Da Dubai a goodbye è un attimo: se la città-sicura non è più sicura

Skyline scintillante, stipendi esentasse, affari, lusso (anche) sfrenato. Oltre a una promessa: qualsiasi conflitto, in Medio Oriente, si sarebbe fermato ai confini della città e degli Emirati Arabi Uniti. Dubai, per decenni, ha sfruttato la strategia del porto sicuro. O, se preferite, della bolla felice. Sabato, l'orizzonte è cambiato. La ritorsione dell'Iran, in seguito all'attacco di Israele e Stati Uniti nel cuore della Repubblica islamica, ha colpito (anche) Dubai, nello specifico aeroporti, hotel e porti. L'offensiva di Teheran ha colpito, soprattutto, a livello psicologico come scrive Reuters. Della serie: ma questa non era una città sicura, affidabile, in cui fare affari nonostante, attorno, la regione fosse instabile?
Le autorità degli Emirati Arabi Uniti, stretti alleati degli Stati Uniti, hanno agito rapidamente per contenere i danni. Sia materiali, sia – come detti – psicologici e di immagine. L'Autorità nazionale per la gestione delle emergenze, delle crisi e delle catastrofi del Paese, ad esempio, si è affrettata ad affermare che la situazione rimane sotto controllo. Gli investitori e i residenti che hanno visto i loro punti di riferimento colpiti dai missili, mentre facevano scorta di provviste, hanno preso atto delle rassicurazioni. Se siano state sufficienti, però, è un altro discorso. Intervistato da Reuters, Jim Krane, ricercatore presso il Baker Institute della Rice University, ha spiegato che «i danni materiali potrebbero essere lievi e, finora, il dolore è stato soprattutto psicologico». Al contempo, «lo status di Dubai come rifugio sicuro per gli espatriati e le loro attività commerciali è sempre più in dubbio. Più la guerra continua, più intensa sarà la ricerca di luoghi alternativi. Dubai ha bisogno che questa guerra finisca subito. Il capitale internazionale è altamente mobile.»
A dimostrazione delle tensioni in corso, lunedì e martedì i mercati azionari degli Emirati Arabi Uniti sono rimasti chiusi. Di più, secondo una fonte ben informata le interruzioni dei servizi tecnologici – causate da un attacco alle strutture di cloud computing di Amazon – hanno influito su alcune operazioni bancarie. Decine di migliaia di persone, fra turisti e lavoratori, sono rimaste bloccate negli Emirati Arabi Uniti a causa della chiusura quasi totale dello spazio aereo.
Il marchio Dubai
La trasformazione di Dubai da modesto porto dedito alla pesca e alla raccolta delle perle a centro finanziario globale è durata, dicevamo, decenni. Il lancio della compagnia aerea Emirates, nel 1985, l'apertura del Burj Al Arab, nel 1999, e le leggi dei primi anni Duemila, che hanno consentito per la prima volta agli stranieri di acquistare proprietà immobiliari, rappresentano i pilastri del marchio Dubai.
L'economia di Dubai è quasi interamente alimentata dai settori non petroliferi, con il petrolio che ora rappresenta meno del 2% del PIL. Al suo posto, è subentrato un mix di commercio, turismo, immobili di lusso e servizi finanziari, basato su un quadro normativo che rispecchia quello di Londra e New York. La vicina Abu Dhabi, che detiene oltre il 90% delle riserve petrolifere degli Emirati Arabi Uniti, rimane invece (molto) più dipendente dai proventi del petrolio per la sua crescita.
Beirut è stata la capitale finanziaria internazionale della regione fino a quando la guerra civile degli anni Settanta non ne ha distrutto l'immagine, in tutti i sensi. Il Bahrein ha provato a colmare il vuoto creatosi, fino a quando l'ascesa di Dubai non ha relegato il Paese a un ruolo più modesto. La promessa, per contro, non è mai cambiata: un'alternativa stabile e aperta a qualsiasi luogo fosse stato colpito da una crisi. Dubai ha mantenuto questa promessa in modo più completo rispetto a tutti i suoi predecessori, ribadisce Reuters. L'ascesa di Dubai, d'altro canto, si è basata molto sull'instabilità degli altri. Con i siriani sfollati dal conflitto civile, le famiglie benestanti sconvolte dalla Primavera araba e, più recentemente, i russi in fuga per via della guerra in Ucraina, i nuovi residenti hanno riversato capitali e competenze nell'Emirato.
