Camera della morte, un orrore da non ripetere

Sgomento e orrore: il mondo civile è rimasto totalmente senza fiato dopo la fallita esecuzione capitale di una 50enne, Christa Pike, sopravvissuta mercoledì notte a due iniezioni letali nella camera della morte del Riverbend Maximum Security Institute di Nashville, in Tennessee.
A distanza di molte ore, non è ancora chiaro perché la Pike sia rimasta in vita nonostante due dosi di 50 ml di pentobarbital, un potentissimo barbiturico ad azione rapida utilizzato anche nei casi di suicidio assistito. Poche ore dopo la fallita esecuzione, il Dipartimento penitenziario del Tennessee in una nota ha spiegato di aver seguito correttamente tutte le procedure previste, «rispettando ogni fase del protocollo previsto dalla legge e approvato dall’ufficio del procuratore generale. La sostanza utilizzata per l’iniezione letale prevista dal protocollo si è sempre dimostrata efficace e il protocollo non consente di ricorrere a procedure aggiuntive rispetto a quelle messe in atto».
Sta di fatto che la Pike non è morta, ed è stata trasferita in piena notte in una struttura sanitaria esterna al carcere. Non solo. Il governatore del Tennessee, il repubblicano Bill Lee, ha disposto una revisione delle procedure di pena capitale e ha sospeso l’altra esecuzione prevista nel 2026 e riguardante Gary Wayne Sutton, da 30 anni nel braccio della morte dopo essere stato condannato per l’uccisione di un amico e della sorella di quest’ultimo (Sutton avrebbe dovuto essere messo a morte il 3 dicembre).
Peraltro, così com’è emerso dalle inchieste della stampa americana, è la seconda volta, in pochi mesi, che il boia dello Stato del Tennessee fallisce nel suo macabro compito. Nel maggio scorso, al condannato a morte Tony Carruthers è stata concessa una sospensione della pena di un anno dopo che la squadra incaricata dell’esecuzione non era riuscita a trovare una vena per somministrargli l’iniezione letale. Secondo gli avvocati di Carruthers, sulle braccia dell’uomo era stata comunque tentata una dozzina di punture nel tentativo, inutile, di inserire la flebo.
Mercoledì, i legali di Christa Pike avevano messo in guardia da ciò che sarebbe potuto accadere: «Non abbiamo alcun piacere ad avere avuto ragione, ma le nostre preoccupazioni si sono avverate: difficoltà di accesso alle vene, pentobarbital degradato, nessun servizio medico di emergenza accessibile quando le cose inevitabilmente vanno storte, e tutto sotto un protocollo coperto da segreto», hanno detto gli avvocati alla stampa radunata fuori dal carcere dopo la fallita esecuzione.
L’agonia in diretta
Tommaso Gazzolo, associato di Filosofia del diritto all’Università di Sassari, ateneo nel quale guida il laboratorio di Law and Humanities. «A me - dice Gazzolo al Corriere del Ticino - pare che la vicenda di Christa Pike, sopravvissuta all’iniezione letale - e di cui i giornali hanno riportato la descrizione delle urla, di questa “agonia non necessaria”, come i suoi avvocati l’hanno definita - riproponga una delle contraddizioni essenziali della pena di morte: una pena che è stata giustificata, storicamente, come ciò che avrebbe abolito la crudeltà dei supplizi, una pena senza spargimento di sangue, una pena che non fa soffrire, finisce per apparire la più crudele tra le sanzioni. E forse tanto più crudele quanto più quelli che la applicano - i medici, il personale carcerario - lo fanno senza crudeltà, senza passione, senza un interesse».
Dopodiché, aggiunge Gazzolo, «occorrerebbe sempre e ancora chiedersi che cosa continui a impedirne l’abolizione, ma anche cosa impedisca al discorso abolizionista di avere successo, di riuscire realmente a imporsi nel dibattito. Sono domande difficili, e non sono convinto che abbiamo una risposta ad esse».
Tortura fisica e psicologica
Antonio Marchesi insegna Protezione internazionale dei diritti umani nel Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Teramo ed è stato presidente di Amnesty International Italia dal 1990 al 1994 e dal 2013 al 2019. Con Laterza ha pubblicato La pena di morte. Una questione di principio.
«Nel caso di Christa Pike la pena di morte appare in tutta la sua crudeltà, non solo per le modalità dell’esecuzione o del tentativo di portarla a termine - dice Marchesi al Corriere del Ticino - Da quel punto di vista, la pena di morte può qualificarsi in realtà come una forma di tortura fisica e anche psicologica, in particolare per la lunghissima attesa vissuta dalla donna, condannata a morte quando aveva 19 anni, nel 1995. Un’attesa di oltre 30 anni rappresenta sicuramente una forma di tortura psicologica. Altri aspetti rendono la vicenda ancora più connotata da crudeltà: ad esempio, la continua incertezza fino alla fine. Negli USA, la battaglia legale continua fino a pochi minuti prima dell’esecuzione. E ancora, le modalità processuali. Il caso di Christa Pike è particolarmente sconcertante: la donna ha avuto una difesa del tutto inadeguata».
Gli Stati Uniti, prosegue Marchesi, «hanno un’idea della giustizia molto diversa dalla nostra, in cui fa da padrona la “retribuzione”. C’è una distinzione netta tra buoni e cattivi, e i cattivi meritano nulla: i diritti umani sono di chi li merita, non spettano a prescindere a ciascun individuo. E il sistema di giustizia penale è in parte coerente con questa visione».
Dopo anni in cui sembrava che anche oltreoceano il dibattito sulla pena capitale potesse favorire una politica abolizionista, «negli Stati Uniti assistiamo a una recrudescenza - dice Marchesi - il numero delle esecuzioni è di nuovo, notevolmente, aumentato».
Nel 2020 e nel 2021, probabilmente anche a causa della pandemia, le esecuzioni erano state rispettivamente 7 e 8, ma tra il 2024 e il 2025 si è passati da 25 a 47. Difficilmente il caso di Nashville servirà a cambiare radicalmente le cose.
«In Italia e in Europa - spiega infatti Marchesi - vicende simili provocano indignazione, perfino orrore. L’opinione pubblica degli Stati Uniti non è invece facile da capire, e anche il dibattito sulla pena di morte si muove lungo binari differenti. Ciò che normalmente fa più breccia tra i cittadini americani è il rischio di uccidere un innocente, l’errore giudiziario. Forse perché hanno questa visione del mondo in bianco e nero, buoni e cattivi, il fatto che alla fine, per errore, possa essere ucciso un “buono” è il prezzo che non ritengono di poter pagare. Ci sono anche dinamiche politiche: la pena di morte è il cavallo di battaglia di coloro che dicono “ripuliremo le città dal crimine”, e fanno presto a usarla come argomento simbolico. Ed è un elemento identitario utilizzato da una certa politica di fronte alla paura, alla preoccupazione e alla disinformazione».
