sta pure cercando una soluzione quantomeno pacifica o, comunque, che esuli da quello che prevedono le leggi. E però, appunto, dicono: ci sono state altre tragedie in Svizzera, ci sono state anche altre vittime. Abbiamo avuto ad esempio un caso di un bus che è andato a fuoco: quelle vittime non hanno ricevuto lo stesso trattamento di Crans-Montana. C'è una discussione a più strati e a più livelli che chiama in causa il Consiglio federale e c'è anche chi, in Parlamento, con sfumature differenti, ha detto: il timore è che il Consiglio federale stia cercando di ripulirsi l'immagine verso, verso l'esterno. Te l'ho fatta super breve e super sintetica.
«Hai ragione, è legittimo porsi queste domande, è legittimo discutere sullo stesso trattamento in vicende diverse che non c'è stato, però c'è anche il segno dei tempi. La Svizzera, la Confederazione svizzera, deve tener conto di un mondo che non permette più a nessuno di isolarsi e quindi, soprattutto con i vicini, di avere rapporti difficili. Non c'è motivo alcuno che questa vicenda, già drammatica di per sé, deteriori i rapporti tra la Svizzera e l'Italia. E che cosa arriva in soccorso? Non la giustizia che è un righello che traccia una linea, ma l'opportunità, il compromesso politico. Può essere non gradito, può essere anche spiazzante se non c'è l'abitudine, ma il compromesso politico serve ai governi, ai Paesi, a chiunque faccia politica a qualsiasi livello, a provvedere rispetto a una determinata situazione. La scelta di non caricare più le spese sanitarie dei feriti della tragedia del primo gennaio va in questa direzione: un miglioramento, comunque un ripristino dei migliori rapporti tra l'Italia e la Svizzera. Non c'è motivo, e qui lo dico dall'altra parte del confine, per la Svizzera di eccedere su questo punto rischiando di rovinare i rapporti con un Paese con il quale negli ultimi anni, dal punto di vista anche normativo, si sono raggiunti risultati importantissimi sia sull'immigrazione dei lavoratori sia sulla trasparenza del sistema bancario. Perché utilizzare in maniera maldestra questa breccia per rovinare una ritrovata sintonia storica che va al di là di chi, qua o in Svizzera, in questo momento gestisce il potere e lo Stato?».
Tu hai parlato giustamente di contesto che è cambiato, di rapporti di buon vicinato. Ma basterebbe anche un minimo di buon senso. Cioè, fatte le leggi...
«Ma sai, uguaglianza non vuol dire dare a tutti la stessa cosa, vuol dire dare a ciascuno quello di cui ha bisogno. In questo momento, l'Italia dal punto di vista politico-governativo ha bisogno di quest'atto di apertura, che ovviamente è un'apertura politica, non è una questione economica, parliamoci chiaro, non è che i cittadini svizzeri saranno più poveri se nelle casse dello Stato non entreranno queste competenze di cassa. Semplicemente, è una valutazione politica che può essere criticata come tutto è criticabile e opinabile, ma secondo me aiuta a mantenere dei rapporti buoni, anzi ottimi, che devono diventare eccellenti perché servono a entrambi. Quindi è un po' di sano realismo».
Allora, cambiando tema: il primo anno di Papa Leone, un Papa partito in sordina, mi verrebbe da dire, ma che adesso non ha peli sulla lingua, soprattutto quando si tratta di criticare l'amministrazione Trump e questi signori che giocano alla guerra anche in nome delle religioni.
