L'analisi

Crollo delle nascite in Ticino, «la risposta tecnologica alla crisi demografica è insufficiente»

Spartaco Greppi, economista e docente SUPSI, spiega perché le classi dirigenti dovrebbero farsi interpreti di un diverso modello di sviluppo sociale ed economico
Anno dopo anno si continuano a battere i record negativi di nascite in Ticino. Le culle sono realmente sempre più vuote. ©Gabriele Putzu
Dario Campione
13.07.2026 20:45

Spartaco Greppi, economista, insegna alla SUPSI dove ha diretto per 10 anni, dal 2015 al 2025, il Centro competenze lavoro, welfare e società (CLWS).

«Potremmo parlare e discutere a lungo sulle cause della denatalità, che sono molte e multidimensionali - dice Greppi al Corriere del Ticino - E tuttavia, il tema cruciale credo sia un altro: riguarda le implicazioni sul piano economico-strutturale di questa denatalità e della contrazione della popolazione in età lavorativa, quella cioè dai 15 ai 64 anni, peraltro già in calo. La diminuzione delle nascite tende inevitabilmente ad alzare il rapporto di dipendenza tra generazioni, ovvero tra anziani e attivi. Questo effetto perdurerà nel tempo e potrà avere serie conseguenze sui sistemi di welfare, i quali vivono, contano e fanno affidamento su un rapporto di dipendenza perlomeno stabile, se non in diminuzione».

Altri nodi derivano dalla denatalità, spiega ancora Greppi. «Pensiamo al tema dell’intelligenza artificiale, dell’automazione e dell’innovazione: una natalità in diminuzione, quindi un rapporto di dipendenza che si impenna, non soltanto aprono una discussione approfondita sul sistema di welfare e sui sistemi pensionistici, ma chiamano in causa l’automazione e lo sviluppo dei sistemi di intelligenza artificiale come sostituti della forza lavoro che si restringe. Gli effetti a valle, in termini di creazione di ricchezza, di reddito, di capacità della società di garantirsi uno sviluppo a medio-lungo termine, sono evidenti. E non solo per il restringimento inevitabile della forza lavoro, ma per l’acuirsi delle disuguaglianze: tra le generazioni e tra categorie di lavoratori e di professionisti».

Paradossalmente, è la risposta alla denatalità - più innovazione tecnologica, più sostituzione del lavoro umano - se lasciata senza correttivi politici, a rivelarsi un processo di disumanizzazione potenzialmente pericoloso, soprattutto per chi vede il proprio lavoro svuotato di valore e di senso. «La narrazione corrente dice: “La robotica, l’intelligenza artificiale compensano il vuoto demografico”. In realtà, non è così evidente, non è la chiave di lettura corretta, perché questa automazione interviene su un terreno già arato, già selezionato dal capitale. Una crisi che è sociale, riproduttiva, culturale rischia di essere letta attraverso una insufficiente soluzione tecnica».

La denatalità accomuna soprattutto le società iper-industrializzate del Vecchio continente. La domanda è che cosa rende difficile, quando non impossibile, costruire politiche sostenibili che favoriscano la natalità.

«È una questione di progettualità - risponde Greppi - Le classi dirigenti, in generale, dovrebbero farsi interpreti di un diverso modello di sviluppo. È cruciale, secondo me, dare risposte in termini di orizzonte. Occorre quindi ripensare un modello di sviluppo che dia effettivamente fiducia alle nuove generazioni, in modo tale che le stesse si pongano in termini positivi nei confronti del futuro. Questo un po’ manca. Ho sempre in mente l’esempio svizzero del baby boom del dopoguerra, dei nati cioè a partire dagli anni ’50 fino a metà degli anni ’60. Si trattava di un boom legato a doppio filo alla crescita economica di allora, con una motivata e nutrita speranza nel futuro. Però ci si dimentica che anche negli anni ’40, pure se in modo non così eclatante e significativo come negli anni successivi, c’era stata in Svizzera un’impennata delle nascite grazie a scelte precise, come l’introduzione delle indennità per perdita di guadagno a beneficio dei coscritti. Questo per dire che occorrono politiche redistributive e politiche attente alla qualità del lavoro e al livello di occupazione, proprio per diffondere la fiducia di cui le persone hanno bisogno per garantire un futuro a sé stesse e alle nuove generazioni».