ARP, è finito il primo tempo

Il primo tempo della tortuosa e lunga partita della riforma delle Autorità regionali di protezione (ARP) è concluso. Il Parlamento, senza scossoni, ha approvato praticamente all’unanimità il rapporto della Commissione giustizia e diritti che stabilisce l’organizzazione e il finanziamento del settore. Il primo passo verso un cambio di paradigma – le ARP passeranno da organo amministrativo ad autorità giudiziaria a tutti gli effetti – così come deciso dal popolo nel 2022 (con un’ampissima maggioranza), è dunque realtà.
I due tronconi
La cantonalizzazione delle attuali Autorità di protezione, che diventeranno delle Pretura al termine dell’iter politico, passa da due tronconi: il primo, quello votato ieri, riguardava l’organizzazione e il finanziamento. Il secondo definirà invece l’effettivo funzionamento delle Preture, e quindi la legge che dettaglierà l’attività delle nuove autorità giudiziarie.
Il primo a prendere la parola in aula è stato Alessandro Mazzoleni, presidente della Commissione e relatore. «Si tratta di una riforma fondamentale», ha sottolineato il leghista. «Una delle più importanti delle ultime Legislature in campo giudiziario», sia per la portata organizzativa del nuovo modello, sia per le conseguenze sulle persone toccate dalla riforma. Mazzoleni, in conclusione, ha ricordato al Parlamento che il lavoro non è ancora concluso. «Rimangono da definire gli aspetti procedurali e soprattutto bisogna esaminare al più presto i servizi di appoggio delle ARP». Perché, ha chiosato, «è inutile approvare riforme se poi non disponiamo di servizi adeguati per eseguirle». Il riferimento, in questo caso, va al previsto potenziamento dell’Ufficio dell’aiuto e della protezione (UAP), che sostanzialmente esegue e monitora le decisioni emanate dalle ARP. Il Parlamento ha stabilito che serviranno 10 unità a tempo pieno in più, con un costo di 1,7 milioni. Il Governo, invece, avrebbe preferito agire solamente dopo la messa a regime del progetto.
I cantieri aperti
A entrare nei dettagli di questa prima parte di riforma è quindi stata la co-relatrice Sabrina Gendotti (Centro), che ha inizialmente quantificato il numero di decisioni prese ogni anno dalle Autorità di protezione: circa 12 mila. Negli anni, come ha ricordato, sono però sorti numerosi limiti dell’attuale modello: differenze di prassi, risorse diseguali tra i Comuni, organico non sempre sufficiente. «La riforma permette di passare dalle attuali 16 autorità di competenza comunale a 4 autorità giudiziarie di prima istanza di competenza cantonale», ha osservato. Il tutto, a beneficio dell’uniformità delle competenze, mentre spariranno le disparità di trattamento. Gendotti ha quindi toccato un punto centrale contenuto nel rapporto, ossia il fabbisogno di personale. Nel rapporto appena approvato, viene indicato che il Governo dovrà tenere un approccio parsimonioso, e che si valuterà il fabbisogno due anni dopo l’entrata in vigore delle Preture di protezione. La co-relatrice ha poi ricordato i tre cantieri ancora aperti: quello logistico (l’Esecutivo deve trovare 4 sedi), quello legislativo (la legge di procedura è al vaglio della Commissione) e il già citato potenziamento della rete.
Da parte sua, la co-relatrice Simona Genini (PLR) ha evidenziato come le ARP siano legate al delicato tema della fragilità umana. Serve, dunque, grande equilibrio e attenzione da parte di tutti. Fatta questa premessa, la deputata liberale radicale si è concentrata anche sul tema del finanziamento, «uno degli ostacoli» affrontati nel corso dell’iter politico. Il costo della riforma sarà inizialmente suddiviso fra Cantone (circa 13,4 milioni) e Cantone (6,2 milioni). Ma in Commissione, come ha richiamato ancora Genini, è stato trovato un compromesso. Dopo un periodo transitorio di due anni, la riforma verrà resa neutrale per i Comuni a livello finanziario. Sarà infatti il Cantone ad assumersi la totalità dei costi. Di rapporti fra i due livelli istituzionali ha parlato anche un’altra co-relatrice, Daria Lepori. La socialista ha evidenziato che anche in futuro i Comuni svolgeranno un ruolo importante grazie alla loro prossimità. Ora, ha aggiunto, in vista della seconda tappa verso la riforma delle ARP, è necessario proseguire il dialogo fra Governo e Parlamento, «anche perché l’attuazione del progetto non può prescindere da un’analisi della situazione attuale».
No alle logiche partitiche
Roberta Soldati (UDC) ha invece puntato sulle nomine dei futuri pretori. La co-relatrice ha infatti chiesto che il processo di nomina – che spetterà al Gran Consiglio – sia articolato, e richieda ai candidati competenze trasversali, umane e non solo tecniche, proprio perché si va a incidere «sui rapporti familiari e sui diritti fondamentali delle persone». E per attingere a un bacino più ampio, ha osservato, bisognerà uscire dalla logica della ripartizione partitica.
Il co-relatore Marco Noi (Verdi) ha concluso il dibattito lodando il sostegno politico trasversale alla riforma. Un passo, quello appena compiuto, che tuttavia «non risolve tutte le questioni. Servono una serie di servizi cantonali ma anche sul territorio» affinché le future Preture di protezione funzionino davvero.
Dopo il dibattito, a cui non ha partecipato il Governo, il voto –senza storia – del Parlamento. Il primo tempo della lunga riforma delle ARP è terminato. Ora, spazio al secondo, che potrebbe essere altrettanto lungo.
