«A un certo punto il rischio lo percepisci con l'olfatto»

C’è il rischio negli affari e non può non esserci. Ma per capirlo e gestirlo fino in fondo talvolta è utile ascoltare i racconti di chi ha attraversato e superato rischi d’altro tipo, come quelli legati al corpo e all’avventura. Romolo Nottaris, nato a Lugano nel 1946, alpinista, guida alpina, documentarista, imprenditore, ha passato un’intera vita a cercare nuove vie per salire in vetta.
Romolo, da
dove è iniziata la tua passione per la montagna?
«Da mio padre.
Era un camminatore instancabile, fu anche custode della capanna del Monte Bar.
Mi trasmise l’amore per la montagna e mi insegnò a sciare. A nove anni mi portò
sull’Adula, la cima più alta del Ticino».
Ti voleva
sciatore professionista.
«Investiva i suoi
pochi risparmi nella mia attrezzatura. A tredici anni, dopo qualche buon
risultato, persino il mio allenatore era diventato ottimista. Ma quella vita mi
andava stretta: metti i pali, togli i pali, rimetti i pali… era diventato un
obbligo. Un giorno dissi: basta, in montagna così non ci vado più. Ai Denti
della Vecchia avevo scoperto una dimensione nuova: scalare».
Che cosa
cercavi, pericolo o libertà?
«È nato tutto
dalla voglia di mettere le mani dove nessuno le ha mai messe».
Ci fu qualche
deviazione esistenziale, però...
«Seguendo il
consiglio dell’alpinista Michel Vaucher mi ritrovai a Ginevra, luogo cardine
per chi voleva scalare. Diventai invece un giocatore di poker. Si potrebbe
scrivere un romanzo su quegli anni, passati a correre in Renault Alpine e tra i
tavoli del gioco del Casino, tra il Moulin Rouge e il Palais Mascotte. Un
intero mondo che oggi non esiste più. Bellissimo, effimero, come sa esserlo la
giovinezza».
Che cosa ti
riportò in montagna?
«Dopo cinque anni
rientrai in Ticino, tornai alle origini con le scalate insieme agli amici del
cuore. Realizzammo nuove imprese su pareti fino a quel momento estreme. Poi
arrivò quel fatidico 11 aprile del 1971, il giorno in cui andai sul Monte
Bianco con quattro amici».
E fosti
l’unico a tornare.
«Durante la
discesa dalla vetta, un’enorme valanga di seracchi sotto il Dôme du Goûter ci
travolse, lasciandomi solo sul ghiacciaio. I miei amici erano spariti. Da lì
cambiò tutto. Entrai in una crisi profonda e durante l’estate esplorai nuove
vie tra i seracchi, sfidando il destino. Arrivò il burnout. Dopo essermi
curato, decisi di diventare guida alpina».
Come si
ricomincia dopo una tragedia così?
«In quel periodo
nacque mio figlio Daniele, un grandissimo dono. Oggi sono nonno di due
splendidi nipotini che mi allungano la vita. Nel 1973, al corso di guida
alpina, incontrai Michel Darbellay, uno dei maestri dell’alpinismo svizzero.
Nacque un’intesa profonda, un legame di libertà alla pari. Era diverso da me,
molto più metodico. Lì iniziò la mia vita ‘estrema’ in montagna».
Nel 1981, il
primo ottomila in puro stile alpino. Che cosa significava?
«Senza portatori,
ossigeno, campi intermedi o corde fisse. Al mio fianco c’era Tiziano Zünd,
giovane e talentuoso ventitreenne. Negli anni Ottanta nasce la conquista degli
ottomila in puro stile alpino, di cui io e Tiziano siamo stati precursori e
promotori. Ma per me i successi erano le vette conquistate, non l’aspetto
mediatico».
Quanto conta
la persona all’altro capo della corda?
«Quella corda è
come un cordone ombelicale, un filo che può spezzarsi da un momento all’altro e
che richiede una disponibilità reciproca totale. Significa affidarsi a una
persona di cui hai una fiducia cieca, e che ricambia quella fiducia. Anche se
sei tu a dirigere la salita e l’altro è ‘solo’ un grandissimo secondo, resta
qualcuno disposto a morire al tuo fianco. Per me, l’alpinismo estremo è
questo».
E tutto il
contorno, il business, la comunicazione?
«Mah. Conoscevo
Clay Regazzoni. Una volta gli chiesi a bruciapelo: ‘Clay, ma quando sei sulla
linea di partenza, con il motore che romba, se ti dicessero: ecco dieci milioni
di franchi…’. Non mi lasciò finire. Mi guardò e disse: ‘Romolo, quando il
motore parte, tutto il resto sparisce’. Per anni, questa è stata anche la mia
risposta».
Però le
spedizioni costano!
«Be’, la libertà
costa. L’alpinismo estremo è dispendioso e pieno di imprevisti. Come molti
colleghi, ho dovuto cercare degli sponsor. Ne ho trovati di importanti, in
Ticino e a livello internazionale. Ma per me era innanzitutto una passione, un
mestiere a somma zero: tutto quello che ricevevo, lo rispendevo per le
spedizioni. Solo più tardi sono iniziate le collaborazioni remunerative».
