Basilea, punto di riferimento per il plurilinguismo in Svizzera

A Basilea la lingua italiana continua ad avere una presenza riconoscibile, quindi anche fuori dal Ticino. La si ritrova nella scuola, nei licei, all’Università, nelle iniziative culturali e nel lavoro di chi la insegna a studenti cresciuti nella Svizzera tedesca. Non è un dato scontato in una città dove il tedesco domina la vita quotidiana e dove anche l’inglese pesa sempre di più nei percorsi di studio. Nelle aule universitarie e nelle scelte di chi decide di approfondirlo, l’italiano non è rimasto legato alla sola memoria familiare, ma è ormai radicato nella vita educativa e culturale della città.
Il lavoro del Cantone
Il consigliere di Stato Mustafa Atici, responsabile dell’istruzione di Basilea Città, parte da un punto essenziale. «Il multilinguismo è sancito dalla Costituzione federale svizzera. Le lingue nazionali fanno parte della nostra identità istituzionale». Per questo, aggiunge, «sono saldamente inserite nel sistema educativo», anche in una fase segnata da nuove migrazioni e dalla crescente importanza dell’inglese. Su questo principio il Cantone fonda le proprie scelte scolastiche. Il responsabile cantonale richiama poi il Lehrplan 21 e insiste sul fatto che «i bambini imparino insieme in classi ordinarie», così da evitare percorsi separati e rafforzare la coesione sociale. In questa impostazione l’italiano è presente al livello Secondario I come parte dell’offerta regolare, mentre al Gymnasium può essere scelto come materia di base, principale oppure opzionale. A questo si aggiungono i corsi di Lingua e cultura d’origine, gli HSK, proposti come programma integrativo volontario. Nella scuola dell’obbligo, osserva Atici, la quota di allievi che scelgono l’opzione di italiano è rimasta stabile negli ultimi anni, mentre nei licei il numero di chi la seleziona come materia principale «è aumentato leggermente». Non è una crescita vistosa, ma in una realtà germanofona conferma che questa scelta mantiene un rilievo concreto.
Le origini accademiche
All’Università di Basilea questa presenza ha una lunga storia. Gabriele Bucchi, professore di letteratura italiana, ricorda che «l’insegnamento di letteratura italiana a Basilea è il più antico istituito in un’università svizzera e risale al 1825». All’origine, precisa, non c’era ancora una cattedra nel senso moderno del termine: si poteva contare sugli insegnamenti di lingua e letteratura tenuti da Luigi Picchioni, patriota ed esule del Risorgimento, rifugiato in Svizzera. In quegli anni l’ateneo era una realtà ancora piccola e a quelle lezioni guardavano giovani di facoltà diverse, attratti dal patrimonio culturale italiano e sensibili anche al richiamo dell’Unità. Angela Ferrari, professoressa di linguistica italiana e direttrice del Seminario di Italianistica, ricostruisce invece il percorso più recente. «Da quando sono arrivata a Basilea, più di vent’anni fa, la situazione è cambiata notevolmente». In un primo momento, spiega, la disciplina faceva parte del Romanisches Seminar, insieme a francese e spagnolo. In seguito - erano attivi Maria Antonietta Terzoli e Ottavio Lurati - è diventata un seminario indipendente e poi è entrata nel Dipartimento di lingue e letterature moderne. Quel passaggio, ricorda, all’inizio era stato guardato con qualche timore, ma «si è di fatto configurato come un’opportunità». Oggi l’italianistica, precisa, «ha uno statuto paritario» rispetto agli altri seminari e collabora con essi «in tutti gli ambiti», dall’insegnamento alla ricerca fino all’amministrazione. Il Seminario offre Bachelor, Master e Dottorato e partecipa anche a percorsi condivisi, come il Master in Lingua e comunicazione e quello in letterature comparate. La direttrice richiama un elemento concreto: «Tranne in occasioni specifiche che riuniscono studenti di altri seminari, tutti i nostri corsi sono offerti in italiano». In una sede universitaria della Svizzera tedesca questo aspetto è decisivo. L’italiano non è solo oggetto di studio, ma anche lingua di lavoro, con cui si discutono i contenuti e lo stile dei testi lungo l’intero percorso formativo. Da una parte c’è la linguistica, con il lavoro sulla qualità della comunicazione, sulle varietà dell’italiano contemporaneo, su quello ufficiale della Confederazione e sulla didattica della scrittura. Dall’altra c’è la letteratura, che copre l’intero arco storico, dal Medioevo al presente, e che, come ricorda Gabriele Bucchi, punta a mantenere «un contatto vivo e produttivo» con i classici.
