L'intervista

«Con Marchesi a Palazzo l’UDC chiude un cerchio»

L'UDC in crescita, la Lega in caduta libera: il politologo Nenad Stojanović spiega perché Norman Gobbi potrebbe diventare la vera chiave di tutto
©Gabriele Putzu
Francesco Pellegrinelli
31.07.2026 06:00

L’entrata di Piero Marchesi in Consiglio di Stato segna un punto di svolta nella storia del Cantone. L’UDC fa il suo ingresso nella stanza dei bottoni. Che impatto avrà sulla politica ticinese e sull’area di destra? Per la prima volta mancherà un partito di maggioranza relativa. Ne parliamo con Nenad Stojanović, professore di scienze politiche all'Università di Ginevra.  

Quale influsso può avere l’ingresso di un rappresentante dell’UDC in Governo?
«Comincio con una premessa che ritengo importante, perché sarà la chiave di diverse considerazioni. Forse stiamo dimenticando che avevamo già un rappresentante UDC in Governo. Norman Gobbi è membro dell’UDC. Questa è una premessa fondamentale, perché in tutto questo pasticcio in cui si trovano Lega e UDC, è lui la persona chiave».

Chiave per quale motivo?
«Per un motivo strategico di calcolo elettorale. Con ogni probabilità, l’UDC correrà da sola, perché con una lista unica con la Lega, c’è il rischio di fare un solo seggio, e che con Gobbi e Marchesi in lista sia Gobbi a imporsi. Questa è l’ipotesi più verosimile stando ai rapporti di forza personali».

Correndo da soli, invece?
«In questo caso, l’UDC avrà maggiori possibilità di eleggere un suo rappresentante. Anche perché è in crescita, mentre la Lega è in caduta libera: dal 2015 ha perso 4-5 punti percentuali ad ogni tornata elettorale: dal 24% al 15%. In questo contesto, potrebbe anche prendere forma un’ipotesi alternativa: che Gobbi, il personaggio chiave, punti a Berna, magari al Consiglio degli Stati, oppure, per non pestare i piedi a Marco Chiesa, al Nazionale; che Marchesi venga confermato in Governo; e che Lega e UDC rinsaldino quindi la loro storica alleanza, anche per le Cantonali, premessa fondamentale per le Federali e, poi, per le Comunali a Lugano».

Tornando alla prima domanda, con un UDC in Governo come cambierà la politica ticinese?
«UDC e Lega hanno in parte un’agenda simile, immigrazione, rapporti con l’Unione Europea, neutralità. Però, sullo stato sociale le posizioni divergono. La tredicesima AVS, la cassa malati unica sono temi su cui la Lega ha sempre avuto posizioni diverse dall’UDC. Non sono due partiti sovrapponibili. L’ingresso di un ‘‘vero’’ UDC come Marchesi sposta sicuramente il Governo più a destra. Zali, su diversi temi come quelli ambientali, non era assimilabile alla destra».

Possiamo parlare di svolta per il Ticino?
«In un certo senso sì, nella misura in cui il Ticino raggiunge in questo modo un po’ tutti quei cantoni dove l’UDC era assente o marginale: penso in particolare ai cantoni tradizionalmente cattolici – Lucerna, Svitto, Vallese, Friburgo – dove l’UDC prima non esisteva, essendo un partito nato nei cantoni protestanti. Adesso anche col Ticino si chiude un cerchio. Il Ticino era quasi un’eccezione: pur essendo cattolico, l’UDC non era mai riuscita a sfondare, anche perché era bloccata dalla Lega».

Laddove l’UDC è entrata in Governo che cosa è cambiato? Cosa possiamo attenderci in Ticino?
«È difficile rispondere in modo generale. Di sicuro si può dire che l’UDC, entrando nei Governi cantonali, si è insediata con una certa stabilità: una volta arrivata, c’è rimasta. C’è rimasta occupando quello spazio che Blocher aveva identificato a partire dagli anni ’90: un elettorato critico verso l’Europa e gli stranieri, ma che vuole anche meno tasse, meno Stato, meno socialità. Dove è arrivata ha fagocitato i piccoli partiti della destra, anche dell’estrema destra. In Ticino, tutto dipenderà dal futuro della Lega. Ma se è vero che la Lega attraversa forse uno dei momenti più difficili della sua storia, tra il calo dal 2015 e lo scandalo Zali, da lì a dire che scompaia ce ne vuole: è un partito radicato nei comuni. Tuttavia, con l’entrata di Marchesi si va verso una direzione in cui l’UDC diventa il principale partito della destra sovranista ticinese, prendendo il posto che era della Lega».

