Dai missili alle parole: perché gli USA hanno cambiato la propria strategia nella guerra del Golfo

Una guerra che sembrava destinata a durare poco, e nella quale la superiorità militare di Stati Uniti e Israele appariva schiacciante, potrebbe finire senza una vera vittoria. Con Donald Trump costretto in qualche modo a subire l’affronto di una pace negoziata con l’Iran. La difficoltà del presidente americano è palese, ed è rivelata da un atteggiamento oscillatorio: ogni giorno dice qualcosa che, poche ore dopo, egli stesso smentisce.
Francesco Niccolò Moro, professore di Scienza politica e direttore del dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Bologna, riflette con il Corriere del Ticino su quanto sta accadendo.
«L’atteggiamento di Trump, questo continuo susseguirsi di annunci in direzioni diverse, è legato al tentativo di trovare una narrazione convincente per mettere una fine a operazioni militari che, in questo momento, stante le informazioni date, non vanno nella direzione sperata - dice Moro - Stati Uniti e Israele non sono riusciti a ottenere un risultato rapido, nonostante l’apparente squilibrio delle forze in campo. Sono quindi costretti a trovare il modo di dire “non abbiamo perso” o, quantomeno, “abbiamo pareggiato e ottenuto meno di quello che volevamo”. In questa tensione risiede il motivo di una narrazione così oscillatoria e apparentemente contraddittoria».
Il punto è capire se una grande Paese come gli Stati Uniti possa permettersi un presidente che, a ogni giro di lancetta, cambia idea. E se tutto questo non metta invece in moto un meccanismo di gestione complessa del potere, nel quale magari è necessario neutralizzare le affermazioni del comandante in capo.
«Potrebbe, e forse dovrebbe. Ma non è ciò che accade - sottolinea Moro - In una situazione di crisi continua e continuativa, osserviamo piuttosto una concentrazione dei poteri in mano a poche persone, e nel caso particolare, proprio al presidente. Non è la prima volta che succede: nelle fasi di crisi, tanto più in contesti di guerra, i poteri dello Stato tendono a concentrarsi nel Governo a seconda del modo in cui questo è organizzato. Nel caso degli Stati Uniti, appunto, molto nelle mani del presidente». Nulla di sorprendente, dice Moro. Il quale però evidenzia un altro dato: ovvero, come l’emergenza non sia più, a Washington, una condizione straordinaria.
«La seconda amministrazione Trump, sicuramente più della prima, sembra essere in qualche modo un’amministrazione di permanente emergenza: nell’uso di strumenti militari, nella gestione dell’ordine pubblico interno, nei rapporti commerciali internazionali caratterizzati da forme inedite di pressione. Chi studia la democrazia sa che l’emergenza, quando non è limitata nel tempo, è problematica da gestire e da sostenere».
Il faraone americano
Ieri, in un’intervista al Corriere della Sera, il direttore del New Catholic Report Michael O’Loughlin ha sostenuto la tesi che Trump stia cercando di fare storia unicamente per sé stesso. Si rinnova la questione se la democrazia americana possa reggere l’urto di una simile personalità.
«Martedì scorso, Edward Luce, il principale corrispondente da Washington del Financial Times, ha scritto un articolo intitolato The Age of the American Pharaoh, l’età del faraone americano - dice ancora Moro - Leggendolo, si comprende come ormai non siano soltanto gli anti-trumpiani per principio, gli oppositori politici, ad avere la visione di un presidente in cui l’elemento idiosincratico è molto potente. Tutte le persone di potere, e sicuramente i presidenti americani, hanno o hanno avuto tratti caratteriali che poi impattavano inevitabilmente sullo stile di governo e di leadership. Nel caso di Trump, proprio per la situazione di emergenza permanente di cui parlavo prima, nasce la domanda su quali possano essere i potenziali riflessi sul funzionamento istituzionale degli Stati Uniti».
