Bruno Giussani: «L’intelligenza artificiale ci seduce perché ci permette di delegare lo sforzo di pensare»

L’intelligenza artificiale affascina, potenzia, accelera. Ma può anche manipolare, indebolire il pensiero critico e ridefinire i rapporti di potere tra cittadini, aziende e Stati. È attorno a questi temi che si è sviluppata la puntata di Radar con ospite Bruno Giussani, giornalista e autore del libro «La mente sotto assedio. Come non lasciarsi manipolare nell’era dell’intelligenza artificiale».
Tra fascino e inquietudine
Per Giussani il fascino di questa tecnologia è evidente. I chatbot e i sistemi di IA danno l’impressione di avere «dei superpoteri»: scrivono testi, analizzano documenti, elaborano immagini, velocizzano processi che prima richiedevano molto più tempo. Ma c'è anche un elemento di inquietudine: «Da un lato c'è il tipo di rapporto che stiamo sviluppando con queste macchine, dall'altro c'è la domanda chi si cela dietro l'intelligenza artificiale».
L'esposizione personale
Uno degli aspetti più delicati riguarda il livello di esposizione personale. Se già i motori di ricerca e i social network permettevano di ricostruire gusti, intenzioni e fragilità degli utenti, con i chatbot il salto è ulteriore. Non si tratta più soltanto di clic, like o cronologia di navigazione: si tratta di conversazioni vere e proprie, spesso intime e confidenziali. «Ogni dialogo diventa per la macchina un momento di apprendimento su chi siamo, cosa pensiamo, cosa temiamo e quali vulnerabilità abbiamo», sottolinea Giussani.
IA e giovani
Il tema è particolarmente sensibile quando tocca i giovani. Uno studio presentato lunedì da Pro Juventute indica che un giovane su dieci si rivolge all'IA quando ha preoccupazioni. «Da un lato parlare con una macchina può avere un effetto liberatorio per chi fatica a confidarsi o relazionarsi con altre persone. Però è anche un problema perché in questo modo non miglioriamo la nostra capacità di relazionarci con altri se ogni giorno ci confrontiamo con una macchina che risponde sempre e si presenta un po' come un amico».
Educare all'intelligenza artificiale
Da qui il tema della scuola. In Ticino si discute di inserire più informatica e più intelligenza artificiale nei programmi scolastici. Per Giussani è una buona direzione, ma incompleta. «Imparare a usare l'IA bene è importante, ma non basta. Bisogna imparare anche a capire cosa sono queste macchine, perché funzionano in un certo modo e che tipo di visione del mondo portano. Ogni chatbot è sviluppato da un'azienda diversa e nel loro codice portano le visioni del mondo dei dirigenti di quell'azienda e di chi le ha sviluppate. Che sistemi di potere ed economici ci sono dietro questi schemi? Bisogna insegnare anche queste cose per poter avere una relazione molto cosciente con queste macchine e non farsi utilizzare dalle macchine. Bisogna saperle utilizzare con distanza critica e vigilanza». È anche per questo che Giussani, nel suo libro, dice di essere un «resistenze tecnologico». Non si tratta di un rifiuto della tecnologia, ma di un atteggiamento di vigilanza permanente.
Creare leggi e regole
Un altro capitolo importante riguarda quello delle regole, che possono suscitare «molte reticenze». Per Giussani l’idea secondo cui la regolamentazione ostacolerebbe l’innovazione è una narrazione che favorisce soprattutto le grandi aziende tecnologiche. In realtà, ha ricordato, i mercati esistono proprio perché sono definiti da regole: fissano i confini della concorrenza, tutelano dagli abusi e rendono possibile un’innovazione ed un’economia sana. E se la politica rinuncia a regolare, le regole non spariscono: vengono semplicemente dettate dalle aziende che sviluppano le piattaforme.
La sovranità digitale
Da qui il collegamento diretto con la sovranità digitale. Secondo Giussani, svizzeri ed europei dipendono per due terzi da tecnologie americane, sia professionalmente che privatamente. «Siamo in una situazione di dipendenza veramente massiccia. E non si tratta di un prodotto che compriamo e usiamo come vogliamo: si tratta di architetture tecnologiche nelle quali viviamo e che ci impongono un modo di funzionare». Le piattaforme possono infatti cambiare unilateralmente le condizioni d’uso, ridefinire gli accessi, concentrare dati e potere. E in una fase in cui il rapporto tra politica americana e big tech si fa sempre più stretto, questa dipendenza diventa anche «uno strumento di proiezione del potere americano nel mondo».
Il rischio del «debito cognitivo»
Nel suo libro Giussani scrive che, per usare in modo non solo efficace ma anche consapevole sistemi che imitano il pensiero umano, bisogna saper pensare. È qui che si concentra il vero rischio. I chatbot ci seducono perché offrono una scorciatoia potente: delegare alla macchina la fatica di riflettere, capire, scrivere, scegliere. Ma più deleghiamo, meno alleniamo le nostre capacità cognitive. È quello che alcuni studiosi definiscono «debito cognitivo»: un vantaggio immediato che potrebbe trasformarsi, nel lungo periodo, in una perdita di autonomia mentale. Ed è proprio questa, secondo Giussani, la sfida decisiva: usare l’intelligenza artificiale senza lasciare che sia lei a usare noi.
