Altri due vescovi anti-Trump: Prevost insiste a cambiare la Chiesa USA

Mentre la diplomazia si rimette in moto, tra Stati Uniti e Santa Sede i segnali di tensione non si placano. E stavolta, a dare un’indicazione chiara è stato il Papa, con le ultime nomine vescovili. A metà aprile, in uno dei post pubblicati in piena notta, il presidente Donald Trump aveva insultato il pontefice definendolo «debole» e «pessimo in politica estera» dopo che questi aveva criticato nuovamente le azioni di guerra in Iran, e aveva anche sostenuto la tesi che i cardinali in conclave avessero eletto Prevost alla guida della Chiesa cattolica unicamente per contrapporsi alla Casa Bianca.
Ai giornalisti che, l’indomani, gli chiedevano se volesse tornare indietro sulle cose dette un po’ sopra le righe, Trump aveva risposto tagliando corto: «No, non lo farò, Papa Leone ha detto cose sbagliate».
La missione a Roma
A tre settimane di distanza, la Segreteria di Stato tenta di metterci una toppa. Giovedì prossimo, nel corso della sua visita ufficiale a Roma, il cattolico Marco Rubio sarà ricevuto in Vaticano, sia dal Papa sia dal cardinale Pietro Parolin. Il tentativo di ricucitura è evidente. Nessuno, a Washington, al di là delle uscite estemporanee di Trump, sembra essere interessato ad alimentare incomprensione e ad allungare le distanze. E anche Roma vuole soprattutto evitare divisioni fra i cattolici americani, la maggior parte dei quali si è comunque schierata senza esitazioni con Leone XIV.
Venerdì scorso, però, con una mossa a sorpresa, il pontefice ha reso note le nomine di quattro nuovi vescovi: due ausiliari nella capitale federale e i titolari delle diocesi di Laredo, in Texas, e di Wheeling-Charleston, in West Virginia. E proprio quest’ultimo, monsignor Evelio Menjivar-Ayala, finora ausiliare dell’arcidiocesi metropolitana di Washington, è stato il nome che ha di nuovo riempito le cronache politiche negli USA.
Nato il 14 agosto 1970 a Chalatenango, in El Salvador, Menjivar-Ayala entrò negli Stati Uniti clandestino dentro il bagagliaio di un’auto nel 1990. Nel Paese d’origine, durante la guerra civile, era stato preso di mira con la famiglia mentre fuggiva da casa. Dopo due tentativi falliti di raggiungere gli USA, ostacolati dalla deportazione e da una guida che aveva abbandonato il gruppo di migranti al suo destino, riuscì finalmente a farcela al terzo colpo, nonostante una breve prigionia in Messico e una durissima traversata del deserto. Diventato cittadino statunitense nel 2006, lo scorso anno - in una lettera pubblicata sul National Catholic Reporter - aveva denunciato la repressione decisa da Trump e chiesto ai lettori di sostenere migranti e rifugiati che venivano presi di mira. «A coloro di voi che tacciono o pensano che questo non vi riguardi, a coloro che non sono turbati da questo - o peggio, che lo applaudono - in particolare a coloro che sono cattolici, chiedo: Non vedete la sofferenza dei vostri vicini? Non vi rendete conto del dolore, della miseria e della paura e dell’ansia molto reali che queste ingiuste operazioni e politiche governative stanno causando? La vostra coscienza non è turbata? Come fate a stare zitti?».
Ma a far discutere gli analisti e la stampa americana è stata anche un’altra nomina: quella del reverendo Robert Paul Boxie III, 46 anni, finora cappellano della Howard University, ad ausiliario di Washington: il vescovo più giovane degli Stati Uniti.
Laureato alla Harvard Law School, Boxie ha definito gli attacchi di Trump e dei conservatori alla diversità «antiamericani» e «non cristiani», e ha espresso preoccupazione per gli sforzi dell’amministrazione repubblicana di eliminare i programmi di diversità, equità e inclusione (DEI).
«Gli attacchi alla DEI sono frustranti, soprattutto nel momento che stiamo vivendo - ha detto il giovane vescovo all’agenzia di stampa cattolica Our Sunday Visitor - Siamo una nazione diversificata con persone da tutto il mondo. La diversità è una cosa positiva. La diversità è di Dio».
Nomi non casuali
Greg Erlandson, storico editorialista per importanti testate cattoliche ed ex direttore del Catholic News Service, ha scritto in un messaggio di testo al Washington Post che, pur non avendo mai incontrato Menjivar o Boxie, crede che «queste nomine non siano un caso. In questo momento di tensione causata dalle politiche dell’amministrazione Trump riguardo all’immigrazione e alla DEI, papa Leone ha silenziosamente affermato la posizione della Chiesa sia riguardo agli immigrati sia alla giustizia razziale - ha scritto ancora Erlandson - Il messaggio del pontefice è chiaro: i pastori non scappano dalle sfide del Vangelo. E non si nascondono nemmeno dalle controversie».
