Dal G8 di Genova ai fatti di Bologna, «Il potere cerca sempre di screditare e infangare le vittime»

Sono passati 25 anni dal G8 di Genova, ma in molti ricordano ancora il sangue che ha caratterizzato quel vertice, passato alla storia soprattutto per la morte di Carlo Giuliani, la «macelleria messicana» alla scuola Diaz e i maltrattamenti alla caserma di Bolzaneto. Fatti che Amnesty International ha descritto come «una violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste in Europa nella storia più recente». Un quarto di secolo dopo, associazioni, movimenti, realtà culturali e organizzazioni sociali hanno organizzato a Genova una serie di attività «per non dimenticare quanto successo e interrogare il presente a partire da quella esperienza». Nel frattempo a Bologna la piazza è insorta contro le autorità per la morte di Abderrahim Fakir avvenuta domenica 19 luglio durante un fermo di polizia. «Si tratta dell’ennesima dimostrazione del fallimento dei percorsi formativi delle forze dell’ordine, ma è anche il risultato del clima politico e di una cultura che parla solo di sicurezza in termini di forza e non parla di sicurezza sociale, che dovrebbe essere al centro dell’intervento di qualunque istituzione», ci spiega Vittorio Agnoletto, medico, attivista e politico, già portavoce del Genoa social forum.
Ma torniamo ai fatti del 2001, dove Agnoletto era in prima linea con il Genoa Social Forum, ovvero quella rete di associazioni, partiti, sindacati e movimenti della società civile nata nel dicembre del 2000 per coordinare le proteste contro il vertice del G8 di Genova. «Se penso a quei momenti sono due le immagini che mi tornano sempre alla mente, due immagini molto diverse tra loro: una di speranza e l’altra più drammatica».
«La prima», continua il nostro interlocutore, «è la grande assemblea di apertura del Forum, tenutasi lunedì 16 luglio. C’erano delegazioni di movimenti che arrivavano da tutto il mondo ed era sempre più chiaro che l’opposizione alla globalizzazione neoliberista era qualcosa che teneva insieme gli interessi dei più deboli e dei più poveri di tutto il mondo. Ricordo un pescatore filippino che ci spiegava come gli accordi di libero commercio stipulati a livello internazionale ricadevano poi direttamente sull'economia della sua categoria e sulla sua possibilità di lavoro. Noi in quel momento avevamo l'impressione di essere tutti insieme protagonisti di un possibile cambiamento a livello mondiale. Quell'assemblea era la diretta prosecuzione del Foro Sociale Mondiale di Porto Alegre del gennaio di quell'anno, dove eravamo in migliaia e migliaia a dar vita a una grande università all'aperto per progettare, in ogni campo specifico, un'alternativa a quel modello». A Genova «presero parola anche Susan George, politologa e attivista franco-statunitense, allora presidente di ATTAC, e Walden Bello, sociologo e attivista filippino. La prima disse che ‘andando avanti con un modello di sviluppo dove la finanza domina sull’economia, andremo incontro a una grande crisi economica e sociale’, mentre il secondo avvertì che ‘questo modello di sviluppo avrebbe portato a grandi cambiamenti climatici’. Ed è esattamente quello che è avvenuto».
L’altra immagine riguarda la «macelleria messicana», come un funzionario di polizia definì quanto successo la notte del 21 luglio. «Quando per primo sono entrato nella Diaz», ricorda Agnoletto, «ho visto un’immagine che non potrò mai dimenticare e dopo 25 anni faccio ancora fatica a raccontare: c’era sangue dappertutto. Sangue sui gradini, sul pavimento, sui muri, sui caloriferi, sulle scale, ma anche sui vestiti, sui quaderni, sulle penne e sugli zaini. In quel momento ho avuto la netta sensazione che eravamo soli, che la Costituzione non esisteva più, che il quadro legislativo che dovrebbe regolare la vita democratica del nostro paese non c'era più. Quel mondo nato dopo la Seconda guerra mondiale, con tutta una serie di garanzie – pensiamo alla Carta dei diritti umani – non c'era più. C'era stata solo la violenza brutta e la tortura, esercitata da persone in uniforme che rappresentavano uno Stato che invece avrebbe dovuto garantire la vita democratica e i diritti di tutti».
«Non è cambiato niente»
Cosa ci raccontano quei fatti? Cosa abbiamo imparato da quanto successo? A queste domande cerca di rispondere «Il G8 di Genova: ieri, oggi e domani», l’ultimo libro di Agnoletto scritto per «cercare di capire cosa è successo nel passato e per progettare il cambiamento del futuro».
«Non c'è stato nessun cambiamento significativo all'interno delle forze dell'ordine. A cominciare da una cosa che avrebbe dovuto essere il primo passo dopo Genova: un percorso formativo delle forze dell'ordine diverso, dove il ricorso all'uso della forza doveva rimanere l'ultima, estrema possibilità, falliti tutti gli altri tentativi. Non c'è stata una crescita, un cambiamento da questo punto di vista nei corsi di formazione. Viene insegnato come si usa il manganello, come veniva insegnato allora, ma non viene insegnato come si costruisce l'interposizione, come si calma e si abbassa la tensione in situazioni difficili di piazza. Questo percorso non è stato sviluppato. La polizia e i carabinieri si sono chiusi a riccio e non hanno sviluppato nessuna analisi al loro interno; non c'è stata nessuna autocritica», afferma Agnoletto, precisando che «non è un caso che in 25 anni, al di là di qualche parola di circostanza, nessuno abbia chiesto scusa per quello che è avvenuto a Genova. Nessuno ha chiesto scusa alla famiglia Giuliani, nessuno ha chiesto scusa alle migliaia di persone che sono state picchiate, nessuno ha chiesto scusa alle tante che sono state torturate – sia a Diaz che a Bolzaneto – perché la Corte europea ha riconosciuto le torture anche alla Diaz. Nessuno ha chiesto scusa al paese, che aveva diritto ad avere delle forze dell'ordine finalizzate a tutelare la democrazia e i diritti, e non a praticare altro».
Arriviamo così a oggi e a quanto successo a Bologna il 19 luglio. I due fatti, ci spiega in conclusione Agnoletto, «sono collegati, anche se in due dimensioni diverse, ma nessuno dovrebbe mai morire nelle mani delle forze dell’ordine». Inoltre, «la storia si ripete anche da un altro punto di vista: il potere cerca sempre di screditare e infangare le vittime. Noi abbiamo avuto un attacco mediatico attraverso le veline dei servizi segreti senza precedenti; hanno raccontato di tutto contro di noi con l'obiettivo di farci perdere credibilità e di dividerci. E oggi quello che sta accadendo a Bologna è la stessa cosa. Il potere cerca di distruggere la credibilità e l'immagine delle sue vittime».
