La domenica del Corriere

Claudio Zali: «Al Picca ho detto ‘‘nessuna vittoria'' - Giustizia? Non mi sono intestardito»

Il presidente del Governo a ruota libera su iniziative casse malati, le tensioni con l'UDC e le nomine nell'apparato giudiziario
© CdT / Chiara Zocchetti
Gianni Righinetti
19.04.2026 20:00

Dai rapporti con il collega leghista Norman Gobbi agli obiettivi centrati da quando è entrato in Governo, passando per le tensioni con gli altri partiti, UDC in primis. Claudio Zali, presidente del Consiglio di Stato guarda anche alle prossime elezioni cantonali, racconta il retroscena della domenica in cui il popolo ha detto sì all’iniziativa leghista sulle casse malati e spiega le sue intenzioni per le nomine dell’apparato giudiziario. Ecco il «succo» dell’intervista a tutto campo andata in onda questa sera a «La domenica del Corriere» su TeleTicino. 

Iniziamo dalla presidenza del Consiglio di Stato. Dodici mesi fa il suo collega Norman Gobbi aveva fatto tante promesse. Lei che cosa intende fare nell’anno che l’attende? 
«Assumere la carica negli ultimi 12 mesi di una legislatura è differente che farlo nei primi o nei secondi 12 mesi. In questo senso, mi viene da dire che la legislatura è in buona parte giocata, e sarebbe aleatorio o velleitario voler fare grandi promesse. Una questione che mi preoccupa un po’ sono i rapporti con Berna, che ultimamente, tema dopo tema, ci vedono sconfitti o comunque perdenti. Detto ciò, un’impronta che mi piacerebbe poter dare, d’intesa con i colleghi, è riuscire a mostrare un po’ le unghie e farci sentire di più dal Consiglio federale».

Tre presidenze del Governo nella sua carriera politica in Consiglio di Stato e tre volte, casualmente, nell’anno pre-elettorale. È un regalo?
«Diciamo che la visibilità maggiore avviene nell’anno elettorale. Tutto può essere letto in questo cantone in chiave elettorale, ma in realtà chiamiamola una coincidenza. Perché di questo si tratta».

Che cos’è la popolarità per lei?
«Ci si deve convivere quando si entra in Consiglio di Stato. È una cosa bella laddove vi sono contatti spontanei, casuali, con singoli cittadini che esprimono apprezzamento per quello che si fa. Ma nel suo complesso è una cosa che non appartiene molto al mio carattere. Potrei farne a meno».

Detto che per i bilanci politici ci sarà ancora tempo, lei è in Governo dal 2013: quali sono, tra i progetti portati avanti, quelli di cui va particolarmente fiero?
«Mi permetto di citarne addirittura tre: avere portato il Tram-Treno da una fase iniziale a uno stadio molto avanzato, in cui il progetto è finanziato ed è approvato dalla Confederazione, e i ricorsi sono stati respinti. È ancora possibile un estremo ricorso al Tribunale federale, ma il progetto si farà: è inevitabile. Secondariamente, avere dato al Cantone Ticino un trasporto pubblico degno di questo nome. E, infine, essere riusciti, assieme al collega Christian Vitta che ha seguito il dossier con me, a portare a termine e a buon fine l’operazione officine di Arbedo. È una cosa che mi fa stare bene».

Un giudice prestato alla politica. Era arrivato così, come un leghista della prima ora. Se pensa alle premesse del suo debutto e alle intenzioni iniziali, oggi è più deluso o più soddisfatto di quello che è riuscito a ottenere?
«Né l’una, né l’altra cosa. Alle volte sono frustrato, ma non dall’una o dell’altra cosa, quanto piuttosto in generale dal tempo che è necessario in politica per riuscire a concretizzare un progetto».

La politica e il tempo sono riusciti a renderla un politico come tutti gli altri? Si sente cambiato?
«Una persona evolve per effetto di molte cose: gli anni che passano, l’età, le vicende personali. Io spero sempre di essere un profilo un pochino differente per via della traiettoria diversa percorsa. Quindi ho ancora l’illusione di poter dire: “Ma in fondo non sono come tutti gli altri, non ho fatto 12 o 16 anni di Gran Consiglio prima di entrare in Consiglio di Stato, ci sono arrivato un po’ per caso” e questa è una mia peculiarità».

L’ultima settimana è stata intensa, con il Governo che ha indicato la propria rotta per implementare le iniziative sulle casse malati. Per lei il popolo ha sempre ragione?
«Il popolo risponde alla domanda che gli viene formulata la domenica elettorale. Il popolo ha ragione per definizione, è democrazia. Il popolo detiene il potere, non occorre che abbia ragione. Detiene il potere e quando è interpellato lo esercita. Detto ciò, non è che il voto popolare corrisponde a un colpo di bacchetta magica e ogni sogno, desiderio, o volontà espressa può diventare realtà all’istante. Le proposte hanno anche un costo finanziario. Se il popolo chiede cose che difficilmente possiamo accordare perché le finanze del Cantone non lo permettono, ecco che ci troviamo con della frustrazione nuovamente dell’uno o dell’altro, o comunque con dei problemi nel mettere in pratica la volontà popolare».

