Mercati

Colpo di scena per l’oro: dopo la fiammata, lo scivolone

In un mese il metallo giallo è passato da 5.400 a 4.400 dollari l’oncia, sull’onda di timori inflazionistici e del rafforzamento del dollaro americano – Hammerschmid (Vontobel): «Il prezzo ha registrato una correzione sana, ora per gli investitori potrebbe essere arrivato un buon punto di entrata»
© Gabriele Putzu
Roberto Giannetti
25.03.2026 06:00

La guerra fa brutti scherzi anche agli investitori. È stato nelle ultime settimane il caso dell’oro, che subito dopo l’attacco di Israele e Stati Uniti contro l’Iran aveva guadagnato molto terreno, arrivando a 5.400 dollari l’oncia, per poi sgonfiarsi inesorabilmente e scendere fino ai 4.400 dollari di ieri, dopo essersi anche avvicinato a 4.200 dollari. Uno scenario sorprendente, se considerato in maniera intuitiva, ma che invece trova le sue ragioni nei fondamentali economici. Come si sa, infatti, a livello economico e di investimenti finanziari giocano sia motivi psicologici sia economici. E a volte questi due livelli dominano a vicenda gli andamenti dei mercati. 

Ad avere infiammato la quotazione dell’oro in un primo momento era stato l’attacco improvviso all’Iran, che aveva coinvolto, oltre a Israele, che è stato probabilmente il vero promotore di questa operazione, anche gli Stati Uniti. Questo ha messo in risalto il classico ruolo di bene rifugio del metallo giallo, che è salito in maniera repentina, assieme al prezzo del petrolio, e anche, dando grattacapi anche agli esportatori elvetici, alla quotazione del franco svizzero sul mercato dei cambi. 

Ma sul piano economico, quando gli operatori hanno potuto analizzare più freddamente la situazione, molti fattori importanti giocano in realtà contro l’oro, a iniziare dalla spinta dell’inflazione che il rialzo del prezzo del petrolio dovrebbe provocare, al rialzo del dollaro americano, moneta nella quale è quotato l’oro, fino alla previsione che i tassi di interesse resteranno elevati, contrariamente alle previsioni precedenti.

Deflusso dagli ETF

Ma andiamo con ordine. Quali sono le cause del repentino calo avvenuto negli scorsi giorni? «La ragione principale della vendita dell’oro - spiega Regina Hammerschmid, PhD Portfolio Manager di Vontobel Asset Management AG -  è il deflusso dagli ETF, che sono già in calo del 2,5% dallo scoppio della guerra in Iran, pari a un deflusso nominale di 2,5 milioni di once. Sebbene non sia insolito che l’oro si indebolisca all’inizio di una fase di forte avversione al rischio nei mercati, questo movimento è stato amplificato da un dollaro statunitense più forte, rendimenti obbligazionari più elevati, un deleveraging globale e, soprattutto, timori inflazionistici più accentuati. Tuttavia, le banche centrali continuano a sostenere la domanda di oro, forse in modo più tattico, ma riteniamo comunque che forniscano un solido livello di supporto ai prezzi».

Il rischio di una lunga guerra

Possiamo forse assumere che il movimento al rialzo dell’inflazione, se dovesse davvero succedere, non sarà temporaneo. A suo avviso, l’oro perderà attrattiva, almeno per alcuni mesi? «Se il conflitto - afferma - dovesse trasformarsi in una crisi di lungo periodo, riducendo significativamente una parte rilevante dell’offerta energetica globale, ci troveremmo in un contesto di prezzi dell’energia più elevati, che si trasmetterebbero inevitabilmente ai prezzi al consumo. Un’inflazione persistentemente alta aumenterebbe il timore di nuovi rialzi dei tassi, rendendo meno attraenti gli asset privi di rendimento come l’oro. Tuttavia, la situazione attuale rappresenta uno shock di offerta senza precedenti e, quanto più il conflitto si prolunga, tanto più le previsioni di crescita globale vengono riviste al ribasso, portando a uno scenario di stagflazione o, nel caso estremo, a una recessione. In ogni caso, le banche centrali dovranno bilanciare con attenzione il loro doppio mandato prima di parlare di rialzi dei tassi. Non appena i timori inflazionistici si trasformeranno in preoccupazioni per la crescita, l’oro tornerà a essere il bene rifugio più attraente».

A suo avviso, questo rappresenta un buon punto di ingresso per acquistare oro? «Sì, i metalli preziosi hanno subito una correzione sana, con l’uscita dal mercato di molti capitali speculativi. Non appena la situazione in Medio Oriente si stabilizzerà, o verrà raggiunto almeno un qualche tipo di accordo, il rischio di mercato tornerà e riteniamo che l’oro si trovi attualmente a livelli di prezzo interessanti per nuovi acquisti».

Quali sono le vostre previsioni future per l’oro? Avete un target per la fine dell’anno? «Nel lungo periodo - risponde - continuiamo a vedere nelle banche centrali e nelle tendenze globali di de-dollarizzazione forti fattori di domanda per l’oro. Non appena i rialzi dei tassi non saranno più all’ordine del giorno, anche la domanda di investimento tornerà. In questo scenario, l’oro potrebbe facilmente risalire fino a 5.000 dollari, o, in caso di seri timori per la crescita economica, arrivare anche a 5.500 dollari l’oncia entro fine anno».

L’oro resta vantaggioso

Secondo voi, quale percentuale di oro dovrebbe essere inclusa nei portafogli dei piccoli investitori? «Riteniamo - illustra Regina Hammerschmid - che una quota contenuta del 3-5% in oro possa già offrire ottimi benefici di diversificazione. I dati storici mostrano che l’oro ha generato rendimenti superiori alla media nei periodi di stagflazione, mentre le asset class tradizionali faticano. Dall’impennata inflazionistica del 2022, la correlazione negativa di lungo periodo tra azioni e obbligazioni si è interrotta, diventando persino positiva, mentre in tali fasi oro e materie prime hanno registrato rendimenti positivi».

Borse in ripresa

La seduta borsistica di ieri nel Vecchio Continente si è svolta generalmente all’insegna della ripresa. Il listino svizzero ha chiuso in rialzo anche la sua seconda seduta settimanale: l’indice dei valori guida SMI ha terminato a 12.515,94 punti, in progressione dell’1,02% rispetto a lunedì. Gli investitori continuano a interrogarsi sugli sviluppi in Medio Oriente, ma in un contesto meno negativo di quanto accaduto la settimana scorsa. Le variazioni dei valori SMI vanno dal -1,09% di Givaudan al +2,35% di Kühne+Nagel.

In Europa Londra è salita dello 0,6%, Milano dello 0,42%, mentre Francoforte ha perso lo 0,06%. Negli Stati Uniti a metà seduta l’indice Dow Jones era in rialzo dello 0,30%.