Fedeltà politica
La riscrittura dei collegi elettorali per evitare la vittoria dei Democratici alle elezioni di midterm o la nomina di giudici federali secondo il criterio della fedeltà politica sono soltanto alcuni dei passaggi nei quali si riverbera questa nuova «emergenza».
Al momento, indica tuttavia Moro, «appare esplicita la volontà di Trump di usare sia lo scacchiere internazionale sia quello interno in maniera interrelata, per cercare di recuperare consenso. Ancora una volta, niente di nuovo, sebbene l’intensità di questa operazione dovrebbe forse preoccupare di più».
Trump, comunque, non si ferma. Parla, scrive sui social, rilascia decine di interviste e dichiarazioni. Una sorta di bulimia comunicativa che non chiarisce, anzi: ingenera spesso soltanto confusione.
«Comprendere e interpretare in modo profondo il presidente degli Stati Uniti è difficile - sostiene Moro - Sicuramente, le sue scelte comunicative sono improntate, in parte in maniera strategica, a processi di estrema semplificazione; processi che, in alcuni momenti, sono stati anche funzionali al suo successo elettorale. Si è sempre detto della capacità di Trump di parlare con le constituency americane, i singoli territori e collegi che l’hanno sostenuto proprio perché portatore di un linguaggio comprensibile, carico di immediatezza. E tuttavia, esiste un altro lato di questa semplificazione. A livello internazionale, soprattutto, questi messaggi non bastano a spiegare la maggiore complessità delle cose».
Ogni giorno, da settimane, Trump minaccia di distruggere l’Iran, di raderlo al suolo. Per poi, qualche minuto dopo, dire che l’accordo è vicino. Lo ha fatto di nuovo nella mattinata di ieri, scrivendo su Truth che il rifiuto di un’intessa da parte di Teheran avrebbe scatenato bombardamenti distruttivi. La domanda è inevitabile: quanto incide il fatto che un presidente continui a fare affermazioni prive di conseguenze? «È possibile che Trump ritenga di dover sempre rilanciare per dimostrare di essere lui a dominare la mano - spiega il professor Moro - ed è immaginabile che gli avversari del presidente americano comincino a valutare in modo diverso la credibilità delle sue minacce. È un’analisi difficile. In astratto, la questione della credibilità che si perde non facendo seguire fatti concreti alle varie affermazioni, ovviamente c’è».
Guerra di parole
L’ultima riflessione dello studioso dell’Alma Mater è legata alla paradossale trasformazione della guerra in Iran da conflitto armato a conflitto di parole. Dopo i primi, massicci bombardamenti, da settimane si combatte soprattutto verbalmente. USA e Iran sostengono di dominare il campo e smentiscono regolarmente ogni affermazione l’uno dell’altro. Nessuno, probabilmente, si aspettava che Stati Uniti e Israele fossero costretti a virare su una guerra di propaganda. «Credo che il problema sia legato alla profonda indeterminatezza degli obiettivi iniziali - dice Moro - di quello cioè che si voleva ottenere e che a un certo punto non è stato più possibile raggiungere, così come avvenuto in altre situazioni: ad esempio, la precedente campagna in Iran del giugno 2025. Con Nicolás Maduro, in Venezuela, il risultato tattico è stato immediato, e ha permesso di dire: missione compiuta. In Iran, il risultato tattico, ottenuto cioè con il solo strumento militare, non c’è stato, anche se non tutti ne sono rimasti sopresi: molti osservatori, infatti, erano consapevoli delle capacità iraniane di mettere in piedi una forte resistenza. I costi della guerra sono stati molto elevati, le piattaforme missilistiche difensive e offensive si stavano rapidamente esaurendo e questo probabilmente ha portato Trump a un calcolo per cui era meglio fermarsi. Così, in questo momento siamo proprio dentro una guerra delle parole. E finché qualcuno non riuscirà ad affermare in modo convincente di aver vinto, la guerra delle parole continuerà, anche se non è detto che a un certo punto si ritrasformi in qualcos’altro».