Quella domenica di fine settembre del 2025 il popolo ha deciso, ha scelto molto chiaramente. Tre consiglieri di Stato sono andati a incontrare la stampa e a spiegare che cosa era accaduto. Lei e la sua collega Marina Carobbio, invece, siete andati a brindare, a festeggiare e a complimentarvi: lei dai leghisti, Carobbio dai socialisti. Si fa così?
«Guardi, se vuole conoscere il retroscena, ci sono andato perché era un bel pomeriggio. Ho preso la moto e poi ho detto: “Picca (ndr. Daniele Piccaluga, coordinatore della Lega), guarda che non abbiamo vinto niente oggi”. Se avessimo vinto noi e fosse stata respinta l’altra iniziativa, allora sì che avremmo potuto parlare di una vittoria leghista».

Voltiamo pagina. Parliamo un pochettino di lei, di Norman Gobbi, delle elezioni che arrivano. Il suo collega non ha preso bene il fatto che lei abbia parlato anche a suo nome. Si sente di doversi scusare pubblicamente con lui?
«Ho una grossa lavatrice a casa dove mi lavo i panni sporchi».

Ma ne avete parlato ancora?
«No, non ne abbiamo parlato. Tra persone mature, intelligenti e di lungo corso in politica, non occorre stare a spiegarsi su ogni virgola».

Però aveva anche detto: «In Ticino ci sono troppi radar». Non è sembrata un’affermazione così cortese nei confronti di Gobbi.
«La questione dei radar è stratificata tra le competenze della polizia cantonale e delle polizie comunali. Poi il Consiglio di Stato porta sempre la colpa di tutto, anche quando una parte preponderante dei controlli viene dalle comunali. Ognuno esprime le proprie visioni: è questo che comporta un cambio di guida su un certo dossier».

Volevate l’arrocco, è arrivato l’arrocchino. È stata una punizione o un ridimensionamento del Governo nei vostri confronti?
«Intervengo per una questione personale».

Prego.
«Righinetti, non so se lei è l’interlocutore giusto per parlare di queste cose. Perché rammento che lo scorso anno si era un po’ alterato su questo tema».

Sull’arrocchino?
«Sì. Ha perso il suo aplomb di commentatore imparziale della politica ticinese».

Non credo, consigliere di Stato. Ho detto la mia, ciò che pensavo. Adesso sto chiedendo a lei che cosa ne pensa. Non è un problema, credo. Prego.
«Io lo vedo come un risultato dovuto al Governo che ha mantenuto quella collegialità che sempre deve regnare all’interno di un Esecutivo. Ha dato a me la possibilità di prendere in mano alcuni dossier a cui tenevo. E quindi da questo punto di vista non mi considero vessato dalla decisione».

In merito al dossier della Giustizia intende presentare una proposta sull’annoso problema delle nomine. Ma è corretto farlo sul finire della legislatura, tanto più che intende (se fosse rieletto) riprendere integralmente il Dipartimento del territorio? Si è un po’ intestardito?
«Intestardito no, è una criticità reale e concreta, fonte di parecchi problemi. C’è un funzionamento non ideale della procedura attuale di nomina dei magistrati. Ma il punto che solleva lei è ricorrente all’interno del Consiglio di Stato. Però, posto che nessuno ha la certezza di essere riconfermato, lo stesso discorso varrebbe per chiunque presenti un messaggio nell’ultimo anno di legislatura».

Dia una valutazione al coordinatore della Lega Daniele Piccaluga.
«Un voto molto alto: 10. Daniele va ringraziato innanzitutto per aver accettato una patata bollente, perché non era e non è facile in nessun partito assumere questa funzione, che richiede molto tempo. Nella Lega, poi, convivono molte anime. E magari non chiamarsi Bignasca è già un elemento di colpa... Oltretutto, ha rilevato il testimone di entità non ben chiare: il comitato, il coordinamento, i colonnelli. Non c’era molta chiarezza, mentre ora ci sono degli statuti e un coordinatore. E questo è positivo. Daniele è giovane, ma sicuramente per l’entusiasmo merita un 10».

Quando ha letto sul Mattino una sorta di sponsorizzazione d’area, invece che un giubilo per la sua ricandidatura, ci è rimasto male?
«Nessuna decisione fa l’unanimità, ma evidentemente non l’ho annunciata senza essere stato richiesto e senza una copertura politica al mio annuncio, e quindi probabilmente chi è contrario rappresenta una minoranza in questo contesto».

Quando dice che con Piero Marchesi non berrebbe neppure un caffè è una scelta politica o una scelta personale?
«È una scelta politica, non è proprio personale. Piero è appassionato di macchine anche lui, corre penso anche meglio di me ai rally».

Ripeterebbe in aula «siete nulli» a un gruppo parlamentare come accaduto con l’UDC?
«Va contestualizzato, evidentemente. È stato detto nel contesto di un dossier e non voleva essere un giudizio per bollare un intero partito e tutto quello che fa. Era riferito a un dossier, il Tram-Treno, in cui si sono dimostrati nettamente insufficienti».

Sempre sui rapporti con gli altri, lei ha spesso attriti in Parlamento con altri partiti o esponenti politici. Questo le capita anche nella vita reale o solo nella vita politica?
«Questo è lavoro. Io cerco di fare il minor numero di compromessi possibile per ottenere dei risultati. Alle volte ci riesco, altre volte no, ma i compromessi continuo a non farli. Magari mi illudo, ma mi piace pensare che quello che faccio abbia la forza delle idee. Così come io aderisco alla buona idea di un collega anche se non l’ho avuta io, mi aspetto che se da parte mia c’è una buona idea da discutere in Parlamento, questa vada seguita. Poi evidentemente vivo nel mondo delle illusioni e le cose non stanno in questo modo. Però io sono fatto così».