Piazza finanziaria

Dagli Stati Uniti una mano a UBS

La Commissione dell'economia fa un passo verso la grande banca sulla questione della copertura delle partecipazioni nelle filiali estere - Adottata una proposta mista con le obbligazioni AT1 - Il presidente Ettlin: «Non è un regalo, si tratta di un compromesso»
Giona Carcano
31.08.2026 23:00

Per scongiurare una grave crisi finanziaria, UBS deve garantire la copertura integrale delle partecipazioni nelle proprie filiali estere con capitale proprio di prima classe (CET-1). È questa la volontà del Consiglio federale, che ha appoggiato una proposta formulata in aprile dalla «ministra» delle finanze Karin Keller-Sutter, figura chiave durante il drammatico crollo di Credit Suisse nel 2023. Tuttavia, il progetto del Governo – sostenuto anche dalla Banca nazionale svizzera e dall’Autorità di vigilanza sui mercati finanziari – non fa l’unanimità. Una parte del Parlamento, infatti, vede nella cosiddetta «Lex UBS» messa sul piatto da Keller-Sutter una minaccia alla competitività della più grande banca svizzera. Nel caso in cui dovesse passare la «linea dura» del Consiglio federale, infatti, UBS sarebbe costretta a costituire un fondo aggiuntivo enorme, pari a circa 20 miliardi di dollari. Una «zavorra», appunto, che secondo alcuni politici e rappresentanti dell’economia graverebbe eccessivamente sulle prestazioni globali dell’istituto. Con ripercussioni a cascata sull’intera piazza finanziaria svizzera.

«Non è un regalo»

Oggi, in una riunione-fiume, la Commissione dell’economia e dei tributi del Consiglio degli Stati ha affrontato il nodo dei requisiti di capitale. Seguire per intero la proposta del Consiglio federale oppure trovare una soluzione più «morbida»? Ebbene, dalle discussioni è emersa la netta volontà (la decisione è stata presa con dieci voti favorevoli e due contrari) di avvicinarsi alla posizione di UBS, fin dall’inizio molto critica sui requisiti di capitale proprio. «Vogliamo una regolamentazione più rigorosa», ha spiegato ai giornalisti il presidente della Commissione Erich Ettlin (Centro/OW). «Tuttavia, vogliamo anche garantire che l’economia non risenta di un’eccessiva regolamentazione. È innegabile che le filiali estere necessitino di maggiori capitali. La composizione del capitale proposta è costituita per il 50% da capitale proprio e per il 50% da obbligazioni AT1». In sostanza, la Commissione ha optato per una soluzione mista. «Si tratta di un compromesso», commenta al Corriere del Ticino Fabio Regazzi (Centro). «È una soluzione che tiene conto sia delle preoccupazioni del Governo, sia di quelle dell’economia. Ad ogni modo, la copertura rimane del 100%».

«Richieste di UBS comprensibili»

La Commissione ha proposto di inserire nel «cuscinetto» di sicurezza anche le obbligazioni AT1, e questo «per tener conto delle obiezioni emerse durante il dibattito», spiega ancora il «senatore» ticinese. «È chiaro che ciò non soddisfa Keller-Sutter, ma d’altro canto le richieste di UBS sono comprensibili. La banca deve competere su un mercato globale: se alziamo troppo l’asticella dei requisiti sui fondi propri, il rischio è la perdita di competitività del più grande istituto finanziario svizzero». Regazzi, quindi, sottolinea anche le conseguenze di mantenere la linea dura del Consiglio federale. «Parlo come presidente dell’USAM», premette. «Aumentare i costi di UBS significherebbe creare un possibile danno anche alle piccole e medie imprese, così come ai cittadini. Perché ci sarebbe il rischio di una stretta creditizia, con un inasprimento delle condizioni da soddisfare per le imprese». Per Ettlin, la proposta «non è un regalo a UBS». L’acquisto delle obbligazioni AT1 comporta infatti dei costi, ma secondo il presidente della Commissione non è chiaro quanto questo strumento costerebbe al numero uno bancario svizzero.

Uno strumento controverso

Le AT1 sono uno strumento controverso, come si è visto durante il crollo di Credit Suisse. Si tratta infatti di obbligazioni che offrono un rendimento elevato e possono essere convertite in capitale proprio oppure dichiarate prive di valore in caso di difficoltà della società. Ed è ciò che è successo con CS. Per questo, a mente della Commissione, questo strumento va rivisto in modo da avere un effetto più rapido. Sono inoltre previste misure volte a impedire che una banca emetta tali titoli quando si trova già in una situazione finanziaria precaria. La Commissione ha altresì previsto misure nel caso in cui una banca non dovesse più essere in grado di soddisfare i requisiti stabiliti. In particolare, l’istituto dovrà sospendere il pagamento dei dividendi agli azionisti e il riacquisto di azioni. I bonus corrisposti ai dirigenti dovranno essere ridotti, o addirittura soppressi, a seconda dell’entità e della durata della mancata osservanza dei requisiti.

La Commissione non ha per contro avuto il tempo di esaminare il meccanismo di garanzia statale di liquidità (Public Liquidity Backstop). Le discussioni proseguiranno ora agli Stati: il primo «round» è previsto già nella sessione autunnale delle Camere. Il Nazionale dovrebbe invece esprimersi in dicembre.

«Un alibi»

Immediate le reazioni alla decisione della Commissione. Per l’Associazione svizzera dei banchieri, la copertura integrale delle partecipazioni nelle filiali estere «va oltre gli standard internazionali». Tuttavia, la scelta di utilizzare in parte le AT1 viene accolta con favore dall’associazione. Duro, per contro, il commento del Partito socialista, secondo cui le proposte della Commissione «non proteggono contro un’altra crisi bancaria in caso di emergenza» e «soprattutto asseconda la direzione e gli azionisti UBS a spese dei contribuenti, che dovranno pagare in caso di crisi ». Il PS parla dunque di una decisione «inaccettabile». 

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