Oltre la «torre» universitaria
Su queste premesse, il Seminario ha costruito rapporti con istituzioni federali, cantonali e cittadine. Sul versante linguistico, la ricerca sull’italiano ufficiale svizzero ha portato a collaborazioni con la Cancelleria federale di Berna, con il Centro di competenza per la lingua facile e con il Servizio dell’informazione e della comunicazione del Consiglio di Stato ticinese: da qui sono nati convegni, corsi di aggiornamento per traduttori e redattori della Confederazione, linee guida per la scrittura amministrativa e un progetto dedicato alla scrittura nelle scuole medie della Svizzera italiana. Sul versante letterario si sono aggiunte iniziative di lettura e discussione di romanzi contemporanei aperte alla cittadinanza, insieme a un rapporto costante con i licei di Basilea, con il Consolato italiano, con il Comites e con l’ASRI. Per entrambe le discipline continua il lavoro nel Forum per l’italiano in Svizzera. «La sfida sta nel non chiudersi nella torre delle nostre ricerche e delle nostre lezioni, ma nel continuare a portare la lingua italiana e le nostre tematiche di ricerca anche fuori dalle mura dell’università», sostiene la direttrice. Nel Seminario gli iscritti sono circa sessanta, con studenti provenienti dalla Svizzera italiana, da quella tedesca e dall’Italia. Nel primo anno italofoni e non italofoni seguono percorsi distinti, poi il cammino si unifica. Ai germanofoni vengono offerti corsi avanzati di grammatica e si consiglia anche un periodo di studio in Ticino o in Italia. Alla fine del percorso, la maggior parte raggiunge il livello di italiano C2. «Nei corridoi e in caffetteria si parla italiano». Per molti studenti l’italiano continua anche fuori dall’aula, nelle ore trascorse insieme, nelle amicizie e nei viaggi studio.
L’identità
Dario Coviello, cresciuto a Basilea da madre svizzera e padre italiano del Cilento, racconta un’infanzia e un’adolescenza trascorse in un contesto germanofono. «Posso dire di aver vissuto in un ambiente soprattutto di lingua tedesca». Con la madre parlava il dialetto basilese, con il fratello il tedesco standard, mentre l’italiano restava legato alla famiglia e al mese di vacanze estive trascorso ogni anno in Italia. «L’ho scelto anche per motivi di identità». All’ateneo cittadino ha conseguito un dottorato in Linguistica italiana e oggi insegna italiano in un liceo linguistico e artistico. «Di recente ho portato i ragazzi a seguire una lezione al seminario di italianistica». Osserva che questi studi attirano studenti germanofoni certamente per l’interesse verso la lingua e la cultura della Penisola, spesso legato alle origini familiari, ma anche per gli sbocchi professionali che offrono. Ne è convinta anche Céline Emch, oggi al master. L’italiano lo aveva scelto già al liceo, ma la decisione di farne un percorso universitario è maturata durante una giornata informativa, ascoltando docenti e dottorandi del Seminario. È lì, racconta, che ha capito come «studiare italiano non significhi solo imparare una lingua, ma entrare in un universo culturale e scientifico molto più ampio». Un’intuizione che nel tempo ha ampliato il suo orizzonte professionale, inizialmente rivolto all’insegnamento e oggi aperto anche alla comunicazione, al giornalismo e alla traduzione. Per questo considera essenziale che l’italiano resti presente nelle università svizzere: «Mi sembrerebbe contraddittorio studiare lingue straniere come lo svedese e non una delle lingue ufficiali del Paese». Non solo dei territori italofoni Angela Ferrari ricorda che gli studi di italianistica formano alla scrittura, all’argomentazione, alla lettura critica e alla capacità di contestualizzare, competenze preziose oltre l’insegnamento. Le cattedre di italianistica fuori dal Ticino sono cruciali per l’intera Confederazione e rappresentano «un presidio inaggirabile per il plurilinguismo svizzero», perché ribadiscono che questa lingua non appartiene soltanto ai territori italofoni. Sul piano giuridico le lingue ufficiali hanno pari dignità, ma nella pratica un pieno equilibrio è ancora lontano. L’italiano, avverte, «va sostenuto, sempre», con lavoro, sensibilità e risorse. Se a livello istituzionale federale, negli ultimi anni, la presenza dell’italiano è cresciuta molto, per quanto riguarda i cantoni della Svizzera tedesca «c’è ancora molto lavoro da fare».
