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Lugano-Roma, solo andata: se anche l'Italia critica la Svizzera per Crans-Montana

Marcello Pelizzari e Carlo Tecce si confrontano sulla tragedia del Constellation e sulle critiche al cosiddetto modello svizzero
©ALESSANDRO DELLA VALLE

Carlo, buon anno: mi fa piacere sentirti, anche se le circostanze, come sappiamo, non sono delle migliori...
«Ciao Marcello, buon anno. Purtroppo tutti, il primo gennaio, ci siamo svegliati con queste notizie drammatiche. Notizie che, con il passare del tempo e dei giorni, non hanno certo contenuto e calmierato il dolore, il fastidio, anche la rabbia per quello che è successo. Parliamo di una tragedia, una strage di giovanissimi, di ragazzi per lo più minorenni, che segnerà la nostra memoria e forse segnerà anche il futuro della Svizzera. Ecco, questa è una domanda che faccio io a te per cominciare».

Sì, ti rispondo con quello che hanno detto tutti, a partire dal presidente della Confederazione Guy Parmelin, cioè che c'è un prima e c'è un dopo Crans-Montana. Forse, questo primo gennaio abbiamo perso una certezza, e cioè che la Svizzera nel suo insieme funzioni. In realtà, il quadro che sta emergendo dall'indagine è quantomeno inquietante. Il fatto che l'arresto di Jacques Moretti sia avvenuto a oltre una settimana di distanza dai fatti e nonostante i forti indizi la dice lunga. Quindi sì, è una Svizzera che dovrà cambiare, anche se determinate critiche che le sono state rivolte, soprattutto dall'Italia ma anche dalla Francia, non reggono. Un minimo di autocritica e un quadro legale differente, tuttavia, credo siano necessarie.
«Io posso dire come è stata percepita in Italia questa notizia abnorme e come è stata percepita dagli italiani, perché ci sono state delle vittime italiane, ci sono dei feriti gravi, gravissimi italiani. Innanzitutto, ribadisco che il 1. gennaio 2026 è diventato l'11 settembre della Svizzera. E cosa è successo dopo l'11 settembre, al di là delle guerre che ha scatenato l'America in Afghanistan e poi per altri motivi, non molto dissimili, in Iraq? Abbiamo cambiato modo di volare: i controlli si sono fatti più serrati, sebbene questo non abbia impedito che ci fossero altri attentati. Potremmo ricordare Londra, Madrid. Il terrorismo non si è fermato, però una risposta come primo intervento tampone c'era stata. Ecco, in questo caso, più che mettere ordine o garantire maggiore sicurezza ai locali pubblici e alle discoteche, il tema da quello che si è percepito in Italia è: il modello svizzero – un insieme di parti, l'unità nelle differenze, le differenze che aiutano a essere uniti, tutti questi ossimori, tutte queste antinomie, queste aporie che tengono insieme la Svizzera da tanto tempo e con grandi risultati, come la quiete pubblica, il benessere collettivo, lo stato sociale– tutto questo, dicevo, dopo il primo gennaio ha ancora un senso? O c'è bisogno di ridurre la discrezionalità delle amministrazioni, dal momento che le responsabilità, da quello che emerge chiaramente fino a oggi, sono sia dei gestori del locale sia delle autorità che non hanno vigilato? Ecco, voi percepite che il mondo, l'Europa in particolare, i vicini della Svizzera, francesi, italiani, vi mandino queste accuse?».

