Crans-Montana, Meloni chiede una squadra investigativa comune tra Italia e Svizzera

«Chiedo che almeno adesso, dopo quanto accaduto, sia costituita senza ritardo e senza ulteriori resistenze una squadra investigativa comune, che utilizzi la competenza e la professionalità degli appartenenti alle forze di polizia italiani». È la richiesta lanciata dalla premier italiana Giorgia Meloni in un colloquio con il Corriere della Sera dopo la scarcerazione di Jacques Moretti nell'ambito delle indagini sulla tragedia di Crans-Montana. «Provo profonda indignazione e sconcerto per una decisione che infligge un ulteriore, indicibile strazio alle famiglie delle vittime e dei tanti feriti», prosegue Meloni, che sottolinea: «Lo Stato italiano, e io personalmente, resteremo giorno per giorno al loro fianco nel percorso di ricerca della giustizia e della verità. Il governo non lascerà mai sole queste famiglie». Meloni entra nel merito dell'inchiesta: «Fin dall'inizio - spiega - l'Italia ha offerto collaborazione alle autorità elvetiche per fare piena luce su quanto accaduto. La nostra polizia giudiziaria ha consolidata esperienza per svolgere tutte le investigazioni necessarie: mi rammarico che questa disponibilità finora non sia stata raccolta, e che anzi le indagini abbiano conosciuto incertezze, ritardi e lacune, al punto che non sono state svolte neanche le autopsie di giovani deceduti che non presentavano ustioni».
Balzaretti interviene su La Stampa
In un'intervista alla Stampa, l'ambasciatore svizzero in Italia, Roberto Balzaretti, afferma da parte sua di non potersi esprimere sull'operato della magistratura. «Sui controlli, saranno le perizie degli esperti e l'inchiesta della giustizia a chiarire la dinamica dell'incendio e le azioni o omissioni che ne hanno reso terribili le conseguenze. Ma è innegabile che qualcosa non è stato fatto con il rigore richiesto dalle normative». La tragedia «ha provocato un'emozione fortissima nelle nostre popolazioni ed è quindi comprensibile che il governo italiano voglia continuare a seguire da vicino gli sviluppi del procedimento penale», aggiunge. Alla domanda se il meccanismo della cauzione possa rischiare di favorire la fuga dell'imputato, «il giudice ha considerato che il rischio non c'è, ha però adottato misure sostitutive alla carcerazione quali il divieto di lasciare il territorio, l'obbligo di depositare tutti i documenti d'identità e di presentarsi ogni giorno presso un posto di polizia», risponde Balzaretti. E se ci sia qualcosa da rivedere nella legge che permette di essere scarcerati anche in casi come questo, «un principio fondamentale del diritto penale svizzero è che l'imputato resta in libertà. Non è la polizia o il pubblico ministero a decidere dell'incarcerazione, ma il giudice. È un principio delle democrazie e degli stati di diritto che protegge noi tutti e non lo cambierei - osserva l'ambasciatore - Sulle condizioni della carcerazione preventiva la discussione è lecita».
Precisazioni del DFAE
Il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) ha dichiarato che la decisione dell'Italia di richiamare il proprio ambasciatore a Roma «non è eccezionale». Si tratta di una pratica diplomatica, ha affermato un suo portavoce a Keystone-ATS. Non si tratta di una revoca, il che significherebbe che in Svizzera non ci sarebbe più un ambasciatore italiano, ha proseguito, aggiungendo che dopo la consultazione a Roma tornerà in Svizzera e continuerà il suo lavoro.