Berna

Bilaterali III, serve la doppia maggioranza

Il pacchetto di accordi con l'UE sarà sottoposto a referendum obbligatorio: lo ha deciso il Consiglio degli Stati, approvando due diverse vie per coinvolgere i Cantoni – Palla al Nazionale – Cassis è critico: «Crea un precedente» – Nei rapporti con Bruxelles il Parlamento dovrà essere più coinvolto
©ALESSANDRO DELLA VALLE
Luca Faranda
30.09.2026 23:00

Doppia maggioranza di popolo e Cantoni. Solo così, per i «senatori», si può garantire la più ampia legittimazione democratica per gli accordi tra la Svizzera e l’Unione europea. Dopo ore di dibattiti, l’idea di sottoporre l’intesa alla sola maggioranza del popolo è stata respinta per 23 voti a 17 e tre astenuti.

Serve un ostacolo in più. Per questo motivo, i «senatori» hanno dato il via libera a due diverse strade che portano alla stessa meta: la doppia maggioranza.

Quattro vie

Con il referendum obbligatorio, infatti, la soglia di difficoltà alle urne si alza: per avere anche la maggioranza dei Cantoni l’esperienza insegna che servirebbe il consenso del 55% dei votanti (e non il 50% più un voto come nel caso di un referendum facoltativo).

Ma come ci si è arrivati? Sul tavolo c’erano quattro vie: referendum facoltativo (solo maggioranza della popolazione, una prassi applicata anche per i Bilaterali I e II) e altre tre strade che portavano alla doppia maggioranza: la richiesta diretta di un referendum obbligatorio (ritirata ieri pomeriggio), il referendum «sui generis», oppure l’inserimento di una disposizione transitoria nella Costituzione.

La maggioranza del Consiglio degli Stati, ieri sera, ha deciso di trasmettere al Consiglio nazionale entrambe le ultime due varianti. A nulla sono valsi i tentativi del consigliere federale Ignazio Cassis di convincere il plenum a indirizzarsi verso la via del referendum semplice. Per il «ministro» degli Esteri, il pacchetto va sottoposto solo al popolo per tre motivi: la Costituzione federale prevede un referendum facoltativo per gli accordi relativi alla parte di stabilizzazione del pacchetto Svizzera-UE; è in linea con la prassi seguita finora per gli accordi bilaterali I e II (il ticinese ha parlato di «coerenza e continuità»); infine, per il Governo, gli accordi non soddisfano i presupposti per un referendum obbligatorio «sui generis», che può essere applicato solo in casi eccezionali (come una grave ingerenza nella struttura interna della Svizzera).

Aumentare le chance

La maggioranza della Camera dei Cantoni ha invece deciso di preferire proprio la variante del referendum «sui generis», utilizzata solo tre volte nella storia (1920, 1972 e 1992). Poco dopo, ha pure dato il via libera (per 23 voti a 18 e due astenuti) a un’iniziativa parlamentare promossa dal «senatore» appenzellese Andrea Caroni (PLR), che chiedeva una disposizione transitoria nella Costituzione con l’obiettivo - anche qui - di sottoporre gli accordi a referendum obbligatorio (vedi articolo a lato).

Cassis si è opposto anche a questa proposta, facendo notare che «non esiste alcun precedente comparabile per questa procedura e sussiste il rischio che si crei un precedente per futuri trattati internazionali, ad esempio per gli accordi di libero scambio». Nulla da fare. I «senatori» hanno detto due volte sì e in questo modo, ora, al Consiglio nazionale arriveranno due proposte (tramite due strade diverse) per aumentare le possibilità che si vada a votare con la doppia maggioranza.

Legittimazione più ampia

A portare acqua al mulino del referendum obbligatorio ci hanno pensato pure i due «senatori» ticinesi Marco Chiesa (UDC) e Fabio Regazzi (Centro). «Una legittimazione più ampia non indebolisce una decisione. La rafforza», ha detto il democentrista. «La portata istituzionale del pacchetto di accordi è determinante, poiché modifica profondamente e per i prossimi decenni i nostri rapporti con l’Europa», ha aggiunto Regazzi.

Il bue e l’asino

Carlo Sommaruga (PS/GE), che auspicava il referendum facoltativo, non le ha mandate a dire ai colleghi, in particolare a Marco Chiesa: nel corso dei dibattiti, il democentrista ticinese aveva infatti rimproverato a quelli che sostengono il referendum facoltativo di voler cambiare le regole per ottenere il risultato sperato. «Ma qui è il bue che dà del cornuto all’asino! Ricordo che le regole vigenti prevedono il referendum facoltativo per questo tipo di accordi».

«Il fatto che il Consiglio degli Stati scelga già due vie diverse per far votare il referendum obbligatorio, mostra già che in fondo non c’è un approccio onesto. Bensì una volontà politica di creare gli ostacoli necessari per far cadere i Bilaterali III», spiega lo stesso Sommaruga al Corriere del Ticino, secondo cui - ora che la questione passa all’esame del Nazionale - «è ancora troppo presto per dire quale sarà la soluzione finale».

Sommaruga ricorda poi che 15 Cantoni (non il Ticino, ndr) su 26 si sono espressi per il referendum facoltativo. «Invocare il federalismo per avere il referendum obbligatorio è una strumentalizzazione», deplora il «senatore» ginevrino.

Una presenza a Bruxelles

Il dibattito sul referendum ha preso il sopravvento, ma non è stato l’unico tema discusso: per avere maggior peso nelle decisioni, gli Stati hanno voluto chiarire meglio il ruolo del Parlamento nei rapporti con l’UE. In futuro, a Bruxelles, sarà creata una sede distaccata dei servizi del Parlamento incaricata di seguire da vicino il processo legislativo comunitario sin dalle sue prime fasi.

Non solo. Il Consiglio federale sarà chiamato a informare le competenti commissioni sulle tappe importanti in caso di procedura formale di risoluzione delle controversie e consultarle sulle considerazioni di merito relative alla posizione svizzera.