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C'è l'intesa sui salari minimi, Berna apre la porta al Ticino

Le condizioni salariali dei CCL avranno priorità sulle disposizioni cantonali: deroghe anche per il nostro Cantone, ma restano dubbi e incognite - La sinistra promette battaglia - Paolo Pamini (UDC): «Nell'immediato non cambierà nulla»
Luca Faranda
01.06.2026 23:00

In futuro, i salari minimi fissati nei contratti collettivi di lavoro (CCL) dichiarati di obbligatorietà generale dovranno prevalere sui salari minimi stabiliti a livello cantonale. Ma non ovunque: i Cantoni che hanno già fissato salari minimi potranno mantenerli. E tra questi si aggiungerà presto, verosimilmente, anche il Ticino.

Alcune eccezioni

Facciamo un passo indietro. Nel 2017, in una sentenza sul caso di Neuchâtel, il Tribunale federale aveva stabilito che l’introduzione del salario minimo rientrava nelle competenze dei Cantoni, in quanto strumento di politica sociale. Ma una mozione presentata nel 2020  dal consigliere agli Stati Erich Ettlin (Centro/OW), che si trova ora nella fase di attuazione,  propone di impedire ai Cantoni di fissare salari minimi legali che prevalgano sui salari stabiliti da CCL dichiarati di obbligatorietà generale. I compromessi raggiunti dalle parti sociali, pertanto, devono avere la priorità.  

Vari Cantoni si sono attivati: Giura e Basilea Città hanno introdotto un salario minimo, ma non saranno interessati dal cambiamento poiché nel loro caso i CCL di applicazione obbligatoria hanno già la precedenza. Tra questi Cantoni c’era anche il Ticino. Eppure, con il compromesso raggiunto lo scorso aprile in Gran Consiglio, le cose sono cambiate. Il Ticino dovrebbe così raggiungere i Cantoni (come Ginevra e Neuchâtel) che hanno già stabilito la prevalenza dei propri salari minimi cantonali: questi Cantoni dovranno poter mantenere tale regime. Le eccezioni (o meglio, le deroghe) sono frutto di un compromesso elaborato dagli Stati e accolto ieri anche dal Nazionale. Oltre a Ginevra e Neuchâtel, con il Ticino potrebbero presto aggiungersi anche Vaud (che voterà sui salari minimi il 14 giugno) e il Vallese (ci sarà un appuntamento alle urne sullo stesso tema nei prossimi mesi).

Accordi privati e voti popolari

La proposta ha fatto infuriare la sinistra, poiché i salari minimi cantonali sono anche frutto di decisioni scaturite da votazioni popolari. Criticano il fatto che un accordo (privato) tra economia e sindacati possa superare delle leggi cantonali. In attesa delle votazioni finali (il 19 giugno), c’è già chi minaccia il referendum. L’USS, che parla di «attacco contro le decisioni democratiche, la Costituzione e il federalismo»,  deciderà il da farsi venerdì. Tra i contrari si è schierato (invano) anche il Consiglio federale, che ha provato a opporsi alla concessione di questa deroga particolare per i due Cantoni (che potrebbero, come detto, salire a cinque). Per il fronte borghese, invece, in questo modo si rafforza il partenariato sociale. Per il consigliere nazionale ticinese Paolo Pamini (UDC), che ha parlato in aula a nome del suo gruppo parlamentare, il progetto si basa sul principio di sussidiarietà: a suo avviso, «gli accordi della società civile devono avere la priorità rispetto alle regolamentazioni statali».

Nessuna indicizzazione

Ma perché creare eccezioni per alcuni singoli Cantoni? «Non si voleva far sì che dei lavoratori, oggi protetti dalla legge cantonale, a Ginevra, Neuchâtel e ora anche dal Ticino, finiscano con l’avere un salario minore rispetto a quello che hanno attualmente. Questa è la natura del compromesso accolto dalle Camere». In particolare, si vuole «congelare» o «cristallizzare» l’attuale salario minimo fissato a livello cantonale (non sarà più possibile un’indicizzazione dei salari minimi cantonali già esistenti, ossia un adeguamento al rincaro). «Poi, i salari minimi fissati nei CCL aumenteranno con il passare del tempo fino a quando supereranno quelli cantonali», prevede il democentrista. «Se ci deve essere un salario minimo, allora meglio che sia un salario minimo concordato tra le parti sociali e che sia specifico per il settore», sottolinea il deputato ticinese, aggiungendo che il compromesso raggiunto in Parlamento «è meglio dello statu quo». Ma cosa cambia concretamente per il Ticino? «Nell’immediato non cambia nulla, però cambierà», ci spiega Pamini, senza dare indicazioni temporali. «Dipende dalla velocità di adattamento e di indicizzazione. Può essere una questione di pochi anni, o forse ce ne vorranno di più».

Le domande ancora aperte

Restano però altre domande sull’impatto che il progetto avrà sulla modifica approvata ad aprile dal Gran Consiglio. Innanzitutto, varrà davvero anche per il Ticino? E quante persone tocca? Al CdT, il co-presidente del PS ticinese Fabrizio Sirica parlava a suo tempo di poche migliaia di lavoratori, poiché la modifica va a toccare unicamente i contratti collettivi di obbligatorietà generale, che riguardano solamente lavoratori attivi nella ristorazione, nell’alberghiero o ancora come parrucchieri e agenzie interinali. Ci sono anche pareri giuridici contrastanti in merito alla forchetta di riferimento. Quale sarà presa in considerazione? Quella del 2027 (quando entrerà in vigore), oppure quella definitiva (ma con le disposizioni federali in vigore già da tempo)? Saranno tutti nodi da sciogliere al più presto. Secondo il direttore dell’AITI Stefano Modenini, il quadro non è molto chiaro, anche perché il Ticino «è un caso un po’ speciale e l’assoggettamento dei contratti di lavoro alla nuova legge cantonale è previsto solo dal 2030». Il tutto dipenderà anche dal possibile referendum contro la decisione delle Camere. Non si sa ancora quale scenario prevarrà.