Convergenze e fughe in avanti: tutti i nodi delle parti sociali

Sondare il terreno per trovare un compromesso sul salario minimo. La proposta lanciata dal PLR verrà approfondita nei prossimi giorni, tenendo conto della volontà di partiti, sindacati ed economia. Il presidente dei liberali radicali, Alessandro Speziali, è stato chiaro: «Non vogliamo imporre nulla, ma trovare il giusto equilibrio tra la necessità di rafforzare il potere di acquisto e proporre una cifra sostenibile per le aziende». Di qui la necessità di confrontarsi con il mondo economico per fissare la soglia di dolore, superata la quale «non si può andare». Secondo il PLR la forchetta attorno a cui ragionare si colloca tra 21 e 22 franchi all’ora, mentre per il PS il salario minimo non può scendere sotto i 22 franchi.
Senza girarci troppo intorno, all’interno del mondo economico le questioni da dirimere sono essenzialmente tre: l’ampiezza della forchetta salariale, la possibilità di mantenere o meno i CCL con soglie inferiori al salario minimo e, infine, il meccanismo di adeguamento del salario minimo. L’iniziativa del PS propone un ancoraggio dinamico alle prestazioni complementari, una soluzione che l’economia contesta fermamente, tollerando invece l’adeguamento al rincaro già oggi esistente.
«Siamo fiduciosi»
Se il mondo economico nelle prossime ore s’incontrerà per definire la strategia da adottare – al momento né AITI né la Camera di Commercio hanno voluto rilasciare dichiarazioni - il fronte sindacale, per contro, ha già le idee chiare. «In generale, direi che l’attivismo liberale denota una grande paura in vista del voto», commenta al Corriere del Ticino, il segretario regionale di UNIA, Giangiorgio Gargantini. «Mi permetto di considerare questa paura più che giustificata dal loro punto di vista. Da parte nostra, stiamo preparando la campagna e siamo molto fiduciosi che sia ben recepita dalla popolazione». Non a caso, al riguardo, Matteo Quadranti (PLR) su queste colonne ha sottolineato la necessità, qualora non si trovasse un compromesso con il PS, di andare al voto con un fronte borghese compatto. «Visto quanto precede, non riteniamo necessario un compromesso, siamo pronti ad andare al voto», rincara Gargantini. «Se poi dovesse esserci un accordo soddisfacente, evidentemente non saremmo contrari».
Asticella a 22 franchi
Quanto alla soglia salariale, anche UNIA – come il PS – non ritiene possibile scendere sotto l’asticella dei 22 franchi: «L’iniziativa sindacale del 2014 fissava già la soglia minima del salario a 22 franchi all’ora, impossibile quindi per noi scendere sotto questo livello». Una posizione tutt’altro che difensiva, che ritroviamo anche sul nodo legato ai CCL. «Per noi entrambi gli elementi (l’aumento del salario e l’eliminazione delle deroghe per i CCL, ndr.) sono essenziali. Non solo pensando al caso Tisin, ma anche ai numerosi CCL aziendali, che sappiamo esistere pur non essendo firmati da UNIA, che prevedono salari ancora troppo bassi».
La proposta di eliminare la deroga sul salario minimo in presenza di un CCL – ricordiamo – era stata inserita nell’iniziativa del PS dopo che nel 2021 era balzato agli onori della cronaca il caso dello pseudo - sindacato Tisin, che – si legge nel rapporto del PS firmato la scorsa settimana con i Verdi in Gestione – «si prestava a firmare contratti collettivi ampiamente al di sotto del salario minimo (16 franchi all’ora, corrispondenti a 2.890 franchi lordi al mese per un tempo pieno), allo scopo di aggirare la legge in vigore». Di qui, appunto, il ripensamento e la proposta di modifica dell’attuale testo costituzionale.
Primato del partenariato
UNIA, come visto, è pronta a rinunciare alla deroga, definendo la proposta come «essenziale» per superare alcuni salari aziendali ancora troppo bassi. Diversa, su questo fronte, la posizione di OCST che invece difende il primato del partenariato sociale, ossia la possibilità di derogare al salario minimo in presenza di un contatto collettivo. Il segretario cantonale, Xavier Daniel: «Per sua vocazione, l’OCST ha sempre promosso e valorizzato la contrattazione collettiva che storicamente ha forgiato la pace del lavoro e il mercato del lavoro svizzero. In linea generale, come sindacato, in questi anni, siamo arrivati ad avere minimi salariali rispettosi dell’attuale salario minimo. Per questo motivo, difendiamo il primato del partenariato sociale e riteniamo utile mantenere la deroga salariale prevista attualmente in presenza di un CCL». Anche perché, prosegue Daniel, «lo strumento del CCL garantisce e contratta una serie di condizioni lavorative che completano e vanno oltre l’aspetto economico legato al salario». Ma non si tratta – chiediamo – di un passo indietro rispetto alle dichiarazioni della scorsa settimana quando, dopo essere stati sentiti in Gestione, l’OCST si era schierato a favore dell’iniziativa del PS? «C’è una leggera sfumatura da fare», precisa Daniel. «Se guardiamo alcuni settori, effettivamente oggi la soglia salariale è troppo bassa. Pertanto, l’adesione all’iniziativa PS è un passo obbligato, tenuto conto che la cosa migliore, l’optimum, sarebbe come detto di poter garantire una contrattazione sociale solida e matura tra le parti sociali che porti a livelli salariali adeguati. Ripeto: i nostri principi e il nostro metodo passano dalla contrattazione, nel rispetto delle parti sociali e delle particolarità del mercato del lavoro ticinese». Insomma, qualora si andasse al voto solo sul CCL – come ipotizzato anche dal PS – OCST potrebbe avere una posizione a sostegno del fronte borghese.
