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Lugano-Roma, solo andata: sarà un Sanremo da dimenticare?

E ancora: che cosa c'entrano le Olimpiadi e Goggia che rosica con le polemiche su Inter-Juve? Marcello Pelizzari e Carlo Tecce si confrontano sui temi caldi a cavallo del confine
©ETTORE FERRARI

Carlo, carissimo, che piacere risentirti. Sai che mi viene quasi da dirti: che dispiacere però che finiscano le Olimpiadi. Mi ero quasi affezionato.
«Ciao Marcello, ma sai: i grandi eventi alla fine fanno compagnia, ogni giorno c'è una novità, una medaglia, una spigolatura, una storia da raccontare, però sono belli proprio perché hanno una durata limitata e una cadenza così: regolare ma distante nel tempo. Aspetteremo altri quattro anni e poi, fra otto, vedremo queste Olimpiadi invernali in Svizzera, no?».

Allora più di otto: 2038, ti correggo.
«Dodici anni sono tantissimi, in dodici anni cambierà il mondo altre due o tre volte. Pensa che le Olimpiadi a Milano-Cortina sono state assegnate nel 2019. C'era ancora il governo Lega-Cinque Stelle, quindi avevano una prospettiva completamente diversa. Poi c'è stato il governo Cinque Stelle-PD, poi il governo Draghi, in mezzo una pandemia, infine il governo Meloni. Quindi, dodici anni è una programmazione effettivamente lunga, se si comincia già adesso a immaginarsi i Giochi del 2038. Giusto?».

Bravissimo. Vedi che impari al volo?
«Poi sai, siamo in Quaresima, quindi tutti un po' più contenuti: finiti i bagordi di Carnevale, le feste, i ponti, le settimane bianche, planiamo su Sanremo. Voi lo guardate con attenzione, il Festival, come si dice sempre?».

È la nostra Settimana Santa. Sai che in Ticino abbiamo abitudini molto italiane, per certi versi, e una di queste abitudini è guardare Sanremo.
«E quali sono le vostre aspettative sui cantanti quest'anno e sullo spettacolo? A volte è più che un contorno: è il piatto principale».

Sui cantanti abbiamo bassissime aspettative. Io sono un fan di Tommaso Paradiso dalla prima ora, dai tempi dei The Giornalisti, al di là del nome della band che più o meno evocava il nostro mestiere e per forza di cose mi aveva fatto affezionare. Però non è più il Tommaso Paradiso dei primi anni.
«È un po' ripetitivo».

È molto ripetitivo...
«È rimasto in una nicchia, una nicchia di pubblico molto romano. Tra l'altro, forse non lo sai, ma anche lui ha origini irpine».

Lo so. A proposito della nicchia: sta a metà tra i film dei Vanzina e gli anni Ottanta. E non riesce a uscire da lì. Per certi versi questa nostalgia fa anche piacere, perché ci ricordiamo di quando eravamo bambini, delle estati al mare, della bicicletta Atala. Immagini che lui sa evocare e rievocare molto bene. Ma dopo un po' diciamo anche: Tommaso, facci qualcosa di nuovo...
«Io non mi avventuro in riflessioni sulla musica, perché non è di mia competenza, se non di gusto, però lui mi ricorda, mi ricordava fino a qualche tempo fa, Cesare Cremonini. E Cesare Cremonini alla fine si è evoluto, come dicono Cassano e Adani el loro programma sportivo, calcistico più che altro. Si è evoluto e adesso, come dire, Cremonini ha una dimensione più larga, più trasversale. Invece, Tommaso Paradiso è un po' rimasto vittima di se stesso e sequestrato di fatto al suo personaggio iniziale. Forse anche meglio quando era in gruppo che da solista».

È quello che si pensava all'epoca, cioè: ok, sciogliamo i The Giornalisti perché io sono più bravo di voi, una cosa che fece anche Cremonini coi Lunapop. A giusta ragione, perché Cremonini faceva tutto lui nei Lunapop, però il medesimo meccanismo non ha funzionato per Tommaso Paradiso. Gli mancano i The Giornalisti.
«Datevi, voi svizzeri, voi ticinesi, comunque la possibilità di stupirvi durante la settimana di Sanremo, perché poi, come l'anno scorso, come è successo con Lucio Corsi, possono fiorire dei personaggi inaspettati, inattesi».

