L'intervista

«A un certo punto il rischio lo percepisci con l'olfatto»

Romolo Nottaris, alpinista, racconta la passione per la montagna: «È nata dalla voglia di mettere le mani dove nessuno le ha mai messe»
Tommy Cappellini
Tommy Cappellini
06.11.2026 06:00

C’è il rischio negli affari e non può non esserci. Ma per capirlo e gestirlo fino in fondo talvolta è utile ascoltare i racconti di chi ha attraversato e superato rischi d’altro tipo, come quelli legati al corpo e all’avventura. Romolo Nottaris, nato a Lugano nel 1946,  alpinista, guida alpina, documentarista, imprenditore, ha passato un’intera vita a cercare nuove vie per salire in vetta.

Romolo, da dove è iniziata la tua passione per la montagna?
«Da mio padre. Era un camminatore instancabile, fu anche custode della capanna del Monte Bar. Mi trasmise l’amore per la montagna e mi insegnò a sciare. A nove anni mi portò sull’Adula, la cima più alta del Ticino».

Ti voleva sciatore professionista.
«Investiva i suoi pochi risparmi nella mia attrezzatura. A tredici anni, dopo qualche buon risultato, persino il mio allenatore era diventato ottimista. Ma quella vita mi andava stretta: metti i pali, togli i pali, rimetti i pali… era diventato un obbligo. Un giorno dissi: basta, in montagna così non ci vado più. Ai Denti della Vecchia avevo scoperto una dimensione nuova: scalare».

Che cosa cercavi, pericolo o libertà?
«È nato tutto dalla voglia di mettere le mani dove nessuno le ha mai messe».

Ci fu qualche deviazione esistenziale, però...
«Seguendo il consiglio dell’alpinista Michel Vaucher mi ritrovai a Ginevra, luogo cardine per chi voleva scalare. Diventai invece un giocatore di poker. Si potrebbe scrivere un romanzo su quegli anni, passati a correre in Renault Alpine e tra i tavoli del gioco del Casino, tra il Moulin Rouge e il Palais Mascotte. Un intero mondo che oggi non esiste più. Bellissimo, effimero, come sa esserlo la giovinezza».

Che cosa ti riportò in montagna?
«Dopo cinque anni rientrai in Ticino, tornai alle origini con le scalate insieme agli amici del cuore. Realizzammo nuove imprese su pareti fino a quel momento estreme. Poi arrivò quel fatidico 11 aprile del 1971, il giorno in cui andai sul Monte Bianco con quattro amici».

E fosti l’unico a tornare.
«Durante la discesa dalla vetta, un’enorme valanga di seracchi sotto il Dôme du Goûter ci travolse, lasciandomi solo sul ghiacciaio. I miei amici erano spariti. Da lì cambiò tutto. Entrai in una crisi profonda e durante l’estate esplorai nuove vie tra i seracchi, sfidando il destino. Arrivò il burnout. Dopo essermi curato, decisi di diventare guida alpina».

Come si ricomincia dopo una tragedia così?
«In quel periodo nacque mio figlio Daniele, un grandissimo dono. Oggi sono nonno di due splendidi nipotini che mi allungano la vita. Nel 1973, al corso di guida alpina, incontrai Michel Darbellay, uno dei maestri dell’alpinismo svizzero. Nacque un’intesa profonda, un legame di libertà alla pari. Era diverso da me, molto più metodico. Lì iniziò la mia vita ‘estrema’ in montagna».

Nel 1981, il primo ottomila in puro stile alpino. Che cosa significava?
«Senza portatori, ossigeno, campi intermedi o corde fisse. Al mio fianco c’era Tiziano Zünd, giovane e talentuoso ventitreenne. Negli anni Ottanta nasce la conquista degli ottomila in puro stile alpino, di cui io e Tiziano siamo stati precursori e promotori. Ma per me i successi erano le vette conquistate, non l’aspetto mediatico».

Quanto conta la persona all’altro capo della corda?
«Quella corda è come un cordone ombelicale, un filo che può spezzarsi da un momento all’altro e che richiede una disponibilità reciproca totale. Significa affidarsi a una persona di cui hai una fiducia cieca, e che ricambia quella fiducia. Anche se sei tu a dirigere la salita e l’altro è ‘solo’ un grandissimo secondo, resta qualcuno disposto a morire al tuo fianco. Per me, l’alpinismo estremo è questo».

E tutto il contorno, il business, la comunicazione?
«Mah. Conoscevo Clay Regazzoni. Una volta gli chiesi a bruciapelo: ‘Clay, ma quando sei sulla linea di partenza, con il motore che romba, se ti dicessero: ecco dieci milioni di franchi…’. Non mi lasciò finire. Mi guardò e disse: ‘Romolo, quando il motore parte, tutto il resto sparisce’. Per anni, questa è stata anche la mia risposta».

Però le spedizioni costano!
«Be’, la libertà costa. L’alpinismo estremo è dispendioso e pieno di imprevisti. Come molti colleghi, ho dovuto cercare degli sponsor. Ne ho trovati di importanti, in Ticino e a livello internazionale. Ma per me era innanzitutto una passione, un mestiere a somma zero: tutto quello che ricevevo, lo rispendevo per le spedizioni. Solo più tardi sono iniziate le collaborazioni remunerative».