Trattative in corso
Più in generale, sulla possibilità di una convergenza dei partiti attorno a un controprogetto, anche Daniel riconosce il timore del PLR, ossia il fatto di dover affrontare una votazione popolare potenzialmente vincente. «Di fronte a un divario salariale crescente rispetto al resto della Svizzera e a un potere d’acquisto sempre più sotto pressione, l’iniziativa del PS ha buone possibilità di successo». Quanto alla soglia di 22 franchi posta dal PS come inderogabile, Daniel, senza sbilanciarsi troppo, ritiene che «l’economia in generale possa essere in grado di assorbire questo aumento». Le discussioni sono aperte. I partiti ora hanno tempo una settimana.
Anche gli altri partiti aperti al dialogo
Tra i partiti c’è apertura a prendere in considerazione un controprogetto alla proposta socialista. Ma molto – se non tutto – dipenderà dall’esito delle trattative. È questa, in sintesi, la posizione di Lega, UDC, Centro e Avanti con T&L, che attendono ora di capire quali saranno i termini di un potenziale controprogetto, prima di prendere una posizione definitiva. «Siamo sicuramente aperti al dialogo, ma occorrerà vedere quali sono i termini del compromesso», spiega ad esempio il capogruppo UDC, Alain Bühler. «Molto dipenderà dalle risposte del Governo (ndr. su dove si trova effettivamente la soglia del salario minimo sociale proposto dal PS) e anche dalla posizione che prenderà l’economia», aggiunge. «Il paletto rosso? Il salario non deve diventare economico, come stabilito dal Tribunale federale». E in ogni caso, osserva Bühler, «dovrà essere sostenibile per l’economia ticinese», fermo restando che «per noi è importante che non venga minimizzato il partenariato sociale». Insomma, da parte dei democentristi c’è apertura a discutere ma, appunto, «al momento non c’è nulla sul tavolo e quindi valuteremo in base ai termini di un eventuale intesa».
Una linea molto simile è quella della Lega dei ticinesi, con il capogruppo Boris Bignasca. «Capisco gli iniziativisti che hanno raccolto da tempo le firme e vogliono andare in aula, così come capisco chi vuole fare una proposta alternativa e prendersi il tempo per approfondirla», spiega il leghista, aggiungendo che in ogni caso, «prima di valutare un compromesso, vogliamo capire dove sarà messa la soglia». Ma non solo. Per Bignasca sarà importante «valutare le conseguenze macroeconomiche». Per le imprese, certo, ma anche per i lavoratori. «Da una parte il salario minimo ci piace perché permette ai lavoratori di avere uno stipendio dignitoso. Ma dall’altra ciò che non ci piace è che il 90% dei beneficiari sono permessi G o B». In tal senso, aggiunge, «sarebbe bello avere uno studio sull’impatto economico della misura per capire quante aziende potranno sopportarlo oppure dovranno chiudere, con relative perdite d’indotto». Ciò che conta, in sostanza, è non aggiungere problemi a un cantone già in difficoltà. Non a caso, chiosa Bignasca, «dobbiamo ancora parlarne in gruppo, ma personalmente penso che sosterrò la proposta più credibile a livello macroeconomico».
Dal canto suo, il capogruppo del Centro, Maurizio Agustoni, non si sbilancia troppo. «Restano ancora da chiarire due elementi non di poco conto: dove si situa effettivamente la soglia del salario minimo previsto dall’iniziativa e se permettere o meno deroghe al salario minimo tramite i CCL». Su questo ultimo fronte, ad esempio, «una soluzione potrebbe essere quella di concedere una possibilità di deroga, ma solo entro un certo limite rispetto al salario minimo legale». Detto ciò, l’auspicio più generale del Centro è che, «siccome in ogni caso dovrà essere il popolo ad esprimersi, qualora i partiti trovassero un’intesa è preferibile che questa sia la più ampia possibile, includendo ovviamente gli iniziativisti». Detto altrimenti: «Se intesa sarà, allora si porti davanti al popolo un’unica proposta, condivisa e sostenuta da tutti».
La deputata di Avanti con T&L, Amalia Mirante, da noi contattata si dice contenta di un’eventuale intesa: «Per noi il tema del lavoro è centrale. E il salario minimo, pur non essendo la soluzione a tutti i problemi, è un passo nella giusta direzione. Quindi benvenga se arriva un’intesa che permetta, in maniera immediata, di migliorare le condizioni di alcuni lavoratori». Il cantone, chiosa Mirante, «ha bisogno di accordi e intese, non di prove di forza».

