Caso Zali, «c’è una simultaneità che non appare casuale»

Il Mattino della Domenica scarica Zali. Quali scenari si aprono (e si chiudono) in chiave elettorale? L’intesa con l’UDC è sepolta? Ne parliamo con il politologo Oscar Mazzoleni.
Senza il sostegno del Mattino, il nome di Zali è ancora spendibile elettoralmente?
«È la prima volta che un potenziale candidato della Lega, soprattutto un consigliere di Stato uscente, viene apertamente avversato dal Mattino della Domenica. È un fatto inedito e un punto fondamentale. È vero che il Mattino non si dichiara organo della Lega, però il settimanale si vuole difensore da sempre degli interessi del movimento. Quindi, è difficile immaginare una Lega che non tenga conto di questa delegittimazione elettorale».
Se, per ipotesi, Claudio Zali dovesse essere in lista, quali effetti potrebbe produrre sull’elettorato leghista?
«Non si può escludere che una parte dell’elettorato possa sostenere un’eventuale ricandidatura di Zali. Al di là della crisi attuale, ogni membro del Governo uscente ha una propria rete e propri sostenitori. Il problema è che le liste le fanno i partiti, che devono ritenere le candidature funzionali ai propri obiettivi. Si aggiunga inoltre che, in questo caso, i sostenitori di Zali sono rimasti finora, dopo lo scoppio della crisi, piuttosto silenti».
Non vede il rischio di una spaccatura all’interno del partito? I vertici ne terranno conto?
«Certamente. E visto che il Mattino rappresenta sicuramente una parte significativa della Lega, una candidatura di Zali potrebbe portare ad una spaccatura interna alla Lega stessa».
Il Mattino dice che Zali avrebbe almeno potuto pensare alle sorti del Movimento e che non si è preso nemmeno la briga di attutire il colpo. Un danno d’immagine c’è stato. Quindi: anche nel caso in cui Zali non sarà in lista, la Lega pagherà dazio?
«Dipende da come la Lega gestirà la comunicazione, interna ed esterna. E dipende anche da come si svilupperanno le relazioni con il Mattino da un lato e con l’UDC dall’altro nei prossimi mesi. Perché con la crisi che coinvolge Zali si riapre la questione – e questo è un punto importante – delle relazioni con l’UDC».
Ci arriviamo subito. Prima ancora una domanda. Domani, martedì, è previsto un vertice chiarificatore con il diretto interessato. Anche la Lega scaricherà Zali?
«Più scenari sono possibili, compresa un’eventuale dimissione dal Consiglio di Stato, ma che dipende da lui e non dalla Lega».
Ma non sarebbe, a questo punto, più semplice per la Lega accompagnare la sua uscita?
«Potrebbe essere una soluzione che limita, in una certa misura, i danni. Di sicuro non risolverebbe il problema del secondo seggio che la Lega, a questo punto, rischia, ancora più di prima, di perdere».
La bufera che ha travolto Zali ha precedenti nella storia delle istituzioni cantonali?
«Sì, ma solo in una certa misura, e dobbiamo tornare al 1960, quando ci fu lo scandalo che toccò Tito Tettamanti, che diede le dimissioni dopo un anno di mandato, poiché coinvolto in una vicenda legata a una frode fiscale. Quindi, non conosciamo le dimissioni – come esito di uno scandalo – se non nel lontano 1960. Poi, ci sono i casi più recenti, che hanno coinvolto Patrizia Pesenti (PS), Marina Masoni (PLR) e Norman Gobbi (Lega). Tutti questi casi recenti hanno portato, per decisione del Consiglio di Stato, a un ridimensionamento pur limitato nel tempo delle rispettive competenze governative. In questi casi, però, si profilavano, pubblicamente, anche i sostenitori dei consiglieri messi in causa. Pur con divisioni interne, i rispettivi partiti hanno garantito fin da subito un sostegno al consigliere di Stato coinvolto. Ed è questa la differenza rispetto al caso Zali. Lo vediamo ancora di più con la presa di posizione di ieri del Mattino».
Posto che dobbiamo ancora attendere la posizione della Lega, quale aspetto dell’agire di Zali lo rende meno difendibile?