«Diciamo che Prevost è la persona giusta al momento giusto. E, fortunatamente per Prevost e anche per la Chiesa cattolica, i momenti sono tanti e vanno lungo una linea temporale che è infinita, millenaria, molto più lunga della nostra e quindi permette anche a pontefici che partono giustamente con prudenza, come è partito Leone XIV, di assumere alla prima occasione storica, palesatasi poche settimane fa, un comportamento che, come scrivono diversi commentatori tra i quali Caracciolo, li proietta direttamente nella storia. Quello che sta succedendo tra il Vaticano e gli Stati Uniti d'America con un Papa americano, seppur di varie estrazioni, con una formazione, una vicinanza anche sudamericana, è qualcosa che entra di diritto nella storia, quantomeno nella storia recente. Il Papa ha assunto una direzione diametralmente opposta a quella di Francesco. Francesco personalizzava molto e faceva una politica estera di testimonianza. Prevost delega molto e fa un'attività di politica estera classica sfruttando una delle migliori reti diplomatiche al mondo che è quella della Santa Sede della Segreteria di Stato. Non è un caso che il cardinale Parolin, il responsabile della diplomazia vaticana, nunzio apostolico in passato anche in Venezuela, sia tornato al centro delle dinamiche vaticane nonostante fosse stato proprio lui uno dei favoriti nello scorso conclave, e quindi uno degli sconfitti da Prevost. Prevost è stato anche abile a gestire il rapporto con gli sconfitti e anche magari con chi non era convinto della sua nomina. D'altra parte c'è da dire, però, che non avrebbe potuto assumere una posizione diversa nei confronti di un guerrafondaio come Trump e quindi ha tenuto fede, è il caso di dirlo, alla Costituzione vaticana: la Bibbia, il Vangelo. E questo è stato apprezzato molto e ha già causato, non ci dimentichiamo, delle conseguenze in Europa e nei singoli Paesi. Se oggi i rapporti tra Meloni e Trump non sono più idilliaci come un tempo lo si deve anche a Prevost perché, ricorderete, Meloni è stata costretta a prendere posizione, a posizionarsi al fianco del pontefice quando lo stesso era stato attaccato da Trump. Quindi lui arriva al primo anno di pontificato promosso a pieni voti. La Curia è comunque più tranquilla del passato. Leone sta iniziando a cambiare delle figure, ma i risultati li vedremo nel tempo, fra uno, due, tre anni. Adesso farà un'enciclica, adesso lo conosceremo meglio. Vediamo, sono molto curioso. Io, all'inizio, avevo detto che mi sembrava un po' una figura di un amministratore delegato perfetto, inappuntabile, che ripristina la tradizione ma si proietta nel futuro, che discute ma non alza troppo la voce, che sta con la gente ma non si sostituisce alla gente, cioè uno con una precisa consapevolezza dei ruoli e del metodo col quale si gestisce il potere. Quindi un Papa tradizionale potremmo dire. Però ha quello stile professionale che lo fa sembrare quasi un amministratore delegato. Un amministratore delegato lo si vede per come gestisce l'azienda, per gli uomini che sceglie e per i risultati che porta poi in consiglio di amministrazione. Ecco, il bilancio del primo anno è certamente positivo».
Dirò solo una cosa su Papa Leone così entriamo anche nell'argomento successivo. La domanda gli è stata posta in termini sbagliati perché il Perù non ci sarà ai Mondiali. Però gli è stato chiesto: «Ma insomma, se ci dovesse essere un Perù-Stati Uniti ai Mondiali, santità, lei per chi farebbe il tifo?». E lui beatamente, in tutti i sensi, ha risposto: «Probabilmente io tiferei per il Perù». Secondo me è molto indicativa, come risposta, rispetto alle sue posizioni politiche.
«Lui è anche un cittadino americano. Ovviamente, tra tutti i cardinali c'erano diversi che potevano ambire al soglio pontificio, lui – senz'altro – era ed è il meno americano degli americani. La Chiesa è straordinaria nel saper rispondere, in modo giusto, alle domande dell'epoca. È stato visionario, il conclave dell'anno scorso, per chi crede nello Spirito Santo. Passiamo in rassegna gli ultimi quattro Papi. Durante il Muro, il grande gelo, la Guerra Fredda, fu scelto un Papa polacco, anche molto controverso, soprattutto per la gestione finanziaria ed economica. Era un Vaticano molto più ricco, molto più avvolgente, anche dal punto di vista politico. Era un Papa perfetto per la Prima Repubblica italiana, per la Guerra Fredda a livello internazionale. Poi, alla morte del Papa polacco, scelgono un teologo, quindi una figura con dei decibel minori, più bassa, una figura più riflessiva che doveva in qualche modo riportare la Chiesa nei suoi canoni tradizionali, cioè Joseph Ratzinger, il Papa tedesco. E Benedetto però a un certo punto, personalmente forse era prevedibile, non ha avuto la forza di continuare. E quando ha lasciato, nel 2013, all'apice dei movimenti populisti di sinistra e di destra, soprattutto in Europa, ma non solo in Europa, chi è arrivato al soglio di Pietro? È arrivato un Papa populista, com'era Bergoglio, un Papa molto vicino alla gente, che andava in giro con la croce di ferro, che non voleva vivere nel Palazzo pontificio, che non andava mai a Castel Gandolfo, un Papa fuori dai paramenti e fuori dai parametri. Dopo, diciamo, questa ubriacatura populista si è scelto un Papa che somiglia un po' a Ratzinger, diciamo dal punto di vista della tradizione, ma un Papa perfettamente sintonizzato con i tempi, quindi l'America che gestisce la fine del suo impero, in qualche modo la sua involuzione, un Papa multilingue, un Papa vicino anche al Sudamerica, un Papa che ritorna alla tradizione, ancora una volta questa parola, e un Papa perfetto».