L’UDC ticinese ha un forte legame con il partito nazionale, non a caso Marco Chiesa ne è stato il presidente. Sul lato pratico, questo legame come si tradurrà?
«È una domanda importante. L’UDC è un partito verticistico: quello che dice il leader nazionale ha un impatto nei cantoni, molto più di quanto accade in altri partiti dove le sezioni cantonali godono di grande autonomia. Non ho mai visto, ad esempio, il Partito socialista dettare linee nelle elezioni cantonali ticinesi. Personaggi come Blocher, invece, pur rimanendo dietro le quinte, seguono molto da vicino ciò che accade nei vari cantoni. La sua voce, nell’architettura complessiva dei rapporti con la Lega, in ottica federale, potrebbe avere il suo peso. Di certo, l’UDC ha capito, sin dagli anni ’90 in seguito ai risultati sui temi europei, che il Ticino non è come la Svizzera romanda. C’è un elettorato molto critico verso l’Europa e gli stranieri. Per questo hanno visto un grosso potenziale. Del resto, ci sono segnali diretti di questo interessamento per il Ticino – che è anche una sorta di cantone laboratorio su diversi temi. Pensiamo alla chiamata di Marco Chiesa alla presidenza nazionale UDC, o all’inclusione di Norman Gobbi nella rosa ufficiale dei candidati al Consiglio Federale nel 2017. Con l’entrata di Marchesi in Governo – senza dimenticare che anche Gobbi è membro dell’UDC – questa strategia si sta concretizzando sempre di più».

Per la prima volta, con Marchesi, avremo cinque diverse anime politiche in Governo. È un unicum a livello nazionale? E che impatto avrà questa frammentazione sul funzionamento?
«Non sarei così sicuro che ad aprile non ci sarà più un partito di maggioranza relativa. La probabilità che il PLR torni ad avere due seggi rimane alta, perché con i numeri alla mano, UDC e Lega fanno fatica – sia con lista unica che con liste separate».

La logica del sistema di concordanza obbligherà il subentrante Piero Marchesi a mettere acqua nel suo vino?
«La maggior parte degli esponenti UDC che ho osservato nei Governi cantonali, una volta in carica, hanno comunque dovuto ammorbidire le proprie posizioni. Ci sono eccezioni, come Blocher quando era in Consiglio federale. Marchesi – o comunque l’UDC – ha già sottolineato l’importanza della collegialità. Lo ha fatto anche per ragioni strategiche. Non è nel loro interesse apparire come un partito incapace di rispettare la collegialità o le istituzioni. Soprattutto in questo momento. Hanno tutto l’interesse a mostrare un profilo governativo, almeno fino ad aprile».

La passata alleanza tra Lega e UDC rischia quindi, con l’avvicinarsi delle elezioni, di trasformarsi in una vera e propria competizione?
«Se corrono da soli, sì: sarà competizione pura. Ma ancora una volta: vediamo se davvero correranno separati. Dal mio punto di vista, la persona chiave rimane Gobbi».

L’arrivo di Marchesi in Governo è un sintomo che i rapporti di forza tra Lega e UDC sono destinati a cambiare?
«Sicuramente è un momento simbolicamente importante per il Ticino, perché l’UDC entrando in Governo ha dimostrato di avere i numeri per superare, a medio e lungo termine, la Lega. Al Consiglio nazionale nel 2023, l’ha già superata. L’UDC ha fatto circa il 15% e la Lega il 13,5%. Erano dati nazionali, con partecipazione diversa, ma la tendenza è chiara. Ora, stiamo andando verso un superamento anche alle Cantonali. Oggi mi sento di poterci scommettere».

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