«Con l’11 settembre è cominciato il secolo della paura»

Alessandro Colombo è ordinario di Relazioni internazionali all’Università statale di Milano. I suoi interessi di ricerca si sono concentrati sull’àmbito degli studi sulla sicurezza, sulla teoria delle alleanze, sulle relazioni transatlantiche, nonché sulla tradizione europea della teoria delle relazioni internazionali. I suoi ultimi lavori sono: Il suicidio della pace. Perché l’ordine internazionale liberale ha fallito (Raffaello Cortina, 2025); e Il governo mondiale dell’emergenza. Dall’apoteosi della sicurezza all’epidemia dell’insicurezza (Raffaello Cortina, 2022). Il Corriere del Ticino lo ha intervistato per una riflessione su ciò che è stato e su ciò che resta dell’11 settembre a 25 anni dal tragico attentato alle Torri gemelle di New York.
«L’11 settembre fu e resta il primo grande trauma del dopo-guerra fredda; fu anche la prima occasione nella quale l’incanto in cui avevamo vissuto nel decennio precedente cominciò a infrangersi. Questo è senz’altro un primo elemento che, anche simbolicamente, fa comunque dell’11 settembre un tornante della storia. Così come l’11 settembre è un tornante, probabilmente, per le conseguenze che ha prodotto nell’immediato, cioè il varo della cosiddetta guerra globale al terrore, che ha cambiato in parte il nostro modo non soltanto di praticare, ma anche di ragionare sulla guerra. Soprattutto, la guerra globale al terrore ha cominciato a erodere progressivamente tutto l’edificio delle limitazioni dei conflitti armati; limitazioni che poi abbiamo visto collassare del tutto negli ultimi due o tre anni. La guerra globale al terrore è la vicenda all’interno della quale è cominciata quella erosione dei limiti di cui oggi avvertiamo le estreme conseguenze. Quindi questa è senz’altro un’eredità dell’11 settembre. Ed è un’eredità importante».
Se il ’900, come ha detto Eric Hobsbawm, è stato «Il secolo breve» tra la Rivoluzione russa e la caduta del Muro, i 12 anni intercorsi tra la fine del socialismo reale e l’11 settembre sono stati, in fondo, quasi una sorta di secolo brevissimo: anni pieni di speranze, cancellati dall’attentato che segnò traumaticamente l’inizio del XXI secolo. «L’11 settembre ha cominciato a svelare la fragilità di quei 12 anni, e anche di quello stato di euforia e probabilmente anche di inconsapevolezza politica, storica, forse persino giuridica, nella quale abbiamo vissuto tra la fine della Guerra fredda e, per l’appunto, i traumi del XXI secolo - dice Alessandro Colombo - In realtà, con l’11 settembre comincia un lungo e non ancora concluso processo di smascheramento di quelle che oggi noi possiamo, senza troppi problemi, riconoscere come illusioni. Va detto che, ex post, dobbiamo riconoscere come l’11 settembre - e la guerra globale al terrore che l’ha seguito - ci abbiano impedito per anni di vedere ciò che stava cambiando nel contesto internazionale. Se noi oggi confrontiamo il mondo del 2001 con il mondo di oggi, la prima cosa che riconosciamo è che tutte le vicende nelle quali siamo immersi nulla hanno a che fare con l’11 settembre, né con la guerra globale al terrore. Noi ci troviamo in un contesto che probabilmente ci dice la verità sia sul dopo 11 settembre sia sugli anni ’90: siamo all’interno di una grande trasformazione della vita internazionale che ha a che fare con tendenze storiche di lungo periodo, a cominciare da quella più importante di tutte, e cioè dal fatto che la centralità dell’Europa e dell’Occidente nella convivenza internazionale, se non totalmente superata, è comunque in via di superamento. Ecco: questa è la vera, grande vicenda. Così come, naturalmente, l’11 settembre ha anche impedito agli USA di vedere, molto a lungo, che la vicenda fondamentale per l’America era la crescita della Cina e quindi l’emergere di una grande potenza sfidante su scala globale. Lo capì Barack Obama nel 2008: quando andò alla Casa Bianca, riconobbe che la guerra globale al terrore stava facendo perdere di vista agli Stati Uniti la questione più importante: il grande riequilibrio politico, strategico e forse anche culturale tra l’America e gli altri».