La popolazione degli Emirati Arabi Uniti è cresciuta vertiginosamente, passando da circa 1 milione nel 1980 a 11 milioni nel 2024. L'anno scorso, secondo Henley & Partners, gli Emirati Arabi Uniti erano sulla buona strada per attirare un numero record di 9.800 milionari, più di qualsiasi altro Paese al mondo. Il denaro è affluito nel settore immobiliare, spingendo il costruttore Dubai Emaar Properties a un massimo storico il 25 febbraio, con una valutazione della società pari a circa 40,6 miliardi di dollari. La creazione del Dubai International Financial Centre (DIFC) nel 2004 ha dato il via a una campagna volta ad attrarre società finanziarie. Alla fine del 2025, il DIFC ospitava oltre 290 banche, 102 hedge fund, 500 società di gestione patrimoniale e 1.289 entità legate alle famiglie.
D'accordo, ma che cosa è cambiato?
Le vulnerabilità, al di là di tutto, sono rimaste. Lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa un quinto del petrolio greggio trasportato via mare a livello mondiale, territorialmente parlando appartiene anche a Dubai. L'Iran, un Paese che ha sia una motivazione sia le capacità necessarie per destabilizzare il commercio nel Golfo, si trova proprio dall'altra parte dello Stretto.
I danni materiali causati durante il fine settimana sono stati ingenti. L'aeroporto internazionale di Dubai è stato colpito, un molo del porto di Jebel Ali ha preso fuoco e il Burj Al Arab ha subito danni causati dai frammenti degli intercettori. Secondo il Ministero della Difesa degli Emirati Arabi Uniti, tre persone sono rimaste uccise e 58 ferite.
Nabil Milali, gestore di portafogli multi-asset presso Edmond de Rothschild Asset Management, ha raccontato a Reuters: «La gente ha paura di ciò che sta accadendo. È la prima volta che devono nascondersi in luoghi sotterranei. L'aeroporto di Dubai, uno dei più grandi al mondo, ha dovuto chiudere per alcuni giorni».
Che l'Iran potesse attaccare, d'altro canto, si sapeva. O, meglio, si poteva intuire. Una fonte di una società di investimento di medie dimensioni con sede negli Emirati Arabi Uniti, per intenderci, ha dichiarato che la sua azienda ha iniziato a pianificare in modo preventivo dei licenziamenti e ha interrotto la raccolta di fondi. Secondo un'altra fonte, la domanda di lingotti d'oro è aumentata notevolmente. Secondo un banchiere privato, anche le banche private internazionali, che avevano ampliato le proprie attività di consulenza nell'Emirato, potrebbero ora rivalutare la portata della propria presenza. «Storicamente, mercati come quello degli Emirati Arabi Uniti hanno dimostrato resilienza durante le crisi, compresa quella causata dal COVID, grazie al sostegno di politiche e governance efficaci» ha affermato Madhur Kakkar, fondatore e amministratore delegato di Elevate Financial Services. «In questa fase, un'ampia riallocazione strutturale del capitale istituzionale lontano dagli Emirati Arabi Uniti o dal Golfo in generale appare improbabile, a meno che le tensioni non si intensifichino in modo significativo o persistano per un periodo prolungato».
Non ci sono ancora dati disponibili sui deflussi di capitali. La sospensione delle contrattazioni sulle borse di Abu Dhabi e Dubai, il 2 e 3 marzo, rappresenta però una misura senza precedenti per le autorità di regolamentazione degli Emirati Arabi Uniti. «Si tratta davvero di un cambiamento piuttosto significativo nella percezione generale» ha affermato a Reuters William Jackson, capo economista dei mercati emergenti presso Capital Economics. «Le economie del Golfo sono state generalmente considerate al riparo dalle ritorsioni iraniane. Credo che la situazione sia davvero cambiata nel corso del fine settimana». L'impatto dipenderà dalla durata del conflitto, ha chiosato: «Ma penso che si tratti di una sfida piuttosto impegnativa, soprattutto se consideriamo alcuni degli sforzi di diversificazione in corso nella regione».