«Nei casi precedenti, le crisi toccavano dimensioni istituzionali, ma in modo diverso. Quello che cambia nel caso Zali è l’acuto contrasto fra i suoi presunti comportamenti e i principi morali diffusi oggi nell’opinione pubblica. Le questioni fiscali o quelle legate alle scelte politiche in Governo sono più facilmente suscettibili di giustificazione ideologica o politica. Invece, la legittimazione della violenza fisica, e in particolare della violenza fisica verso le donne, rappresenta una questione di natura politica e legale, ma anche la violazione di un consolidato principio morale. Un principio la cui violazione è pubblicamente condannata oggi in modo univoco e trasversale, a prescindere da considerazioni giuridiche e dalle tradizionali divisioni fra sinistra e destra. Il contenuto degli audio (nei quali dice di aver alzato le mani su una donna, ndr) investe in pieno la persona che se ne rende protagonista, ancor di più se ex-giudice e presidente del Governo e nonostante che l’atto coinvolga la sfera privata. Per la sua importanza, e in mancanza di precisi tentativi di giustificazione, ne risulta una rimessa in discussione di tutta la reputazione del politico».
Mercoledì si terrà un presidio per chiedere le dimissioni di Zali. Tutti i partiti hanno reagito duramente e, senza tentennamenti, hanno ritenuto inammissibili le parole di Zali diffuse sui social. Questa compattezza politica ha precedenti?
«Come detto, penso che non abbia precedenti, e ciò è anzitutto espressione della condanna trasversale della violazione del principio morale di cui parlavo. Senza dimenticare il ruolo dei social che oggi più di ieri rendono accessibili e valutabili i comportamenti altrui».
I file audio pubblicati in queste settimane risalgono al 2022; la vicenda di Sanvido al 2020. Eppure, escono a distanza di pochi giorni l’una dall’altra, a complicare ulteriormente la situazione del «ministro». È una mossa politica disinteressata oppure c'è un calcolo elettorale?
«Senza evocare alcun complottismo, non si può sottovalutare il fatto che ci sia una simultaneità di eventi che non appare casuale. Tutto è successo in un arco di tempo molto ravvicinato, e questo ha amplificato l’impatto emotivo della vicenda. Soprattutto, tutto ciò ha un significato elettorale, anche in vista della scadenza del 31 luglio, data in cui è programmata l’assemblea della Lega».
Alla luce di questa successione di eventi, come potrebbe cambiare l’Assemblea di fine mese?
«La Lega dovrà fare le sue valutazioni in funzione dei propri obiettivi, sapendo che da un lato non ha un accordo con l’UDC, dall’altro non ha il sostegno del Mattino per un’eventuale candidatura di Zali».
Senza Zali, l’alleanza con l’UDC ha qualche possibilità di essere recuperata? La lista unica per il Consiglio di Stato è un’ipotesi sepolta oppure esiste ancora qualche margine?
«Dipende molto da come la Lega agirà sul caso Zali e da quali aperture la Lega stessa e l’UDC dimostreranno. A questo punto non escluderei un ritorno dei due partiti a una discussione sulle possibili intese in vista delle prossime scadenze elettorali».
Come esce la destra in generale da questa vicenda? L’UDC, forse, non ha più interesse ad affossare definitivamente la Lega, a mantenere le distanze da un partito che ha dimostrato qualche lacuna anche nel recente passato?
«Dal punto di vista della pura opportunità, il ragionamento fila, se in ballo ci fosse solo il Consiglio di Stato, con un seggio all’UDC, e uno alla Lega. Il problema per l’UDC, ma anche per la stessa Lega, è che ci sono in ballo altre elezioni importanti, in primo luogo le elezioni federali. Senza intese tra i due partiti, candidati come Pamini per il Consiglio Nazionale e Chiesa per il Consiglio agli Stati rischiano molto. E se non ci fosse un accordo Lega-UDC sulla questione di Lugano, ci sarebbero più chance per il PLR di tornare al sindacato. La questione per i due partiti della destra riguarda insomma l’intero ciclo elettorale, non semplicemente il Consiglio di Stato».
Ad aprile, la Lega con ogni probabilità avrà un solo consigliere di Stato. È l’ultimo atto di un declino che viene da lontano, o il punto di partenza per reinventarsi? E come cambierà la Lega con un solo consigliere di Stato?
«Per la Lega sarebbe certamente un arretramento elettorale e di posizione all’interno del Governo. Dall’altro lato, però, si aprirebbe un maggiore margine di manovra come movimento di contestazione. La Lega potrebbe rilanciare la propria anima di movimento – quella componente che da più legislature ha perso rilievo a causa delle maggiori responsabilità in Consiglio di Stato».