C'è del vero in quello che dici, anche se – appunto – sul fatto che una tragedia simile non sarebbe potuta succedere altrove non sono così d'accordo: anche perché è già successo altrove e, purtroppo vien da dire, succederà ancora (anche) altrove. È chiaro che, visto da fuori, il cosiddetto modello elvetico, con la Confederazione che demanda ai cantoni, i quali poi demandano ai singoli comuni e, infine, ai privati i comuni, limitandoci alle norme antincendio, ha favorito il cortocircuito del Constellation, con mancati controlli per sei anni. E questo è inammissibile...
«C'è una domanda, però, che in Italia ci facciamo tutti. In Italia, spesso per vizio e un po' per vezzo, quando c'è qualcosa di storto, che non va, e ce ne sono tantissime, diciamo questa cosa: può accadere soltanto in Italia, non accadrebbe mai in Svizzera, non accadrebbe mai in Francia o in Germania o in altri Paesi del mondo sviluppato. In questa circostanza, è stato detto, pensato, e mi faccio un po' portavoce di questo pensiero, che questa cosa qui in Italia non sarebbe mai successa. Perché un locale di quel tipo sia stato autorizzato a ospitare tutte quelle persone, mettendo a rischio la vita di tutti e tutti i giorni, è veramente qualcosa di incredibile. Attenzione: i primi giorni addirittura, e chi l'ha fatto deve scusarsi, si cercava di dare qualche responsabilità ai ragazzi che sono morti. Ma noi dobbiamo ricordarci, e ce lo dovremmo ricordare per tutto il percorso giudiziario lungo che ci sarà, un percorso faticoso, anche doloroso, che i ragazzi avevano solo un diritto-dovere: quello di divertirsi. E di divertirsi in sicurezza. Di essere ragazzi, insomma. La sicurezza non dovevano garantirla loro, ma le autorità vigilanti e i gestori del locale. Chi non ha garantito la sicurezza e chi ha colpe, dolose, cioè chi è realmente artefice di questo disastro, dovrà pagarne caro».

Mi sembra di poter dire che siano evidenti anche i limiti di questa amministrazione comunale: al di là dei pasticci comunicativi, sono emerse le debolezze della cosiddetta politica di milizia. L'altro limite è: chi decide, ora? Ad esempio, sulle candele pirotecniche il Consiglio federale inizialmente, per bocca di Parmelin, si è fatto da parte, mentre sul divieto (auspicato da molti) ogni cantone sta decidendo per sé. Abbiamo un problema, no?
«Hai ragione. E infatti ti faccio una domanda. Una domanda che va dal particolare e arriva al generale. E che può riguardare anche l'Europa, in questo momento al centro dei tumulti mondiali. Penso, o probabilmente potremmo tutti pensare, che sia arrivato il momento di porsi delle domande, avere dei dubbi su quello che sorregge le nostre democrazie. Oggi, l'organizzazione sociale della Svizzera, e facciamo l'esempio dei locali pubblici, è valido, è adatto, è adeguato al momento in cui stiamo vivendo? Cioè, vedendo questa convulsa catena di comando della Svizzera, è arrivato il momento di trovare una forma di governo diversa, più adeguata ai tempi e quindi di mettere mano e aggiornare il patto sociale sottostante alle organizzazioni democratiche? Non so se sono stato chiaro».

Sei stato chiarissimo e io ti rispondo con un parallelismo, per quanto sia complicato e non sia proprio un parallelismo: ma questo problema era emerso, ad esempio, durante la pandemia, la cui gestione per determinati aspetti era demandata ai singoli cantoni. È vero che la forza della Svizzera sta anche nelle sue diverse sensibilità, però in casi specifici e singoli ci vorrebbe un minimo di flessibilità e, termine esagerato, autorità.
«Non bisogna buttare via tutto, bisogna sistemare quello che non va nelle nostre democrazie, nelle nostre organizzazioni sociali. E questo sai perché, Marcello? Proprio per non cadere nella tentazione nella quale sono cadute molte popolazioni, cioè quello di avere l'autocrate. Noi rimaniamo sui modelli democratici, di dialogo, di pesi e contrappesi dei poteri, e anche della confusione che poi diventa armoniosa. Però dobbiamo essere adatti, come corpo sociale, a risolvere i problemi che il tempo ci propone. E concludo, prima di salutarti, altrimenti sembra che Roma faccia la lezioncina alla Svizzera, e mi sembra inopportuno sempre e comunque, con una critica al mio Paese e ai miei politici. I quali hanno sfruttato la tragedia per prendersi un po' di scena. Al contrario, più si è tranquilli, partecipi e presenti, ma neutri dal punto di vista propagandistico, e meglio è. Speriamo che ci sia giustizia e che la vita di questi ragazzi valga a salvare, in altri contesti, la vita di tanti altri ragazzi, che questi giovani non siano morti in vano».

Anche perché la domanda, e qui chiudo, che si stanno facendo tutti in Vallese ma in generale in tutta la Svizzera è: quanti locali come il Constellation ci sono in Svizzera e non sono stati controllati?
«Il primo intervento sarà proprio su questo e deve essere su questo, come è stato sui voli, poi si andrà più in profondità. Adesso giustizia e interventi rapidi, per evitare che ci sia un bis, perché non sarebbe accettabile. Neanche questo è accettabile, figuriamoci un bis».