L’Intervista

«Croce svizzera, una prassi veramente pericolosa»

Fabio Regazzi, consigliere agli Stati del Centro e presidente dell’USAM, spiega perché occorrerebbe annullare la cosiddetta «Lex ON»
©JEAN-CHRISTOPHE BOTT
Giovanni Galli
23.09.2026 06:00

«La croce svizzera solo per i prodotti fabbricati in Svizzera». La richiesta di Fabio Regazzi di annullare la cosiddetta «Lex ON», misura decisa la scorsa primavera dall’Istituto federale della proprietà intellettuale, approderà domani al Consiglio degli Stati. Il «senatore» del Centro e presidente dell’USAM vuole vietare l’uso del simbolo rossocrociato sui prodotti realizzati in un altro Paese, anche se progettati e sviluppati nella Confederazione. Il Consiglio federale si oppone. 

La richiesta di vietare per legge la croce svizzera sui prodotti fabbricati all’estero è stata respinta dal Consiglio federale. Come USAM avete parlato di «pugnalata alla spalle». Un termine forte.
«La decisione dell’Istituto della proprietà intellettuale ci ha sorpresi e anche fatto arrabbiare. Dicono che si tratta di una precisazione della prassi, ma in realtà è un cambiamento di prassi, fatto – sembrerebbe - su pressione insistente del produttore di scarpe ON. Ci aspettavamo una risposta diversa dal Consiglio federale, che invece si è comportato da Ponzio Pilato. Questa nuova prassi è veramente pericolosa per la piazza economica svizzera».

Siete quindi delusi dal Governo?
«Certo. Ho detto a Beat Jans (ndr. l’IPI rientra sotto il Dipartimento federale di Giustizia e Polizia) che mi aspettavo un altro tipo di risposta. Non perché questo istituto ha preso una cantonata lui lo deve difendere d’ufficio. Deve anche avere il coraggio di prendere una posizione chiara a salvaguardia dell’economia svizzera e delle piccole e medie imprese, che in questi casi vengono messe in difficoltà».

A quanto si dice, però, all’interno del Governo e dello stesso Dipartimento dell’economia non ci sarebbe unanimità.
«Da quanto ne sappiamo, anche all’interno della stessa SECO ci sono posizioni dissenzienti. Probabilmente abbiamo toccato un nervo scoperto».

Ma qual è la posta in gioco?
«È molto alta. Abbiamo il privilegio, grazie a una storia di sforzi e sacrifici, di essere riusciti a creare un’immagine di precisione e di affidabilità dei prodotti, riconosciuta tramite la croce svizzera. L’acquirente si aspetta di trovare questa qualità prodotta in Svizzera. Siamo sì un Paese che fa ricerca e sviluppo ma anche che produce. Rinunciando a questa prerogativa, l’effetto sarebbe di favorire la delocalizzazione delle attività. Se per avere il simbolo rossocrociato sul prodotto basta solo svilupparlo e progettarlo in Svizzera, si crea un incentivo ad andare a produrre in Paesi con condizioni più vantaggiose. Anche la mia impresa a Gordola beneficia dello Swiss label. Per tanto così, un domani potrei limitarmi alla progettazione e al design in Ticino e trasferire la produzione in Serbia o in Romania.  Come settore, dobbiamo lottare per mantenere il nostro luogo di produzione in Svizzera e salvaguardare i posti di lavoro».

Quindi per voi è tutt’altro che una precisazione della prassi.
«È uno stravolgimento bell’e buono delle regole, che può avere conseguenze molto pesanti. Emblematico l’esempio del produttore di scarpe Kybun, con sede nel Canton San Gallo, che ha deciso di trasferire parte della produzione da Sennwald a Montebelluna, in provincia di Treviso. Intendiamoci, produrre in Svizzera è molto costoso. Ma con il cambiamento di prassi che consente di mantenere la croce svizzera sui prodotti realizzati all’estero diamo un assist a chi ha già magari dei problemi e vuole produrre altrove. Inoltre i consumatori rischiano di essere ingannati, perché si crea l’illusione che quello che comprano sia davvero realizzato nella Confederazione».

Secondo il Consiglio federale, la regola proposta «non comporta alcun cambiamento per le PMI che fabbricano i loro prodotti in Svizzera».
«È una presa in giro. Usare la croce svizzera su prodotti fabbricati all’estero è un cambiamento fondamentale di cui non si può non capire l’importanza. Invece bisogna motivare le aziende a restare in Svizzera. Se qualcuno vuole andare all’estero è libero di farlo, ci mancherebbe. Può sempre continuare a usare la scritta Swiss engineering o Swiss design. La vera differenza è l’uso della croce svizzera, un simbolo che l’industria nazionale ha impiegato decenni per valorizzare e che con il cambiamento di prassi verrebbe svuotato di valore. L’interpretazione originaria della prassi, invece, consente di difendere le PMI che continuano a produrre in Svizzera».

Il Governo però mette l’accento sul fatto che anche ricerca e sviluppo sono un pilastro dell’economia e impiegano decine di migliaia di persone. Non c’è forse anche questo aspetto da considerare?
«La realtà è che un’azienda straniera potrebbe venire in Svizzera solo per sviluppare un prodotto e poi produrlo all’estero, beneficiando dei vantaggi della croce svizzera. Siamo di fronte a un cambio di paradigma molto pericoloso. Non è accettabile. Ripeto: chi produce all’estero può sempre menzionare lo Swiss engineering. L’importante, per noi, è che non usi la croce svizzera».

Berna lascia comunque la porta aperta, perché dice che se qualcuno non è contento della nuova prassi può sempre rivolgersi a un giudice.
«È un po’ un alibi. Sappiamo che se i tempi della politica sono lunghi, quelli della giustizia possono essere pachidermici. Ma quella dell’uso della croce svizzera è una questione da affrontare in un’ottica prettamente politica, non giudiziaria. È quello che abbiamo cercato di fare con la collega consigliera nazionale Daniela Schneeberger, vice-presidente dell’USAM, tramite le mozioni proposte nei due rami del Parlamento. Abbiamo bisogno di una risposta chiara e rapida».

Crede di avere chance?
«Percepisco un consenso di fondo sulla bontà dell’obiettivo e sul fatto che il cambiamento di prassi non va bene. Sui modi per arrivarci ci sono dei distinguo. A me interessa che domani dall’aula esca un segnale politico chiaro per un ritorno alla prassi originaria. Bisogna agire in fretta per limitare i danni, perché più passa il tempo più si rischia che questa nuova prassi si consolidi».