Coltrane il «rivoluzionario» sulle ali della spiritualità

«Trane era una cosa enorme da proporre al pubblico! Era una cosa difficile anche solo pensarci!» dichiarò Miles Davis in una celebre intervista a NME nel 1985, mentre nella sua biografia rese omaggio al sassofonista e alla loro collaborazione negli anni Cinquanta così: «Il gruppo che avevo con Coltrane ha reso me e lui delle leggende». E questo nonostante i contrasti caratteriali che caratterizzarono il loro rapporto fuori dal palco.
Quando uno dei musicisti più geniali della storia – non solo del jazz – si esprime così su di te, non rimane molto altro da aggiungere per definire la tua statura.
Oggi si celebrano i cento anni dalla nascita di John William Coltrane, che leggenda è a tutti gli effetti, avendo segnato in modo indelebile non solo il periodo che proprio con lui dapprima chiude il «bop» per poi addentrarsi nell’approccio modale che Coltrane porta su vette di rara intensità, ma prosegue poi fino alla svolta «free» in una costante urgenza evolutiva interrotta solo dalla morte, nel 1967 a soli 41 anni.
Una parabola di vita che comincia in una famiglia musicale, continua come clarinettista in marina verso la fine del secondo conflitto mondiale e approda definitivamente al jazz come professionista nella ribollente New York della fine degli anni Quaranta. È poi con Dizzy Gillespie e il suo sestetto che fa la prima esperienza di incisione, nel 1951; da quel momento in poi la sua presenza diventa nota e richiesta con però il contemporaneo sviluppo di un lato oscuro, legato – come per tanti suoi illustri colleghi – al consumo di eroina. Questa problematica si staglia sui primi anni di notorietà come un velo di incertezza che tende a mitigare le pur straordinarie intuizioni solistiche, tanto da essere licenziato dallo stesso Davis che lo aveva chiamato a sostituire l’ondivago Rollins e nonostante lo straordinario riscontro ottenuto dalla «tetralogia» composta da Cookin’, Relaxin’, Workin’ e Steamin’ nei quali Coltrane pone le basi concrete del suo stile personale, uscendo dall’ombra di Miles. A quel punto il sassofonista potrebbe soccombere ai suoi demoni e rimanere comunque ricordato tra i grandi. Invece, la crisi profonda diventa propulsiva, portandolo nell’Empireo lungo gli anni seguenti: «ripulito» e rinfrancato da una propria rinascita interiore - affermò di aver avuto un risveglio spirituale, durante il quale chiese a Dio la «capacità di trovare la grazia attraverso la sua musica» - arrivano Coltrane e Blue Train da band leader e, soprattutto, l’imprescindibile Kind Of Blue, forse l’album più famoso e celebrato della storia del jazz a seguito del ritorno all’ovile in casa Davis.
Gli argini sono rotti, Coltrane è ormai immenso, il suo suono si irrobustisce e diventa più profondo, si emancipa, è padrone del proprio destino e si accinge a disegnare il futuro: dapprima incide My Favourite Things, che segna un punto di svolta tra tecnica e ispirazione, tra pratica e tessuto poetico, nel quale il nostro assume consapevolezza piena del proprio potenziale non solo come solista, ma anche come leader e compositore, abbandonando il pur pregevole ruolo di musicista di supporto.
Poi arriva Giant Steps e il mondo jazzistico cambia per sempre, viaggiando attonito tra i suoi «sheet of sounds» e i «passi da gigante» in terze maggiori. L’approccio modale porta frutti straordinari negli anni successivi, fino al culmine di A love supreme, nel quale musica e divino sono una cosa sola, in volo sopra l’inconsistenza del mondo. Arriva il Grammy, i riconoscimenti della critica, le vendite. È il 1965 e, di nuovo, Coltrane potrebbe fermarsi, con il nome ormai inciso in modo indelebile sulla stele dei pochi grandissimi; eppure, ancora una volta il suo istinto irrefrenabile lo porta «oltre», aderendo al rivoluzionario, ostico abbandono di qualsiasi schema portato dal Free Jazz.
L’ultima parte della sua carriera, prima della prematura scomparsa è un’ermetica e dissonante fuga in avanti, esplorando i territori dell’avanguardia della quale diventa un riferimento, non solo in ambito jazzistico, ma anche al di fuori, facendo risuonare la cultura in senso ampio. I brani vengono scomposti, gli assoli si frammentano, il basso devia dall’incedere, il ritmo scompare: da Ascension, a Meditation (in collaborazione con l’eclettico «viaggiatore cosmico» Pharoah Sanders), fino a Expression - nato peraltro in contemporanea agli stranianti duetti con Rashied Ali di Interstellar Space (pubblicato postumo nel 1974) -, Coltrane disegna nuovi sentieri destinati ad essere percorsi nei decenni a seguire.
Come spesso succede con i rari, veri genii, Coltrane non è solo un musicista, ma rappresenta qualcosa di più: la musica per lui è stata non un fine, ma un mezzo per esprimere sé stesso e la sua visione dell’universo, per emanciparsi dalle difficoltà terrene e per parlare direttamente al divino. E facendo questo, con un impellente fervore tanto istintivo quanto non pianificato, ha trascinato con sé l’intero mondo che si è trovato, grazie a lui, ad osservare nuovi orizzonti, ancora oggi presenti nel nostro campo visivo. Tanti auguri, Trane.
