Con Ryanair decollano le emissioni: oggi sono superiori del 50% rispetto al 2019

Nel 2025 le emissioni dei voli decollati dagli aeroporti europei hanno superato per la prima volta i livelli precedenti alla pandemia. Più precisamente, «lo scorso anno questi velivoli hanno emesso 195 milioni di tonnellate di anidride carbonica, un aumento del 2% rispetto al periodo pre-Covid», come emerge dall’ultima analisi di Transport & Environment (T&E).
Le «cattive compagnie»
Questo incremento è dovuto «soprattutto alle compagnie low cost. Le emissioni globali di Ryanair sono oggi del 50% più alte rispetto al 2019, il maggiore incremento tra le 20 compagnie aeree più inquinanti al mondo». La compagnia low cost, inoltre, «si conferma la compagnia più inquinante d’Europa, con 16,6 milioni di tonnellate di CO₂ emesse dai voli in partenza dal continente, un valore paragonabile alle emissioni annuali complessive di un Paese delle dimensioni della Croazia».
E quelle «più buone»
Al contrario, «le compagnie tradizionali con ampie reti a lungo raggio hanno registrato una ripresa più lenta: le loro emissioni restano complessivamente inferiori ai livelli pre-pandemia, frenate dal recupero più graduale del traffico intercontinentale». In ogni caso, viene sottolineato da T&E, «l’aviazione resta la fonte di emissioni in più rapida crescita nell’Unione europea. In tutta l’Ue, interi settori economici — come agricoltura, industria manifatturiera e gran parte dei trasporti — hanno ridotto le emissioni di gas serra. L’aviazione, invece, si muove nella direzione opposta: dal 2005 le emissioni del settore in Europa sono aumentate di oltre il 30%».
Responsabilità ambientali
«Le emissioni dell’aviazione europea sono tornate ai livelli precedenti alla pandemia, e il sistema europeo di scambio di quote di emissione di gas a effetto serra (ETS), ovvero quel sistema che impone alle compagnie aeree di monitorare, rendicontare e pagare per le emissioni di Co2, presenta alcune lacune». Secondo T&E, infatti, «il mercato europeo del carbonio presenta un difetto strutturale: copre infatti soltanto le rotte europee a corto raggio, lasciando fuori dal sistema i voli a lungo raggio delle compagnie tradizionali, cioè i più inquinanti». In altre parole, «non appena un aereo lascia lo Spazio economico europeo, l’UE perde di fatto la possibilità di applicare un prezzo alle emissioni di quel volo. Tali emissioni vengono compensate attraverso il sistema CORSIA, considerato molto più debole dal punto di vista ambientale rispetto al mercato europeo del carbonio». Secondo T&E, «estendere il mercato del carbonio a tutti i voli in partenza dall’Europa permetterebbe non solo di colmare questa lacuna, ma anche di generare importanti entrate pubbliche per accelerare la transizione ecologica dell’aviazione».
«Il fatto che le emissioni dell’aviazione abbiano raggiunto nuovi massimi dimostra chiaramente che il settore non ha alcuna intenzione di ripulire il proprio modello», ha dichiarato Giacomo Miele, autore principale dell’analisi. «La crescita irresponsabile del settore comporta enormi costi climatici e ambientali, eppure nel solo 2025 le compagnie aeree hanno evitato oltre 8,5 miliardi di euro di costi legati alle emissioni a causa di lacune strutturali. Estendendo l’ETS europeo a tutti i voli in partenza, l’Europa potrebbe raccogliere miliardi di euro all’anno da destinare alla transizione verso carburanti verdi per l’aviazione. È tempo di smettere di sovvenzionare la dipendenza dai combustibili fossili e iniziare a investire nel futuro di un settore aereo sostenibile», conclude.
Ecco cosa c’è dietro l’aumento dei biglietti
Secondo T&E, infine, «il sistema ETS non è responsabile del forte aumento dei prezzi dei biglietti: il vero problema è la dipendenza dell’aviazione dai combustibili fossili». L’analisi mostra infatti che, «sui voli a lungo raggio, l’attuale shock geopolitico sul petrolio aggiunge circa 90 euro per passeggero ai costi del carburante, mentre l’obbligo di utilizzo dei carburanti sostenibili (SAF) incide per circa 3 euro. I costi ETS, invece, non si applicano ai voli a lungo raggio». Sui voli a corto raggio, per contro, «la volatilità dei combustibili fossili aggiunge circa 30 euro ai costi del carburante, mentre le politiche climatiche incidono per meno di 10 euro.» Insomma, «i prezzi dei biglietti stanno aumentando a causa della dipendenza europea dai combustibili fossili, non per effetto delle misure climatiche pensate per ridurla».
