Stati Uniti

Adesso i democratici sono pronti a cambiare le regole per l'elezione alla Casa Bianca

Il controllo di governatori e Parlamenti locali di un’ampia maggioranza di Stati permette di puntare verso l’approvazione del «Compact» che sancirà la scomparsa dei "Grandi elettori" e l'indicazione del presidente sulla base unicamente del voto popolare - Per il Paese è un’innovazione epocale
I democratici vogliono cambiare il sistema elettorale per la Casa Bianca. © SARAH YENESEL
Dario Campione
06.11.2026 22:56

L’onda blu delle elezioni di midterm, oltre a travolgere il partito repubblicano, potrebbe favorire una delle riforme di cui negli Stati Uniti si parla da decenni: l’elezione del presidente sulla base unicamente del voto popolare.

La conquista dei Parlamenti statali da parte dei democratici ha infatti aperto la strada alla possibilità di sostituire - di fatto e non di diritto, senza cioè la necessità di modificare la Costituzione - il «collegio elettorale» con un voto popolare nazionale in tempo per le elezioni presidenziali del 2028.

In sostanza, i democratici sono in grado adesso di cambiare radicalmente il modo in cui gli Stati Uniti eleggono il proprio presidente, ponendo fine (anche se solo temporaneamente) alla possibilità di vincere la corsa alla Casa Bianca senza aver ottenuto la maggioranza dei voti nel Paese, così come accaduto con George W. Bush nel 2000 e con Donald Trump nel 2016.

Il meccanismo

La questione è complessa, e va spiegata. Partendo dal meccanismo stesso pensato per mettersi alle spalle il sistema del «collegio elettorale» introducendo, nel contempo, la maggioranza del voto popolare: il National Popular Vote Interstate Compact. Un’intesa che modifica il modo in cui sono assegnati i grandi elettori.

La Costituzione concede agli Stati il potere di stabilire autonomamente come nominare i grandi elettori. E nessuna legge federale obbliga uno Stato a darli al candidato che vince al suo interno. Il “patto” sfrutta questa libertà. Gli Stati aderenti si impegnano infatti ad assegnare i grandi elettori al vincitore del voto popolare nazionale, indipendentemente da chi vinca nel proprio territorio. Quando gli Stati aderenti all’accordo hanno insieme almeno 270 grandi elettori, cioè la maggioranza del collegio, lo stesso accordo è esteso automaticamente a tutta la nazione. Il patto vale per una sola elezione e dev’essere approvato entro il 20 luglio dell’anno elettorale.

Perché oggi si può

L’onda blu che si è riversata sugli Stati Uniti con le elezioni di midterm ha permesso ai democratici di conquistare i governatorati ed entrambe le Camere statali in Michigan, Nevada, Pennsylvania e Wisconsin. Quattro Stati che potrebbero aggiungersi ai 18 che hanno già aderito al National Compact: California, Colorado, Connecticut, Delaware, Hawaii, Illinois, Maine, Maryland, Massachusetts, Minnesota, New Jersey, New Mexico, New York, Oregon, Rhode Island, Vermont, Washington e Virginia, oltre a Washington D.C.

Gli Stati aderenti sono tutti a guida democratica. Il sostegno al patto è stato finora soltanto dem, nessun governatore repubblicano ha mai firmato l’adesione. Con le nuove maggioranze democratiche in Pennsylvania (19 grandi elettori), Michigan (15), Wisconsin (10), Nevada (6) e forse Arizona (11), il patto potrebbe arrivare a 283 grandi elettori. Il prossimo presidente degli Stati Uniti potrebbe essere il primo scelto unicamente con il voto popolare.

«I legislatori degli Stati chiave hanno dichiarato giovedì di aver già iniziato a discutere sulla possibilità di aderire al patto dopo l’insediamento delle nuove assemblee statali - ha scritto il New York Times - tra i democratici c’è fiducia che tutto questo possa succedere prima del 2028». Si tratterebbe di un cambiamento epocale. «Il momento è giusto - ha detto al giornale newyorkese Carrie Rheingans, deputata dem del Michigan - Lo tsunami blu aiuterà davvero a far progredire questa situazione in tutta la nazione».

Iniziative e dubbi

Alcuni eletti democratici di Pennsylvania, Michigan, Wisconsin, Nevada e Arizona hanno già presentato mozioni per aderire al patto o dichiarato di essere intenzionati a farlo appena possibile. Nulla, però, può essere dato per scontato. Sempre oggi, il portale di informazione politica Axios ha ad esempio ricordato come lo Stato del Michigan non abbia approvato la sottoscrizione dell’accordo nel biennio 2023-2024, quando pure entrambe le Camere statali erano a maggioranza democratica. Alla fine del maggio 2019, il governatore democratico del Nevada, Steve Sisolak, mise il veto all’adesione al patto per il voto popolare nazionale votato dai Parlamenti statali un mese prima dicendo che avrebbe potuto ridurre l’influenza dello Stato sulle elezioni presidenziali.

Non mancano nemmeno dubbi da parte di alcuni giuristi. Derek T. Muller, professore di Diritto elettorale alla Notre Dame Law School di South Bend, in Indiana, ha spiegato sempre ad Axios che il patto sarebbe incostituzionale senza l’approvazione del Congresso; approvazione che, a detta di Muller, è richiesta dalla cosiddetta Clausola del Patto (Compact Clause), una norma costituzionale che vieta agli Stati di stringere accordi tra loro, o con governi stranieri, senza il consenso del Congresso. Una clausola, però, che con la schiacciante maggioranza ottenuta adesso dai democratici alla Camera e al Senato potrebbe facilmente essere superata.