Geopolitica

Crisi energetica, c’era una volta il Golfo Persico

La guerra in Iran avrà un impatto a lungo termine sull’economia globale - Oltre allo Stretto di Hormuz, gli attacchi hanno danneggiato le infrastrutture della regione intaccando sia le capacità produttive, sia le riserve – Gli effetti potrebbero durare anni
©HANNIBAL HANSCHKE
Francesco Pellegrinelli
27.03.2026 06:00

Mentre si avvicina la scadenza dell’ultimatum di cinque giorni imposto da Trump all’Iran per la riapertura dello stretto di Hormuz – il termine è fissato per domani, poi gli Stati Uniti potrebbero decidere di attaccare le centrali elettriche e le infrastrutture energetiche iraniane – il mondo si prepara a una delle crisi energetiche più pesanti di sempre.

Il direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale per l’energia (AIE), Fatih Birol, nei giorni scorsi ha parlato di una «sfida senza precedenti per il mercato mondiale del petrolio», avvertendo al contempo che i responsabili politici globali non hanno ancora compreso appieno la gravità della situazione. Dal canto suo, Jason Miller, professore di gestione della catena di approvvigionamento alla Michigan State University, ha dichiarato al New York Times che «questa è di gran lunga la più grande interruzione delle forniture di petrolio e prodotti raffinati mai registrata nella storia. Il petrolio è presente quasi in ogni prodotto. L’impatto inflazionistico potrebbe quindi essere enorme».

Con un prezzo del greggio stabile a 100 dollari il barile, gli economisti del BAK Economics hanno stimato un aggravio per le famiglie svizzere di circa 1.700 franchi all’anno. Tra gli analisti, però, c’è anche chi teme uno scenario peggiore. La società di consulenza energetica Wood Mackenzie ha già avvertito che un prezzo di 200 dollari il barile per il 2026 non è da escludere. In questo contesto, l’esito delle trattative per un eventuale accordo tra Stati Uniti e Iran sarà decisivo, anche se Teheran continua a negare qualsiasi contatto diplomatico con l’amministrazione Trump.

Riserve e produzione

Di certo, la Terza guerra del Golfo colpirà tanto più duramente l’economia globale, quanto più a lungo durerà il conflitto. Secondo buona parte degli esperti che in questi giorni si sono espressi, gli effetti negativi potrebbero durare mesi, se non anni. A differenza della crisi energetica provocata dalla pandemia, che aveva generato uno shock momentaneo della domanda e interruzioni nelle catene di approvvigionamento, questa volta l’impatto potrebbe essere ben più grave. Come spiega Rapidian Energy Group, una delle principali società di ricerca specializzata nei mercati energetici globali con sede a Washington, «il conflitto ha interrotto sia i flussi produttivi sia le capacità di riserva su cui i mercati fanno affidamento per compensare le interruzioni». Insomma, questa volta la crisi ha origine sul lato dell’offerta.

In questo contesto, si inserisce la decisione dell’Agenzia internazionale per l’energia di sbloccare oltre 400 milioni di barili di riserve di petrolio. Una reazione concordata dopo una riunione straordinaria dei Governi membri per contrastare il caro petrolio innescato dalla chiusura dello Stretto. Eppure, nonostante l’immissione sul mercato di questi quantitativi record, le prospettive rimangono incerte: «Il conflitto non ha solamente messo offline una quota storicamente alta dell’offerta globale di petrolio – si legge ancora nel rapporto di Rapidian Energy Group, citato dal NYT – ma contemporaneamente ha interrotto i flussi con i detentori principali delle riserve», ossia Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti. Detto altrimenti: il grosso del cuscinetto mondiale accessibile prima della guerra oggi non è più disponibile. «Il risultato è un mercato senza un vero cuscinetto di sicurezza». Le conseguenze sul prezzo del greggio sono in larga misura prevedibili, tant’è che il Brent ieri ha toccato nuovamente i 107 dollari (+4,9%).

«La nuova fase della guerra»

Al problema del punto di strozzatura dello Stretto di Hormuz – attraverso cui normalmente transitano circa 20 milioni di barili al giorno di petrolio e prodotti raffinati, pari a circa il 25% del commercio petrolifero marittimo globale – si è aggiunta una seconda, e forse ancora più drammatica, conseguenza: il danneggiamento delle infrastrutture energetiche produttive nella regione del Golfo. La spina dorsale delle forniture di gas naturale liquefatto (GNL) è stata compromessa, tanto che diversi analisti ormai non si chiedono più quanto durerà la guerra, ma quando gli impianti della regione potranno, in futuro, tornare a fornire gli stessi quantitativi.

