«Abbiamo speso senza sapere da quale borsello prendere i soldi»

A pochi giorni dalla presentazione del Preventivo 2027 del Cantone, la Camera di commercio (Cc-Ti) torna a lanciare l’allarme sulla tenuta delle finanze pubbliche ticinesi. Il presidente Andrea Gehri parla di una situazione che non può più essere rimandata e chiede alla politica di intervenire prima che gli squilibri diventino ancora più difficili da correggere. «Siamo a cinque minuti da mezzanotte, forse anche meno», avverte Gehri, secondo cui serve un «patto di Paese» che coinvolga Governo, Parlamento, partiti, economia e sindacati per definire un percorso di rientro e una nuova strategia per le finanze cantonali.
Signor Gehri, perché l’economia è così preoccupata per l’andamento dei conti pubblici?
«Semplicemente perché stiamo parlando di un grave problema che è già presente e che non può più essere rimandato. Finora è mancato il coraggio di affrontarlo. Il Cantone vive da anni al di sopra delle proprie possibilità e continuare a ignorare questa realtà significa accumulare debiti. Debiti che, prima o poi, qualcuno dovrà pur pagare! Vogliamo lasciare questa eredità ai nostri giovani?».
Qual è la posta in gioco per i cittadini e le imprese?
«Direi il futuro stesso del Canton Ticino. Se le finanze cantonali perdono equilibrio, diminuisce automaticamente la capacità di investire, di sostenere la crescita economica e di finanziare i servizi pubblici di cui i cittadini hanno bisogno. In gioco anche la qualità della vita e le opportunità che vogliamo garantire alle prossime generazioni».
Lanciate il vostro appello a qualche giorno dalla presentazione del Preventivo 2027. Perché?
«Perché riteniamo che questo sia forse l’ultimo momento per poter agire concretamente. Questo ragionamento, a mio avviso, andava fatto molto prima. Aspettare ancora significherebbe però arrivare all’emergenza assoluta e dover prendere decisioni magari affrettate, sicuramente dolorose. Serve un patto di Paese: che tutti si siedano attorno a un tavolo – Governo, Parlamento, partiti, economia, sindacati – affinché si corregga la traiettoria».
Che cosa vi aspettate dal preventivo 2027?
«Ci aspettiamo sicuramente coraggio e soprattutto una certa leadership nell’impostare un percorso di rientro. Occorre indicare una strada, individuare una strategia, stabilire delle priorità e avere una visione chiara su quali prestazioni il Cantone vorrà e potrà garantire in futuro e con quali risorse. Finora ho l’impressione che abbiamo speso senza sapere prima da quale borsello andare a prendere i soldi».
Dove bisogna intervenire? La simmetria dei sacrifici cui giunge spesso la politica non basta più?
«Bisogna avere il coraggio di riesaminare, senza tabù, l’intera crescita della spesa pubblica. La spesa pubblica sta crescendo a ritmi che non sono più sostenibili, nonostante le entrate fiscali abbiano comunque registrato una crescita. L’economia si assume le proprie responsabilità, ma non può essere chiamata continuamente ad aumentare i propri tributi perché non ci sono più le condizioni quadro per farlo. Ogni prestazione, ogni progetto e ogni nuovo onere devono essere valutati alla luce della loro sostenibilità finanziaria. La revisione dei compiti dello Stato è quindi un primo passo fondamentale che deve essere messo in atto».
Nella vostra riflessione indicate una «regola elementare»: prima di assumere nuove spese, autorità e cittadini devono essere informati compiutamente. Qual è il nodo?
«Questo è uno dei grandi problemi. Non si possono proporre iniziative senza sapere dove reperire i fondi necessari per finanziarle. Serve, quindi, responsabilità da parte della politica, e serve anche che i cittadini abbiano a disposizione il quadro completo per poter prendere una decisione con scienza e coscienza. Non si possono vendere illusioni. Per poter finanziare delle prestazioni, bisogna sapere esattamente dove si vanno a prendere i fondi».
I toni del vostro intervento sono piuttosto preoccupati.
«A giusto titolo. Direi che oggi siamo a cinque minuti da mezzanotte, forse anche meno. La domanda è se effettivamente la politica si renda conto di questa situazione e, soprattutto, se abbia il coraggio finalmente di affrontare il tema in modo serio, insieme a tutti i partner».
Il consuntivo 2025 indica un disavanzo di 32, 5 milioni di franchi. Lo scenario che evocate, invece, è molto più cupo. Perché?
«È vero, il 2025 si è chiuso con un deficit di 32,5 milioni di franchi. Ma, se escludiamo le entrate straordinarie, la situazione è decisamente più preoccupante. Uno studio di Renato Mondada e Samuele Vorpe, presentato durante la giornata di studio dedicata alla fiscalità e alla finanza pubblica, stima infatti un disavanzo strutturale nell’ordine dei 200 milioni di franchi annui, una volta considerati separatamente la quota sull’utile della BNS e le sopravvenienze fiscali. A questo si aggiungono gli oneri derivanti da decisioni che sono già state prese e che, nei prossimi anni, avranno un impatto stimato tra i 350 e i 400 milioni di franchi all’anno. E c’è un ulteriore elemento di cui tenere conto: i proventi della Banca nazionale, come pure le sopravvenienze fiscali, come abbiamo già visto, non sono garantiti e quindi non possono essere considerati una fonte di finanziamento strutturale. Quando arrivano, a nostro avviso, dovrebbero essere utilizzati per investire, sostenere progetti strategici e rafforzare la capacità del territorio di generare sviluppo, non per coprire spese correnti o compensare squilibri strutturali. Altrimenti si rischia semplicemente di rinviare il problema, senza affrontarne le cause».
