Washington

Dazi al Canada, il no del Congresso: dopo il Senato, anche la Camera si ribella a Trump

Sei deputati repubblicani si sono schierati mercoledì con l’opposizione democratica ribaltando i rapporti di forza e dando via libera al provvedimento che chiede di eliminare le tariffe contro Ottawa - Contestato il collegamento con il traffico di fentanyl, smentito anche dalla DEA
Dopo il Senato, anche la Camera dei Rappresentanti ha bocciato i dazi imposti dal presidente Donald Trump al Canada. ©AP
Dario Campione
12.02.2026 21:00

Dopo il Senato, che lo aveva fatto in precedenza, per la prima volta nel secondo mandato di Donald Trump anche la Camera bassa del Congresso degli Stati Uniti ha lanciato un segnale molto chiaro al presidente, approvando una risoluzione - presentata da un deputato dem di New York, Gregory W. Meeks - con cui si chiedeva di revocare i dazi imposti al Canada. Nonostante dallo Studio ovale piovessero in tempo reale pesanti avvertimenti di ritorsioni elettorali, sei repubblicani si sono schierati con l’opposizione.

«Qualsiasi repubblicano, alla Camera o al Senato, che voti contro le TARIFFE subirà seriamente le conseguenze al momento delle elezioni, e questo include le primarie! - ha scritto Trump su Truth Social prima che la Camera votasse - I DAZI ci hanno dato Sicurezza Economica e Nazionale, e nessun repubblicano dovrebbe essere responsabile di distruggere questo privilegio», ha aggiunto il tycoon.

Le minacce di Trump non hanno però avuto alcuna efficacia. Alla fine, il provvedimento è passato con 219 voti a favore e 211 contrari. I nomi dei «ribelli» sono immediatamente rimbalzati su tutti i media americani: Don Bacon, eletto nel Nebraska: Thomas Massie (Kentucky), da settimane in lotta contro il presidente e l’amministrazione sulla vicenda dei file Epstein; Brian Fitzpatrick (Pennsylvania); Kevin Kiley (California); Dan Newhouse (Washington); e Jeff Hurd (Colorado).

La domanda che tutti gli osservatori si sono subito posti è se siamo di fronte a uno smottamento della maggioranza, impaurita dai sondaggi che danno i dem vincenti alle elezioni di metà mandato (midterm), oppure se si tratta di posizioni isolate. Non in grado, quindi, di cambiare radicalmente il quadro politico nazionale.

La frustrazione degli eletti

Sicuramente, ha scritto il New York Times, il voto di mercoledì «riflette la frustrazione di alcuni deputati repubblicani riguardo alla continua cessione di autorità del Congresso verso la Casa Bianca sulle questioni commerciali, oltre alla preoccupazione che gli elettori siano danneggiati dalle politiche tariffarie».

Com’è noto, la decisione di Trump di invocare l’International Emergency Economic Powers Act per dichiarare uno stato di emergenza per la sicurezza nazionale e imporre dazi su tutte le importazioni dal Canada e dal Messico, aveva subito suscitato la reazione negativa dei democratici ma anche di molti repubblicani al Congresso. Tutti scettici sul fatto che la Casa Bianca potesse emanare ordini esecutivi per fissare dazi, specialmente contro stretti alleati come il Canada, quando la Costituzione degli Stati Uniti conferisce questo diritto al Congresso, non al presidente.

Trump aveva avviato una guerra tariffaria con il Canada poco dopo aver iniziato il suo secondo mandato, stabilendo dazi del 25% sulle importazioni dal Canada già nel febbraio dello scorso anno e firmando ad agosto un ordine esecutivo che aumentava i dazi sui prodotti canadesi al 35% per tutti i prodotti non coperti dall’accordo commerciale USA-Messico-Canada.

La mossa era stata collegata dal presidente americano a un presunto «fallimento» del Canada nel fermare il contrabbando di fentanyl, anche se la Drug Enforcement Administration (DEA), l’agenzia federale statunitense per la lotta alla droga, ha sempre affermato che quello proveniente dal Canada è meno dell’1% del fentanyl in circolazione nelle strade statunitensi.

Eccesso di potere

I disubbidienti repubblicani, però, non contestano - come detto - soltanto l’eccesso di potere del presidente, ma anche i risultati delle sue politiche economiche e tariffarie.

Come ha scritto Politico.com, «La politica tariffaria di Trump sta lasciando il segno su numerose campagne - soprattutto nei distretti e negli Stati dove la manifattura o l’agricoltura sono state negativamente colpite». Il mese scorso, lo Yale Budget Lab ha pubblicato un rapporto da cui emerge come il costo mediano annuo legato alle tariffe imposte dall’amministrazione Trump sulle importazioni di beni dall’estero si attesti intorno a 1.400 dollari per ogni famiglia.

Anche la Tax Foundation, uno dei più importanti centri studi indipendenti sulle politiche fiscali negli USA, ha stimato - in un rapporto pubblicato la settimana scorsa - il costo a 1.000 dollari per famiglia nel 2025 e a 1.300 dollari quest’anno.

A sbloccare alla Camera dei Rappresentanti la procedura per il voto di mercoledì sono stati, in ogni caso, tre deputati repubblicani insolitamente immuni alle pressioni interne al partito. «Uno di loro, Thomas Massie, è un ribelle libertario che si scontra con Trump da mesi ha scritto ancora Politico.com - Un altro, Kevin Kiley, ha visto il suo distretto ridisegnato dai democratici lo scorso anno ed è meno propenso a seguire la linea del partito. Il terzo, Don Bacon, dopo 5 mandati consecutivi lascerà a novembre il suo seggio nel Nebraska, anche a causa dei ripetuti disaccordi con la Casa Bianca su dazi, politica estera e altre questioni».

In un’intervista rilasciata subito dopo l’approvazione del provvedimento contro i dazi al Canada, Bacon ha ripetuto che «le tariffe sono semplicemente state negative» per il suo distretto di Omaha, e che «era ora di prendere posizione. Ci sono così tante aziende che lottano contro i dazi, ed è proprio questo che il presidente deve sentire. I nostri contadini stanno lottando».

Anche se simbolico, lo stop del Congresso alla Casa Bianca ha avuto probabilmente l’effetto di accrescere la tensione tra i repubblicani in vista di midterm. Il risultato che i dem volevano raggiungere.

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