Ti porto a parlare di calcio. Ti chiedo, da milanista: il Milan ce la farà a entrare in Champions? E Allegri rimarrà sulla panchina o andrà su quella della nazionale italiana?
«Bella domanda. Allegri ha sempre portato i risultati, quindi se manca il risultato doveroso della Champions League in una stagione senza coppe, con una partita a settimana, è un fallimento e la conseguenza del fallimento probabilmente è la cacciata. A quel punto, non lo so, vista anche la regressione tecnica e culturale, dal punto di vista calcistico, che ha subìto o denota Allegri, a quel punto credo sia difficile che si parta, con scarso entusiasmo, per la Federazione. E poi dipende anche che accadrà alla Federazione. Malagò è favoritissimo. Malagò è uno che sa prendere scelte di forte impatto mediatico. Secondo me potrebbe puntare a Guardiola davvero o a Conte, un nome di questo tipo. Uno che arriva da vincente, uno che arriva dopo una vittoria o nel caso di Guardiola dopo un'epopea, non certo uno che arriva dopo una stagione fallimentare».
Allora, telegrafico: che cosa puoi dirmi del caso Minetti?
«Non è facile anche qui, perché bisogna essere cauti, sempre, e bisogna ricordarsi le cose che succedono e poi dopo qualche giorno, neanche settimana o mese, ci si dimentica. La notizia della grazia a Nicole Minetti ha colpito tutti. Pochi, tra quei pochi il Fatto Quotidiano, si sono chiesti: ma questa grazia ha seguito tutte le procedure? È tutto perfetto? Oppure qualcuno volontariamente, o involontariamente, ha indotto in errore il capo dello Stato che ha firmato, tra l'altro con una coincidenza incredibile con il film La grazia di Sorrentino, se non l'avete visto fra un po' sarà disponibile sulle piattaforme streaming e guardatelo? Il Fatto Quotidiano ha scoperto delle incongruenze. Queste incongruenze nelle pratiche di adozione e nell'iter per ottenere la grazia hanno portato addirittura il Quirinale, che prima aveva tolto dal campo mediatico la questione, a chiedere chiarimenti al Ministero della Giustizia. A quel punto la situazione è diventata ancora più ingarbugliata perché si sono creati gli schieramenti. I pochi che hanno seguito il Fatto Quotidiano e i molti che hanno cercato di ribaltare quello che il Fatto Quotidiano aveva ribaltato. A oggi, quindi al momento, noi non abbiamo una risposta definitiva e non possiamo dire se la grazia verrà confermata o addirittura revocata, sarebbe un atto inedito. Ma quello che possiamo chiederci è: Nicole Minetti, rispetto a quello che faceva con Berlusconi e per Berlusconi, due condanne poi ha ricevuto, non per Berlusconi, una riguardava il peculato, è cambiata? Cioè, il bambino è l'atto finale del suo percorso di ravvedimento? Oppure il bambino era uno strumento per ottenere la grazia? E questa sarebbe un'accusa pesantissima. Non lo sappiamo. Quello che possiamo dire oggi, e che a me piace adottare sempre, è che è meglio essere controcorrente, quindi è meglio farsi una domanda in più, piuttosto che accettare la prima versione o accettare una lettura universalmente condivisa. A me le cose che passano in cavalleria o sono così ben accolte e ben diffuse da tutti mi puzzano sempre un po' e quindi vale la pena approfondire e capire meglio. E certo che anche qui, come nel caso di Garlasco, come nel caso dell'inchiesta sugli arbitri, giochiamo tra un precipizio e un altro. Torto o ragione? Sempio è innocente o è colpevole? Rocchi è innocente o è colpevole? Minetti è innocente o è colpevole? Ne parleremo la prossima volta. Le prossime volte».

