Chi guadagna con Spotify

Trecento milioni di abbonati Premium. Nessun servizio audio in streaming, nella storia, aveva mai toccato quel numero. Spotify lo ha annunciato pubblicando i risultati del secondo trimestre 2026, insieme a una raffica di cifre che i due co-CEO, Alex Norström e Gustav Söderström, hanno elencato e che si sono lette un po’ ovunque: ricavi trimestrali a 4,78 miliardi di euro, +14% su base annua. utenti attivi mensili, compresa la fascia gratuita finanziata dalla pubblicità, a 777 milioni, +12%, e così via. Ma la cifra che l'azienda ama ripetere più di ogni altra è questa: oltre 11 miliardi di dollari versati all'industria musicale nel solo 2025, per un totale cumulato che avvicina i 70 miliardi di dollari dalla fondazione. Il tutto con il tono insopportabile di chi si arricchisce volendo però anche passare per ‘buono’. Quindi con Spotify si può guadagnare? Domanda legittima di tanti giovanti e meno giovani artisti che non saranno mai Taylor Swift, Bad Bunny e nemmeno Sfera Ebbasta, ma che aspirano a vivere di musica. Per questo il funzionamento di Spotify nel 2026 è più interessante delle cifre aggregate.
Il calderone
Il meccanismo di base con cui Spotify paga è noto da anni ma vale la pena ricordarlo, perché è lì che si annida il primo trucco strutturale. Spotify non paga per singolo stream con una tariffa fissa. Prende tutto il guadagno netto generato in un mese (abbonamenti Premium più pubblicità, al netto di tasse, commissioni di transazione e altri costi) e lo ridistribuisce ai titolari dei diritti in base alla loro quota di ascolto complessiva su quel mese, su scala globale. È il cosiddetto modello pro-rata. In pratica: gli ascolti di un utente che paga 11,99 euro al mese non finanziano necessariamente gli artisti che quell'utente ascolta, ma finiscono in un pool comune che premia chi genera più volume assoluto di stream nel mondo, indipendentemente da dove arrivano i soldi. In teoria, ma anche in pratica, non si ‘compra’ l’ascolto del ‘disco’ (da mettere fra mille virgolette) che ci piace, ma un generico accesso al mondo Spotify. Il risultato aritmetico è che il valore per singolo ascolto oscilla, secondo le stime più citate del settore, tra 0,003 e 0,005 dollari. Per portare a casa mille dollari lordi, prima che passino distributore, etichetta ed eventuale editore, un artista indipendente deve generare tra 250 mila e 330 mila riproduzioni. (traduzione: ascolti per almeno 30 secondi). Per arrivare a uno stipendio annuo di 50.000 dollari servirebbero oltre 10 milioni di ascolti in dodici mesi. Che per un musicista senza management, senza playlist editoriali, senza budget di marketing, sarebbe un obiettivo fuori portata anche se si mettesse a scrivere una hit al giorno.
L'86% che non esiste
Il secondo trucco è la soglia che Spotify ha introdotto: i brani che non superano la soglia annuale di stream, mille ascolti, sotto ai quali il valore generato non arriva nemmeno alla cifra minima distribuibile, non generano royalty individuali. Quei fondi, anziché restare fermi in attesa che i brani superino i mille ascolti, vengono redistribuiti verso l'alto, cioè verso chi sta già sopra la soglia. Le stime indipendenti più citate parlano di circa l'86% dei brani presenti sulla piattaforma che nel 2026 non supererà i mille ascolti. In parole povere, ma davvero povere, la stragrande maggioranza di ciò che viene caricato su Spotify non produce reddito individuale, neppure minimo, ma sussidia silenziosamente chi è già in cima alla piramide degli ascolti. Non è un dettaglio tecnico: è la descrizione di un sistema costruito per premiare la concentrazione, non la distribuzione.
Il vecchio mondo
Davvero si stava meglio prima, con il vinile e tutto resto? Chi difende lo streaming ricorda giustamente che l'industria discografica pre-digitale non era un paradiso di equità: gli anticipi dei contratti major erano spesso trappole che tenevano gli artisti indebitati per anni, i negozi di dischi e le radio avevano le loro strozzature, e la pirateria polverizzava buona parte dei ricavi. Tutto vero. Ma il vecchio mondo aveva una caratteristica che lo streaming ha eliminato: un disco venduto pagava una somma fissa e prevedibile, indipendentemente da quanti altri dischi vendessero i colleghi di etichetta quel mese. Insomma, ognuno aveva il proprio pubblico e guadagnava, poco o tanto, grazie al proprio pubblico. Nel modello pro-rata di Spotify, invece, il valore del stream dipende dal comportamento aggregato di centinaia di milioni di altri ascoltatori nello stesso mese: è un sistema a somma pressoché zero, dove la torta cresce ma le fette più piccole restano microscopiche, mentre quelle già grandi diventano proporzionalmente più grandi.
