Crisi energetica, c’era una volta il Golfo Persico

Mentre si avvicina la scadenza dell’ultimatum di cinque giorni imposto da Trump all’Iran per la riapertura dello stretto di Hormuz – il termine è fissato per domani, poi gli Stati Uniti potrebbero decidere di attaccare le centrali elettriche e le infrastrutture energetiche iraniane – il mondo si prepara a una delle crisi energetiche più pesanti di sempre.
Il direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale per l’energia (AIE), Fatih Birol, nei giorni scorsi ha parlato di una «sfida senza precedenti per il mercato mondiale del petrolio», avvertendo al contempo che i responsabili politici globali non hanno ancora compreso appieno la gravità della situazione. Dal canto suo, Jason Miller, professore di gestione della catena di approvvigionamento alla Michigan State University, ha dichiarato al New York Times che «questa è di gran lunga la più grande interruzione delle forniture di petrolio e prodotti raffinati mai registrata nella storia. Il petrolio è presente quasi in ogni prodotto. L’impatto inflazionistico potrebbe quindi essere enorme».
Con un prezzo del greggio stabile a 100 dollari il barile, gli economisti del BAK Economics hanno stimato un aggravio per le famiglie svizzere di circa 1.700 franchi all’anno. Tra gli analisti, però, c’è anche chi teme uno scenario peggiore. La società di consulenza energetica Wood Mackenzie ha già avvertito che un prezzo di 200 dollari il barile per il 2026 non è da escludere. In questo contesto, l’esito delle trattative per un eventuale accordo tra Stati Uniti e Iran sarà decisivo, anche se Teheran continua a negare qualsiasi contatto diplomatico con l’amministrazione Trump.
Riserve e produzione
Di certo, la Terza guerra del Golfo colpirà tanto più duramente l’economia globale, quanto più a lungo durerà il conflitto. Secondo buona parte degli esperti che in questi giorni si sono espressi, gli effetti negativi potrebbero durare mesi, se non anni. A differenza della crisi energetica provocata dalla pandemia, che aveva generato uno shock momentaneo della domanda e interruzioni nelle catene di approvvigionamento, questa volta l’impatto potrebbe essere ben più grave. Come spiega Rapidian Energy Group, una delle principali società di ricerca specializzata nei mercati energetici globali con sede a Washington, «il conflitto ha interrotto sia i flussi produttivi sia le capacità di riserva su cui i mercati fanno affidamento per compensare le interruzioni». Insomma, questa volta la crisi ha origine sul lato dell’offerta.
In questo contesto, si inserisce la decisione dell’Agenzia internazionale per l’energia di sbloccare oltre 400 milioni di barili di riserve di petrolio. Una reazione concordata dopo una riunione straordinaria dei Governi membri per contrastare il caro petrolio innescato dalla chiusura dello Stretto. Eppure, nonostante l’immissione sul mercato di questi quantitativi record, le prospettive rimangono incerte: «Il conflitto non ha solamente messo offline una quota storicamente alta dell’offerta globale di petrolio – si legge ancora nel rapporto di Rapidian Energy Group, citato dal NYT – ma contemporaneamente ha interrotto i flussi con i detentori principali delle riserve», ossia Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti. Detto altrimenti: il grosso del cuscinetto mondiale accessibile prima della guerra oggi non è più disponibile. «Il risultato è un mercato senza un vero cuscinetto di sicurezza». Le conseguenze sul prezzo del greggio sono in larga misura prevedibili, tant’è che il Brent ieri ha toccato nuovamente i 107 dollari (+4,9%).
«La nuova fase della guerra»
Al problema del punto di strozzatura dello Stretto di Hormuz – attraverso cui normalmente transitano circa 20 milioni di barili al giorno di petrolio e prodotti raffinati, pari a circa il 25% del commercio petrolifero marittimo globale – si è aggiunta una seconda, e forse ancora più drammatica, conseguenza: il danneggiamento delle infrastrutture energetiche produttive nella regione del Golfo. La spina dorsale delle forniture di gas naturale liquefatto (GNL) è stata compromessa, tanto che diversi analisti ormai non si chiedono più quanto durerà la guerra, ma quando gli impianti della regione potranno, in futuro, tornare a fornire gli stessi quantitativi.
Secondo diversi analisti, dopo l’attacco missilistico iraniano contro Ras Laffan, il vasto complesso energetico del Qatar che produce circa un quinto del gas liquefatto mondiale, si è entrati in una «nuova fase della guerra». Nei giorni seguenti l’Iran ha colpito altre raffinerie e impianti di gas in Kuwait, Arabia Saudita e ancora in Qatar. «Ci vorranno cinque anni per riparare i danni subiti. Le capacità di esportazione del Paese sono diminuite del 17%», ha dichiarato il ministro dell’energia qatarino. Complessivamente 40 infrastrutture energetiche in nove Paesi della regione sono state «gravemente o molto gravemente danneggiate», ha aggiunto il direttore dell’AIE Birol. Numeri che, assieme al nuovo contesto geopolitico, ridisegnano in modo irreversibile il volto energetico del Golfo Persico.
Dal canto suo, l’Unione europea ha immediatamente rivisto al ribasso gli obiettivi di stoccaggio di gas dal 90% all’80% in vista del prossimo inverno, mentre i prezzi del gas sono aumentati mediamente dall’inizio del conflitto di oltre il 20%. Senza contare che Teheran ha già promesso, in risposta a un eventuale attacco americano sulle strutture energetiche del Paese, di «distruggere irreversibilmente» le infrastrutture vitali dell’intera regione, oltre a «chiudere completamente» Hormuz. Una prospettiva che inquieta tanto l’Europa quanto l’Asia, primi beneficiari dell’export energetico del Golfo. Quel che è certo è che le pressioni attuali e future sull’approvvigionamento energetico mondiale imprimeranno una traiettoria inattesa all’economia mondiale.
