Calcio

Caso Xhaka, l'ASF cerca di proteggere la squadra: «Era una questione privata»

Il capitano della Nazionale ha riconosciuto di aver acquistato un certificato di vaccinazione contro il COVID-19: «È stato un errore»
© Ercin Erturk
Paolo Galli
21.09.2026 19:45

«Oggi vedo chiaramente che quella strada non era quella giusta. È stato un errore. Mi dispiace». L’ammissione di colpa di Granit Xhaka è giunta oggi in tarda mattinata via social. Non era dovuta, o forse sì. Più tortuose le giustificazioni. Anche più improbabili. Ai tempi, il calciatore nutriva «forti dubbi», in merito alla vaccinazione contro il COVID-19, era «personalmente molto insicuro». Nel dettaglio: «Provavo una profonda diffidenza nei confronti del vaccino ed ero sopraffatto da paure e incertezze». Ed è allora «in questo stato d’animo agitato», che Granit ha «acquistato un certificato di vaccinazione invece di chiarire i miei dubbi attraverso le vie previste». Insomma, tutta un’altra musica rispetto a quella suonata in passato dal capitano della Nazionale svizzera. Ancora domenica, dopo la partita contro il Manchester City - persa 5-3 -, il regista del Sunderland aveva negato tutto. «Oggi ho giocato a calcio. E questo è ciò che conta per me in questo momento». La notizia, però, oltre l’ammissione, è che non giocherà le prossime partite con la Nazionale, impegnata in Nations League dapprima in Macedonia del Nord (sabato) e poi in Scozia (martedì prossimo). E chissà quando, e se, ritornerà a vestire il rossocrociato.

«Era una raccomandazione»

Prima di tornare a riassumere - perlomeno ci proveremo - le tappe del «caso Xhaka», va detto che da parte dell’Associazione svizzera di calcio (ASF), perlomeno sin qui, sono giunte parole piuttosto concilianti. Il presidente Peter Knäbel - che ha accompagnato la squadra nel ritiro di Belek, in Turchia - ha subito sottolineato le «grandi differenze» rispetto al «caso Fischer». E questo perché Granit Xhaka non aveva dovuto presentare il proprio certificato di vaccinazione per un torneo specifico o per partite ufficiali. All’epoca, come sottolineato proprio da Knäbel, l’ASF aveva emanato una raccomandazione, ma non un obbligo vaccinale. Tesi sostenuta, sempre oggi, anche da Pierluigi Tami. Il direttore delle squadre nazionali, in conferenza stampa, ha aggiunto: «Era una questione privata che non ha nulla a che vedere con la Nazionale. L’ASF non ha imposto nulla a nessuno». Né Tami né Knäbel vedono, in tutto ciò, un problema morale. Tami: «Tutti possono commettere errori, ma non tutti se ne assumono la responsabilità. Apprezzo la sua reazione». Knäbel: «Con la sua reazione, Xhaka ha dimostrato come deve comportarsi un capitano». L’ASF ha, insomma, fretta di chiudere la questione. Lo stesso Tami lo ha detto: «Per me è chiusa qui», con le scuse del giocatore. Il presidente si è limitato a una postilla: «Discuteremo di tutto il resto in futuro». L’impressione è che l’associazione voglia archiviare la pratica non tanto per salvare Xhaka, quanto per proteggere la squadra, che sta per aprire un nuovo ciclo, sempre agli ordini di Murat Yakin. Ma non sappiamo se ancora con lo stesso capitano.

Decisione rimandata

Granit Xhaka ha acquistato un certificato di vaccinazione. Ha mentito sicuramente all’opinione pubblica, ai media e, di fatto, anche ai tifosi. «Sì, sono vaccinato, quindi non avete altro da scrivere», disse per sgombrare il campo dai dubbi a marzo del 2022. Oggi riconosce di aver fatto un errore. Ma non stiamo parlando di un Granit Xhaka adolescente. Era roba di quattro anni fa, quando già viaggiava attorno ai trent’anni d’età. Lui, classe 1992, risulta vaccinato una prima volta il 25 gennaio, una seconda l’8 novembre - il giorno prima di aver giocato contro il Brighton in campionato -, sempre del 2022. Il problema è che, a firmare quei documenti, era stata una dottoressa lucernese già indagata nel 2023 per sospetti legati proprio a falsi certificati di vaccinazione. Il portavoce del giocatore, già negli scorsi giorni, aveva sottolineato la disponibilità a collaborare con le autorità «senza limitazioni e in piena trasparenza». L’ammissione di colpa va proprio in questa direzione. Ora il reato, se riconosciuto, potrebbe portare a una pena pecuniaria o, più difficilmente, detentiva (fino a cinque anni). E a livello sportivo molto dipenderà, invece, dal giudizio morale degli attori interessati, quindi da una parte il Sunderland, dall’altra l’Associazione svizzera di calcio. L’ASF ha rimandato ogni decisione in merito di qualche giorno, fino al termine dell’attuale - lunghissima - finestra internazionale. Rispondendo ai giornalisti a Belek, Peter Knäbel ha spiegato: «Accogliamo con favore la sua disponibilità ad assumersi questa responsabilità. Al termine del ritiro, discuteremo insieme su come procedere. Abbiamo preso questa decisione per mantenere aperte tutte le opzioni. A seguito di questi colloqui, che si svolgeranno in un clima di reciproca fiducia, troveremo una soluzione che soddisfi tutti».

Il carattere e le qualità

Possiamo dire che Knäbel ha esagerato quando, per giustificare in qualche modo il suo capitano - e i dubbi relativi al vaccino -, ma anche per evitare collegamenti con precedenti scandali, ha affermato: «Apprezziamo particolarmente i giocatori con carattere, soprattutto quelli con qualità come quelle di Granit Xhaka. Non lo considero un giocatore indisciplinato che oltrepassa regolarmente il limite o che attira su di sé attenzioni negative». Di sicuro c’è che Xhaka è stato - e sarebbe ancora - un giocatore importante per questa Nazionale, recordman di presenze (152, con 18 gol) e parafulmini carismatico del gruppo. Senza di lui, sarà probabilmente un’altra Svizzera. Non sappiamo se dovremo abituarci, una volta per tutte, a fare a meno di lui.