Su misura per le major
Il punto che i comunicati trionfalistici trascurano è che le major discografiche (Universal, Sony, Warner) non sono semplici fornitori di contenuti per Spotify, ma anche suoi azionisti. Nel 2008, in cambio delle licenze necessarie a far partire il servizio, Sony BMG, Universal, Warner, EMI e il consorzio indipendente Merlin ricevettero quote azionarie dirette in Spotify. Sony arrivò a possedere circa il 6%, Universal il 5%, Warner il 4%. Buona parte di quelle quote sono state vendute nel tempo, ad esempio Warner incassò 504 milioni di dollari liquidando l'intera posizione nel 2018. Altri hanno tenuto le loro azioni, ma la logica è chiara: le stesse aziende che negoziano le condizioni di licenza con Spotify hanno per anni avuto, contemporaneamente, un interesse economico diretto nella salute finanziaria della piattaforma con cui trattano. È una posizione negoziale che nessun artista indipendente, nessun cantautore che carica il proprio EP tramite un aggregatore digitale, potrà mai replicare. Poi le major hanno monetizzato o lo stanno facendo, ma l’impostazione di fondo rimane uguale. Ad aprile di quest'anno Universal Music Group ha confermato la vendita di metà della propria quota residua in Spotify, per circa 1,4 miliardi di dollari, promettendo, come già fatto nel 2018 su pressione di Taylor Swift, di redistribuire una parte dei proventi agli artisti sotto contratto. È un gesto che però riguarda gli artisti già sotto contratto: non tocca minimamente chi in quel sistema non è mai entrato. Questa asimmetria si vede anche nei numeri di mercato che Spotify stessa è tenuta a comunicare alla SEC in quanto società quotata a Wall Street: la quota di stream complessivi rappresentata da Universal, Sony, Warner e dal consorzio Merlin (che raggruppa decine di migliaia di indipendenti, ma li aggrega collettivamente per negoziare condizioni migliori) resta la parte dominante del totale degli ascolti sulla piattaforma. E secondo gli ultimi dati di settore, quella quota combinata è tornata a crescere leggermente dopo anni di lenta, segno che l'egemonia delle major non è affatto in ritirata strutturale, semmai si sta riorganizzando attraverso le loro divisioni indie (Virgin, AWAL, The Orchard, ADA), che competono con gli aggregatori digitali sullo stesso terreno che un tempo era appannaggio esclusivo dei piccoli. In altre parole, spesso uno ascolta artisti che sembrano fuori dal sistema ma che certo non lo sono.
Il caso svizzero: pagare di più, guadagnare uguale
Il paradosso esiste anche limitandosi al Ticino, e alla Svizzera in generale. Da un lato c'è il pubblico: il mercato musicale svizzero ha chiuso il 2025 a 259 milioni di franchi, decimo anno consecutivo di crescita, trainato per oltre il 90% proprio dallo streaming. Ma quel pubblico paga un prezzo che non ha eguali in Europa: da dicembre 2025 Spotify ha aumentato le tariffe in Svizzera, portandole a circa il 16-20% in più rispetto agli Stati Uniti e oltre il 60% in più rispetto alla Germania, appena oltre confine. È il solito schema del ‘premio elvetico’ applicato al digitale: chi vive a Lugano o a Chiasso paga in franchi quello che a Milano, a pochi chilometri di distanza, costa una frazione in euro, per un servizio tecnicamente identico, con lo stesso catalogo e con lo stesso, identico modello di ripartizione pro-rata a valle. Dall'altro lato c'è chi la musica la scrive. In Svizzera i compensi non passano per Spotify ma vengono in parte intermediati da SUISA, la cooperativa che gestisce i diritti d'autore: nel 2025 ha realizzato un fatturato record di 231,7 milioni di franchi, di cui 191,7 milioni redistribuiti a compositori, parolieri ed editori, un balzo trainato soprattutto dai diritti di esecuzione dal vivo, cresciuti del 6,8%, più che dallo streaming puro. È un dato che, letto in controluce, conferma la tesi di fondo: per un autore che vive e lavora tra Ticino e il resto della Svizzera, spesso sono i concerti, la musica di sottofondo nei locali e i diritti di esecuzione pubblica a garantire un reddito più stabile e prevedibile dello stream su Spotify, che resta frammentato, globale e soggetto alle stesse regole punitive per la coda lunga che valgono a Milano come a Berna. Un abbonato ticinese paga uno dei conti più salati d'Europa; un cantautore ticinese indipendente, se conta solo sugli stream, resta molto probabilmente nell'86% che non arriva alla soglia minima. In conclusione, per un cantante con un seguito centinaia di persone è meglio esibirsi ai matrimoni che caricare su Spotify canzoni nuove, fossero anche capolavori.