Quali per
esempio?
«Ho lavorato con
aziende del settore per progettare piccozze e piumini; ho contribuito alle
prime giacche in Gore-Tex studiate in Italia. Nel 1986 mi chiamò Scarpa per
gestire il mercato svizzero. Pian piano divenne un’attività seria, con diversi
dipendenti; poi mi occupai anche del mercato tedesco. Se hai stabilità
economica, alla vita sorridi meglio. Ma ricordati: la libertà non ha prezzo».
Da guida, il rischio
cambia natura?
«Quando
accompagni un cliente in una situazione estrema, gli trasmetti inevitabilmente
il tuo rapporto con il pericolo. Devi farlo, per permettergli di raggiungere
l’obiettivo che ha nel cuore e per cui ti ha cercato. A volte, anche se hai
delle riserve, cerchi di spingerti un po’ oltre: glielo devi, perché vedi che
il cliente sta vivendo la sua sfida proprio attraverso di te».
Ma sei
responsabile anche della sua vita...
«Con un amico il
rapporto è alla pari: avete le stesse competenze e correte lo stesso pericolo.
Con un cliente, invece, la responsabilità della sicurezza ricade interamente su
di te. Il tuo obiettivo assoluto è riportarlo a casa sano e salvo. Lo guidi
passo dopo passo e, quando mancano pochi metri alla vetta, ti fai da parte per
lasciare a lui l’onore di toccare la cima. Molti clienti sono poi diventati
miei grandi amici».
Entrano in
gioco anche le coperture assicurative?
«Come guida
alpina ho sempre saputo quanto fosse importante premunirsi di un’assicurazione
di responsabilità civile. Fortunatamente, in tutta la mia carriera, non ho
dovuto usarla perché non ho mai avuto incidenti».
E una polizza
sulla vita?
«Al contrario,
nessuna compagnia ha mai accettato di stipulare una polizza sulla vita a mio
nome».
Dove finisce
il rischio calcolato e comincia l’azzardo?
«Nelle scalate
più estreme cerchi di calcolare ogni dettaglio. Ti affidi alla preparazione,
all’esperienza e alla conoscenza. C’è però quella sana follia che ti spinge a
dire: ‘Adesso mi spingo ancora un po’ oltre’. È la forza che ti fa avanzare.
Purtroppo, capita almeno una o due volte di superare davvero il limite. In quei
momenti l’esposizione al pericolo è totale: devi saperla gestire, ma è quasi
impossibile».
A te quando è
successo?
«Sul Makalu, nel
1980, durante un’invernale a meno 60 gradi. Ero a 7.400 metri, investito da un
vento inconcepibile: appena mi giravo, la traccia dei miei passi era già
scomparsa. A quel punto non è più una sfida con te stesso o con le tue
capacità. Cammini, ma è come se ti vedessi dall’esterno; perdi quasi la
coscienza di te. A un certo punto ricordo di aver pensato: ‘Va bene così. Se
finisce qui, finisce qui. È stata una mia scelta’».
Si spegne
l’istinto di sopravvivenza?
«Non sto parlando
di rassegnazione, che in quelle situazioni sarebbe fatale. Lassù diventi quasi
un animale, come un camoscio: eviti il pericolo per istinto puro. Il rischio
diventa qualcosa che percepisci con l’olfatto, quasi come un profumo; più
accumuli esperienza, più ti entra nel sangue. Non si tratta semplicemente di
evitarlo, ma di imparare a sentirlo. Sul Makalu ero entrato in una dimensione
ulteriore. Se così si può dire, spirituale».
Chi sono stati
i tuoi punti di riferimento?
«Riccardo Cassin,
di cui mi reputo figlio adottivo: scrivilo, ci tengo molto. E Walter Bonatti.
Li stimavo profondamente: erano due ribelli. Cassin faceva il fabbro ferraio a
Lecco. Il giornalista ticinese Guido Tonella lo provocò definendo lo Sperone
Walker l’ultimo baluardo inviolato delle Alpi. Gli spedì una cartolina di
quella muraglia. Lui si presentò sotto la montagna con la cartolina in mano e
conquistò la vetta. Pura leggenda».
Sull’Everest
ti rompesti una caviglia a oltre seimila metri. Come tornasti?
«Fu allucinante.
Ma c’è un dettaglio fondamentale sulla percezione del pericolo: quando ti
capita un incidente così in alto, il dolore fisico passa in secondo piano. Il
vero, immenso problema diventa la sopravvivenza, il riuscire a tornare a valle.
Ricordo quei dodici chilometri e oltre di discesa infinita, poi la marcia sul
dorso di uno yak. Una situazione quasi irreale. La vera consapevolezza del rischio
si misura proprio dalla durezza dei ritorni che affronti dopo averlo sfidato».
Ne è valsa la
pena?
«Ho passato
un’intera vita con la gioia di fare esattamente ciò che desideravo. Ho
trasformato la mia passione in un lavoro che mi ha permesso di vivere, senza
fare troppi calcoli o pianificazioni. E questo mi è bastato».