L’11 settembre fu anche il momento di massima paura del terrorismo religioso, l’inizio di un crescendo di islamofobia che oggi sembra essersi attenuato: 25 anni dopo, dominano altre questioni, a partire dalla gestione dell’intelligenza artificiale e dal confronto tecno-politico con la Cina. Di fatto, gli islamisti volevano colpire al cuore gli Stati Uniti, ma forse hanno colpito al cuore, senza volerlo, tutto l’Occidente nella sua capacità di capire la direzione e il contesto in cui il mondo si muoveva.
«Questa è stata anche una responsabilità politica degli Stati Uniti e forse dei Paesi europei - sottolinea Colombo - Sia chiaro: il trauma era di portata enorme, ma c’è stata una colossale incomprensione del contesto nel quale stavamo entrando. Un contesto che l’euforia degli anni ’90 aveva impedito di scorgere. Soltanto nel 2008, dopo la crisi economico-finanziaria, tutto in una volta abbiamo visto che il mondo in realtà aveva preso una direzione diversa da quella di cui si era discusso per vent’anni».
Se il pericolo maggiore non è più l’islamismo radicale, potrebbe allora essere la retrocessione della libertà e della democrazia nei Paesi occidentali, anch’esso portato di quanto accaduto dopo l’11 settembre? Alessandro Colombo non ne è convinto. «Credo che noi stiamo vivendo una fase di crisi interna del nostro modello politico-economico, una crisi che non è un prodotto degli attacchi dell’11 settembre ma è legata a un’infinità di ragioni, sia di carattere economico, sia di carattere politico, sia di carattere istituzionale. È questa, per i Paesi europei e occidentali e per gli stessi Stati Uniti, la questione più spinosa. Pensiamo alla crisi della democrazia americana, che produce un Donald Trump presidente per due volte; o a quella della Germania, che ancora fino a qualche anno fa era vista come il modello per eccellenza della stabilità politica ed economica. Ecco: sono fondamentalmente crisi interne. Anzi, penso che sia il momento di riconoscerle come tali, di non cercare capri espiatori all’esterno, perché questo è il modo per non affrontarle mai».
A proposito degli Stati Uniti, dove tra meno di due mesi il voto di midterm potrebbe cambiare l’attuale scenario, Alessandro Colombo mette in guardia da facili ottimismi: «Ovviamente, le elezioni potranno avere qualche conseguenza, ma credo che le questioni di fondo non cambieranno perché esse affondano le proprie radici in processi che preesistono all’attuale amministrazione Trump e, con ogni probabilità, le sopravviveranno. Non possiamo esagerare nelle aspettative sulle elezioni di midterm, e persino sull’elezione del prossimo presidente tra due anni».
L’11 settembre fu, in ogni caso, un esaltatore della paura; dopo l’attentato, la paura divenne elemento sociale chiave. Quella paura c’è ancora oggi, anche se ha cambiato direzione. Soprattutto nell’Europa occidentale, la paura e l’incertezza del futuro scatenano risposte politiche estreme. «Sicuramente, la paura è la protagonista culturale del XXI secolo - conferma Alessandro Colombo - Al suo principio è la paura del terrorismo, cui è subentrata la paura del collasso economico e della crisi distruttiva del debito. In seguito, abbiamo avuto la paura del Covid e, subito dopo, la paura dell’accerchiamento delle democrazie da parte di potenze esterne. Quindi, la paura è la prima grande protagonista di questo secolo. La seconda protagonista è la risposta politico-istituzionale alla paura, ovvero lo stato d’eccezione. Noi viviamo da 25 anni a questa parte a cavallo tra la natura della paura e una risposta istituzionale dell’eccezione. È chiaro che questo è un problema. È un problema per chiunque ed è un problema, naturalmente, per gli assetti dei Paesi democratico-liberali».