Secondo diversi analisti, dopo l’attacco missilistico iraniano contro Ras Laffan, il vasto complesso energetico del Qatar che produce circa un quinto del gas liquefatto mondiale, si è entrati in una «nuova fase della guerra». Nei giorni seguenti l’Iran ha colpito altre raffinerie e impianti di gas in Kuwait, Arabia Saudita e ancora in Qatar. «Ci vorranno cinque anni per riparare i danni subiti. Le capacità di esportazione del Paese sono diminuite del 17%», ha dichiarato il ministro dell’energia qatarino. Complessivamente 40 infrastrutture energetiche in nove Paesi della regione sono state «gravemente o molto gravemente danneggiate», ha aggiunto il direttore dell’AIE Birol. Numeri che, assieme al nuovo contesto geopolitico, ridisegnano in modo irreversibile il volto energetico del Golfo Persico.

Dal canto suo, l’Unione europea ha immediatamente rivisto al ribasso gli obiettivi di stoccaggio di gas dal 90% all’80% in vista del prossimo inverno, mentre i prezzi del gas sono aumentati mediamente dall’inizio del conflitto di oltre il 20%. Senza contare che Teheran ha già promesso, in risposta a un eventuale attacco americano sulle strutture energetiche del Paese, di «distruggere irreversibilmente» le infrastrutture vitali dell’intera regione, oltre a «chiudere completamente» Hormuz. Una prospettiva che inquieta tanto l’Europa quanto l’Asia, primi beneficiari dell’export energetico del Golfo. Quel che è certo è che le pressioni attuali e future sull’approvvigionamento energetico mondiale imprimeranno una traiettoria inattesa all’economia mondiale.

Olio da riscaldamento raddoppiato

L’escalation militare nel Golfo Persico sta facendo lievitare i prezzi dei carburanti e dei combustibili fossili, con pesanti ripercussioni anche per l’economia elvetica: secondo le stime del ricercatore del Politecnico di Zurigo (ETH) Cyril Brunner, pubblicate a inizio settimana dal Tages-Anzeiger, il rincaro delle importazioni in questo segmento del mercato potrebbe tradursi in costi aggiuntivi compresi tra 4 e 5 miliardi di franchi all’anno per la Svizzera. A subire gli aumenti più consistenti sono il cherosene, il cui prezzo è più che raddoppiato dall’inizio delle operazioni militari, e l’olio da riscaldamento, passato da 100 a 150 franchi per 100 litri. Estrapolato in un anno, ciò comporta una spesa aggiuntiva superiore a un miliardo di franchi. Anche la benzina e il diesel hanno registrato rincari significativi, con un impatto notevole sui consumatori. Buona metà dei costi aggiuntivi deriva poi dal gas naturale, il cui prezzo è quasi raddoppiato. Brunner sottolinea tuttavia come il calcolo indicato si basi su una situazione istantanea. «I prezzi del petrolio sono estremamente volatili e dipendono fortemente dall’andamento della guerra». Malgrado ciò le cifre sono, a suo avviso, utili per illustrare l’ordine di grandezza dei potenziali costi della guerra per la Confederazione. Secondo l’accademico i numeri evidenziano anche quanto possa essere problematica la persistente dipendenza dai combustibili fossili. «Più la Svizzera riuscirà a decarbonizzare la propria economia, meno sarà vulnerabile a eventi geopolitici di questo tipo», argomenta l’esperto. Le spese aggiuntive dirette per gli spostamenti in auto, il riscaldamento e i viaggi aerei non sono però gli unici costi della guerra: indirettamente il conflitto frena anche la congiuntura economica. Gli economisti di BAK Economics stimano che, in caso di un prezzo del petrolio che si mantenga elevato a 100 dollari il barile, il calo potenziale nell’anno in corso potrebbe ammontare allo 0,3% del prodotto interno lordo (PIL). Ciò corrisponderebbe a una perdita di valore aggiunto di circa 2,5 miliardi di franchi. Distribuito su oltre 4 milioni di famiglie l’onere complessivo è di circa 1.700 franchi. Il carico è peraltro ripartito in modo diseguale: chi vola poco, si riscalda con energia rinnovabile o guida un’auto elettrica ne risente relativamente poco. A differenza di quanto accaduto durante la guerra in Ucraina, il prezzo dell’elettricità in Europa non ha infatti finora reagito in modo significativo alla guerra in Iran. Intanto, le previsioni sull’inflazione sono state corrette al rialzo: l’incremento dei prezzi, che era pronosticato allo 0,3% nel 2026, ora è visto allo 0,6%. «L’aumento rimarrà ben al di sotto dei livelli registrati all’estero, ma la variazione sarà comunque sensibile per gli standard svizzeri, in particolare a causa della progressione dei costi dell’energia e delle importazioni», scrivono gli esperti renani. Nel 2027 il rincaro dovrebbe poi rimanere allo 0,6%. BAK Economics prevede inoltre che la Banca nazionale svizzera (BNS) mantenga per il momento il tasso guida allo 0,0%. Il moderato aumento dell’inflazione non richiede infatti una reazione immediata e il franco continua a essere ricercato come bene rifugio.
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