Quali per esempio?
«Ho lavorato con aziende del settore per progettare piccozze e piumini; ho contribuito alle prime giacche in Gore-Tex studiate in Italia. Nel 1986 mi chiamò Scarpa per gestire il mercato svizzero. Pian piano divenne un’attività seria, con diversi dipendenti; poi mi occupai anche del mercato tedesco. Se hai stabilità economica, alla vita sorridi meglio. Ma ricordati: la libertà non ha prezzo».

Da guida, il rischio cambia natura?
«Quando accompagni un cliente in una situazione estrema, gli trasmetti inevitabilmente il tuo rapporto con il pericolo. Devi farlo, per permettergli di raggiungere l’obiettivo che ha nel cuore e per cui ti ha cercato. A volte, anche se hai delle riserve, cerchi di spingerti un po’ oltre: glielo devi, perché vedi che il cliente sta vivendo la sua sfida proprio attraverso di te».

Ma sei responsabile anche della sua vita...
«Con un amico il rapporto è alla pari: avete le stesse competenze e correte lo stesso pericolo. Con un cliente, invece, la responsabilità della sicurezza ricade interamente su di te. Il tuo obiettivo assoluto è riportarlo a casa sano e salvo. Lo guidi passo dopo passo e, quando mancano pochi metri alla vetta, ti fai da parte per lasciare a lui l’onore di toccare la cima. Molti clienti sono poi diventati miei grandi amici».

Entrano in gioco anche le coperture assicurative?
«Come guida alpina ho sempre saputo quanto fosse importante premunirsi di un’assicurazione di responsabilità civile. Fortunatamente, in tutta la mia carriera, non ho dovuto usarla perché non ho mai avuto incidenti».

E una polizza sulla vita?
«Al contrario, nessuna compagnia ha mai accettato di stipulare una polizza sulla vita a mio nome».

Dove finisce il rischio calcolato e comincia l’azzardo?
«Nelle scalate più estreme cerchi di calcolare ogni dettaglio. Ti affidi alla preparazione, all’esperienza e alla conoscenza. C’è però quella sana follia che ti spinge a dire: ‘Adesso mi spingo ancora un po’ oltre’. È la forza che ti fa avanzare. Purtroppo, capita almeno una o due volte di superare davvero il limite. In quei momenti l’esposizione al pericolo è totale: devi saperla gestire, ma è quasi impossibile».

A te quando è successo?
«Sul Makalu, nel 1980, durante un’invernale a meno 60 gradi. Ero a 7.400 metri, investito da un vento inconcepibile: appena mi giravo, la traccia dei miei passi era già scomparsa. A quel punto non è più una sfida con te stesso o con le tue capacità. Cammini, ma è come se ti vedessi dall’esterno; perdi quasi la coscienza di te. A un certo punto ricordo di aver pensato: ‘Va bene così. Se finisce qui, finisce qui. È stata una mia scelta’».

Si spegne l’istinto di sopravvivenza?
«Non sto parlando di rassegnazione, che in quelle situazioni sarebbe fatale. Lassù diventi quasi un animale, come un camoscio: eviti il pericolo per istinto puro. Il rischio diventa qualcosa che percepisci con l’olfatto, quasi come un profumo; più accumuli esperienza, più ti entra nel sangue. Non si tratta semplicemente di evitarlo, ma di imparare a sentirlo. Sul Makalu ero entrato in una dimensione ulteriore. Se così si può dire, spirituale».

Chi sono stati i tuoi punti di riferimento?
«Riccardo Cassin, di cui mi reputo figlio adottivo: scrivilo, ci tengo molto. E Walter Bonatti. Li stimavo profondamente: erano due ribelli. Cassin faceva il fabbro ferraio a Lecco. Il giornalista ticinese Guido Tonella lo provocò definendo lo Sperone Walker l’ultimo baluardo inviolato delle Alpi. Gli spedì una cartolina di quella muraglia. Lui si presentò sotto la montagna con la cartolina in mano e conquistò la vetta. Pura leggenda».

Sull’Everest ti rompesti una caviglia a oltre seimila metri. Come tornasti?
«Fu allucinante. Ma c’è un dettaglio fondamentale sulla percezione del pericolo: quando ti capita un incidente così in alto, il dolore fisico passa in secondo piano. Il vero, immenso problema diventa la sopravvivenza, il riuscire a tornare a valle. Ricordo quei dodici chilometri e oltre di discesa infinita, poi la marcia sul dorso di uno yak. Una situazione quasi irreale. La vera consapevolezza del rischio si misura proprio dalla durezza dei ritorni che affronti dopo averlo sfidato».

Ne è valsa la pena?
«Ho passato un’intera vita con la gioia di fare esattamente ciò che desideravo. Ho trasformato la mia passione in un lavoro che mi ha permesso di vivere, senza fare troppi calcoli o pianificazioni. E questo mi è bastato».