Assolutamente, anche se noi abbiamo l'impressione, da qui, che sia un Sanremo in tono minore, perché Carlo Conti non ci crede davvero, perché la RAI sembra non crederci più come ci credeva con Amadeus, perché comunque lo spettro di Amadeus è sempre lì, da qualche parte all'interno dell'Ariston, e perché questo è il primo vero Sanremo senza Amadeus: l'anno scorso Carlo Conti, semplicemente, ha replicato il formato di Amadeus e gli era andata anche bene, mentre quest'anno deve fare un passo in più e sulla carta non sembra che non riuscirà a farlo, questo passo.
«No, soprattutto deve fare un passo in più sapendo che è l'ultimo passo, perché ha già detto che non condurrà l'edizione 2027. Poi è un Sanremo che arriva molto più in là nel tempo, non è la prima volta, ma arriva quasi a marzo, in una settimana, tra l'altro, con uno degli appuntamenti calcistici importanti. Ci sarà il ritorno degli spareggi per la Champions League, ci saranno le altre coppe, e una parte del pubblico di Sanremo sarà impegnata altrove».

E per la prima volta Mediaset farà controprogrammazione vera stavolta.
«Alla fine, Amadeus ha avuto successo, ma ha avuto innanzitutto un successo di accoglienza da parte degli addetti ai lavori, dal cosiddetto sistema della musica. Poi, il successo è stato sancito, registrato, dagli ascolti. Per Conti né l'uno né l'altro sembrano essere un traguardo raggiungibile oggi. Si parte veramente con poca curiosità, anche da parte del pubblico, dei giornali, dei media, dei social italiani, che sono tutti quanti presi ancora da queste ultime ore di Olimpiadi. Io ti farei adesso una domanda».

Fammi la domanda.
«Anzi, due domande: una facile, comoda, e una meno facile e più scomoda. Parlando di atleti italiani, dal tuo punto di vista, qual è l'atleta uomo o donna che ha vinto le Olimpiadi? E qual è l'atleta uomo o donna che ha perso le Olimpiadi?».

Allora, secondo me sono entrambe facili le risposte. La prima: Brignone, secondo me. Perché ha fatto davvero grandissime cose, pensando anche al suo percorso.
«Ovvio, scontato, giusto».

La seconda: Goggia.
«Benissimo, sono d'accordo. Per la prima volta da anni sono d'accordo con te. Goggia ha perso, ma soprattutto ha perso male. Rancorosa...».

Ha perso rosicando
«Rosicando, ecco, ormai ti sei romanizzato, dovremmo cambiare il titolo: è Roma-Lugano, non Lugano-Roma. Sì, Goggia ha perso male, ha rosicato come si dice a Roma, tantissimo, non è riuscita a dire nulla, neanche ad ammettere la grandezza di questa atleta che è Federica Brignone».

Sì.
«E un po' ricorda, non ci dilunghiamo su questo, quello che è successo una settimana fa nel derby d'Italia».

Ci arriviamo. Mi permetto giusto una parentesi: la grande delusione, in casa Svizzera, se pensiamo al potenziale, al talento, a come ha cannibalizzato lo sci in questi anni, è Odermatt: sì, ha vinto medaglie, ma non quelle pesanti, cioè non quelle d'oro. Però Odermatt ha reagito da signore, se le è godute queste medaglie, anche se non erano medaglie d'oro. E qui sta forse la differenza rispetto a Goggia. Veniamo però al derby d'Italia perché c'è un nesso, al di là di quello che hai trovato tu, con Milano-Cortina, cioè la polemica nella polemica tra il sindaco di Milano Beppe Sala e Alex Del Piero. Cioè, Sala è riuscito a beccare l'unico che non ha mai simulato in tutta la sua carriera, vado a memoria, e però l'ha voluto citare. Del Piero, checché se ne possa dire da non juventini o da anti-juventini quali siamo io e te, ha reagito da signore qual è e non è voluto entrare nel merito. Però, insomma, si continua a parlare di Inter-Juve anche a distanza di giorni. Tu più di me sei fan.
«Perché tutti, tutti noi, ci siamo esercitati su questo tema negli ultimi giorni. La politica lo fa perché cerca di sembrare vicina alla gente, e però se lo fa con imprudenza, come ha fatto Sala, fa una figuraccia. Devo dire invece che Del Piero in questi anni ha assunto una personalità che un po' mi ha stupito, mi ha sorpreso. Non pensavo, guardandolo, ammirandolo, quando era calciatore, che avesse questa personalità e che avesse un post carriera basato proprio su questa personalità. Secondo me ha anche una grande furbizia, una grande scaltrezza nel muoversi».

Si può dire che è un democristiano o è troppo?
«Sì, lui è veneto, quindi quel tipo di democrazia cristiana bianca, no? E i cattolici, diciamo la democrazia cristiana veneta, ha fatto la storia della DC e quindi sì, lo possiamo collocare in quell'area politica che ormai non esiste più, purtroppo o per fortuna. E tu che dici? Purtroppo o per fortuna?».

