«Dalla questione Groenlandia sono scomparse le terre rare»

Matteo Villa è ricercatore senior all’Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI) dove dirige il Data Lab, osservatorio che monitora le tendenze geopolitiche e geoeconomiche internazionali.
«Fermo restando che, come sempre, Donald Trump afferma oggi una cosa e domani può sempre sostenerne un’altra, dal discorso di Davos affiorano alcune novità significative - dice Villa al Corriere del Ticino - anzitutto, il lavoro dietro le quinte di parte dell’amministrazione americana volto a evitare una comunicazione caotica. Trump ha rivelato alla platea di aver ricevuto il consiglio di non parlare della Groenlandia, cosa che lui non ha fatto per non avere “recensioni negative”. Non solo: ha ammesso, anche abbastanza lucidamente, il fatto che l’interesse per la Groenlandia non è legato alle terre rare, materie prime per estrarre le quali servirebbero, nell’isola artica, investimenti enormi. Si tratta di un punto importante nella sua strategia decisionale relativa alla Groenlandia: è stata cancellata la riga economica, resta soltanto la riga della sicurezza nazionale».
Anche per questo, probabilmente, il presidente degli Stati Uniti ha sottolineato nel discorso di ieri di non voler utilizzare la forza per conquistare l’isola oggi sotto la sovranità di Copenaghen. «Almeno apparentemente - dice Matteo Villa - ha tolto dal tavolo un’opzione che, fin qui, non era stata esclusa. Di nuovo, qualcuno, tra i suoi, gli ha forse ricordato che la Danimarca è un Paese NATO, un alleato degli USA». E proprio sull’Alleanza atlantica, spiega il direttore dell’IPSI Data Lab, sono giunte altre considerazioni molto interessanti: «Trump ha sostanzialmente rimarcato l’importanza del Patto atlantico, cosa che dieci anni fa non avrebbe fatto; un passaggio che era stato omesso anche nel documento sulla Strategia di sicurezza nazionale pubblicato a dicembre».
Chi non ha ricevuto dal tycoon un trattamento particolarmente amichevole è stata, invece, l’Europa che Trump, dice ancora Villa, «giudica irriconoscibile, anche per dare forza alla retorica anti-woke, anti-progressista e anti-liberale, qualcosa che invece resta come punto di forza della sua strategia politica».
Su questa insistenza contro il Vecchio Continente, secondo Villa, non ha comunque pesato oltremisura la reazione dell’Europa prima sull’accordo di pace in Ucraina che somigliava un po’ troppo a una resa a Putin, poi proprio sulla vicenda della Groenlandia.
«È vero che la reazione europea alle pretese annessionistiche sull’isola danese è stata ferma, ma non bisogna dimenticare che l’estate scorsa la Commissione UE non solo non aveva attivato le contromisure sui dazi, ma aveva ceduto su tutta la linea, facendo concessioni a Trump sull’acquisto di energia o promettendo, senza avere alcun potere decisionale in tal senso, investimenti miliardari delle imprese private negli USA. Io credo che se la Danimarca non fosse stata nella NATO e avesse fatto parte unicamente dell’Unione europea, Trump non avrebbe fatto il passo indietro annunciato a Davos».
Una cosa sembra comunque evidente, conclude Villa, nell’amministrazione di Washington non c’è quell’unanimità di vedute di cui si potrebbe presupporre l’esistenza. «Penso che, in privato, soprattutto il segretario di Stato Marco Rubio tenti di orientare diversamente le scelte di Trump in politica estera. Certamente, però, la componente critica interna è oggi meno forte rispetto al 2017, più in disparte che non nel primo mandato».
