«Croce svizzera, una prassi veramente pericolosa»

«La croce svizzera solo per i prodotti fabbricati in Svizzera». La richiesta di Fabio Regazzi di annullare la cosiddetta «Lex ON», misura decisa la scorsa primavera dall’Istituto federale della proprietà intellettuale, approderà domani al Consiglio degli Stati. Il «senatore» del Centro e presidente dell’USAM vuole vietare l’uso del simbolo rossocrociato sui prodotti realizzati in un altro Paese, anche se progettati e sviluppati nella Confederazione. Il Consiglio federale si oppone.
La
richiesta di vietare per legge la croce svizzera sui prodotti fabbricati
all’estero è stata respinta dal Consiglio federale. Come USAM avete parlato di
«pugnalata alla spalle». Un termine forte.
«La
decisione dell’Istituto della proprietà intellettuale ci ha sorpresi e anche
fatto arrabbiare. Dicono che si tratta di una precisazione della prassi, ma in
realtà è un cambiamento di prassi, fatto – sembrerebbe - su pressione
insistente del produttore di scarpe ON. Ci aspettavamo una risposta diversa dal
Consiglio federale, che invece si è comportato da Ponzio Pilato. Questa nuova
prassi è veramente pericolosa per la piazza economica svizzera».
Siete
quindi delusi dal Governo?
«Certo.
Ho detto a Beat Jans (ndr. l’IPI rientra sotto il Dipartimento federale di
Giustizia e Polizia) che mi aspettavo un altro tipo di risposta. Non perché
questo istituto ha preso una cantonata lui lo deve difendere d’ufficio. Deve
anche avere il coraggio di prendere una posizione chiara a salvaguardia
dell’economia svizzera e delle piccole e medie imprese, che in questi casi
vengono messe in difficoltà».
A
quanto si dice, però, all’interno del Governo e dello stesso Dipartimento
dell’economia non ci sarebbe unanimità.
«Da
quanto ne sappiamo, anche all’interno della stessa SECO ci sono posizioni
dissenzienti. Probabilmente abbiamo toccato un nervo scoperto».
Ma qual
è la posta in gioco?
«È
molto alta. Abbiamo il privilegio, grazie a una storia di sforzi e sacrifici,
di essere riusciti a creare un’immagine di precisione e di affidabilità dei
prodotti, riconosciuta tramite la croce svizzera. L’acquirente si aspetta di
trovare questa qualità prodotta in Svizzera. Siamo sì un Paese che fa ricerca e
sviluppo ma anche che produce. Rinunciando a questa prerogativa, l’effetto
sarebbe di favorire la delocalizzazione delle attività. Se per avere il simbolo
rossocrociato sul prodotto basta solo svilupparlo e progettarlo in Svizzera, si
crea un incentivo ad andare a produrre in Paesi con condizioni più vantaggiose.
Anche la mia impresa a Gordola beneficia dello Swiss label. Per tanto così, un
domani potrei limitarmi alla progettazione e al design in Ticino e trasferire
la produzione in Serbia o in Romania. Come settore, dobbiamo lottare per
mantenere il nostro luogo di produzione in Svizzera e salvaguardare i posti di
lavoro».
Quindi
per voi è tutt’altro che una precisazione della prassi.
«È uno
stravolgimento bell’e buono delle regole, che può avere conseguenze molto
pesanti. Emblematico l’esempio del produttore di scarpe Kybun, con sede nel
Canton San Gallo, che ha deciso di trasferire parte della produzione da
Sennwald a Montebelluna, in provincia di Treviso. Intendiamoci, produrre in
Svizzera è molto costoso. Ma con il cambiamento di prassi che consente di
mantenere la croce svizzera sui prodotti realizzati all’estero diamo un assist
a chi ha già magari dei problemi e vuole produrre altrove. Inoltre i
consumatori rischiano di essere ingannati, perché si crea l’illusione che
quello che comprano sia davvero realizzato nella Confederazione».
Secondo
il Consiglio federale, la regola proposta «non comporta alcun cambiamento per
le PMI che fabbricano i loro prodotti in Svizzera».
«È una
presa in giro. Usare la croce svizzera su prodotti fabbricati all’estero è un
cambiamento fondamentale di cui non si può non capire l’importanza. Invece
bisogna motivare le aziende a restare in Svizzera. Se qualcuno vuole andare
all’estero è libero di farlo, ci mancherebbe. Può sempre continuare a usare la
scritta Swiss engineering o Swiss design. La vera differenza è l’uso della
croce svizzera, un simbolo che l’industria nazionale ha impiegato decenni per
valorizzare e che con il cambiamento di prassi verrebbe svuotato di valore. L’interpretazione
originaria della prassi, invece, consente di difendere le PMI che continuano a
produrre in Svizzera».
Il
Governo però mette l’accento sul fatto che anche ricerca e sviluppo sono un
pilastro dell’economia e impiegano decine di migliaia di persone. Non c’è forse
anche questo aspetto da considerare?
«La
realtà è che un’azienda straniera potrebbe venire in Svizzera solo per
sviluppare un prodotto e poi produrlo all’estero, beneficiando dei vantaggi
della croce svizzera. Siamo di fronte a un cambio di paradigma molto
pericoloso. Non è accettabile. Ripeto: chi produce all’estero può sempre
menzionare lo Swiss engineering. L’importante, per noi, è che non usi la croce
svizzera».
Berna
lascia comunque la porta aperta, perché dice che se qualcuno non è contento
della nuova prassi può sempre rivolgersi a un giudice.
«È un
po’ un alibi. Sappiamo che se i tempi della politica sono lunghi, quelli della
giustizia possono essere pachidermici. Ma quella dell’uso della croce svizzera
è una questione da affrontare in un’ottica prettamente politica, non
giudiziaria. È quello che abbiamo cercato di fare con la collega consigliera
nazionale Daniela Schneeberger, vice-presidente dell’USAM, tramite le mozioni
proposte nei due rami del Parlamento. Abbiamo bisogno di una risposta chiara e
rapida».
Crede
di avere chance?
«Percepisco
un consenso di fondo sulla bontà dell’obiettivo e sul fatto che il cambiamento
di prassi non va bene. Sui modi per arrivarci ci sono dei distinguo. A me
interessa che domani dall’aula esca un segnale politico chiaro per un ritorno
alla prassi originaria. Bisogna agire in fretta per limitare i danni, perché
più passa il tempo più si rischia che questa nuova prassi si consolidi».