Guarda, lascio in sospeso il giudizio anche perché mia mamma ha tra i suoi idoli molti esponenti della Democrazia Cristiana. Non vorrei che ascoltandomi poi...
«Certamente Ciriaco De Mita».

Esatto, mi hai anticipato. Adesso ti porto...
«No, adesso ribaltiamo tutto e conduco io. E parliamo di questa campagna elettorale per il referendum sulla riforma della giustizia in Italia».

Vai.
«Questa campagna è abbastanza disgustosa. Stavo per dire peggio. È brutta, non si capisce nulla, non c'è l'argomento. Soprattutto, c'è la convinzione da parte degli esponenti per il sì, ma anche da parte degli esponenti per il no, che i cittadini elettori non debbano entrare nel merito delle questioni, ma valutare le risse che ogni giorno da un lato o dall'altro vengono provocate. Mi sembra una scarsa considerazione, soprattutto da parte del sì, delle capacità cognitive degli elettori. Ogni giorno, ormai, il sì in particolare fa polemiche su fatti che non c'entrano nulla con il quesito referendario, quindi con la riforma della Costituzione, delle istituzioni e degli organi che governano la giustizia, il CSM per intenderci. L'ultima polemica, qualche giorno fa, l'ha lanciata la stessa presidente del Consiglio, che è intervenuta attaccando dei giudici e quindi prendendo a pretesto quell'episodio di cronaca come spinta per il sì. Queste posizioni ambigue, un po' di traverso, non chiare da parte del governo, si ripetono ovunque. Ti faccio un altro esempio, sul cosiddetto Board of Peace».

È un tema che ti è molto caro.
«Ma mi è molto caro perché l'Italia non prende una posizione netta. Vuole farne parte l'Italia assieme all'Argentina e all'Albania, con tutto il rispetto per queste democrazie, oppure non ne vuole fare parte come tutti gli altri grandi membri dell'Unione Europea? L'Italia ha partecipato in qualità di osservatore di questo Board of Peace di Trump, mandando, delegando il Ministro degli Esteri. E questo mentre il Vaticano ha comunicato la sua assenza totale dal Board, in qualsiasi forma, membro aderente, permanente, osservatore. Ecco, mi sembra che il governo si stia coprendo di ridicolo con il Board of Peace, perché non riesce a soddisfare le richieste di Trump, ma non riesce neanche ad avere una posizione indipendente rispetto all'Europa, oppure, come ci auguriamo tutti, allineata all'Europa, perché al di là dei sofismi, l'Italia può contare qualcosa nel mondo se conta in Europa e se l'Europa conta. Fine. Il resto è soltanto cercare una sponda transnazionale negli Stati Uniti per garantirsi una longevità politica. Ma attenzione, anche in America le cose possono cambiare e a quel punto questo governo potrebbe subire un effetto boomerang, cioè patire una rapida involuzione del consenso di Trump, che già inizia a scricchiolare».

Fammi capire: se le elezioni di midterm dovessero andare male per Trump, stile effetto farfalla, eeeh, anche l'Italia potrebbe subirne?
«I ragionamenti della, dei politici e dei partiti sono molto basici, no? L'Italia non può stare con Trump e contemporaneamente anche con l'Europa, con questa Europa. Però l'Italia non può stare neanche contro Trump e neanche contro l'Europa, quindi l'Italia assume una posizione tipicamente italiana: sta abbastanza con Trump e ogni tanto, sporadicamente, con l'Europa. Le conseguenze però saranno, soprattutto, qualora Trump perdesse consenso, perdesse le elezioni il prossimo autunno e poi, a scadenza del mandato, se il Partito Repubblicano perdesse addirittura la Casa Bianca. Ecco, io credo sia molto furbo, ancora una volta, da parte del governo cercare questo incastro, ma anche molto rischioso, perché sia negli Stati Uniti sia in Italia si avvertono degli scricchiolii, e perché è molto difficile, in Italia, governare a dispetto di Berlino e Parigi. Soltanto una settimana fa, non ci sbagliavamo, possiamo dirlo, ridevamo dell'entusiasmo, soprattutto di alcuni giornali italiani, che celebravano il nuovo asse Roma-Berlino. Non abbiamo fatto in tempo neanche a mandare online la trasmissione, che Meloni aveva già cambiato posizione rispetto proprio alla Germania di Merz. Ecco, quindi parliamo di tattiche prevedibili, molto più banali di un sacchiano 4-4-2, che pure quello alla fine è stato superato dai tempi».