Politica

De Rosa si ricandida: «Ho pensato di mollare, non me lo sarei perdonato»

Dopo mesi di riflessioni, il consigliere di Stato del Centro ha annunciato che correrà per un terzo mandato alle prossime elezioni cantonali - «Auspico una lista forte, fatta di persone che vogliono vincere» - Al Comitato, il presidente Dadò si scaglia ancora contro la Lega e i suoi metodi
©Gabriele Putzu
Giona Carcano
29.10.2026 22:12

Raffaele De Rosa correrà per un terzo mandato in Consiglio di Stato. Il «ministro» della sanità, dopo mesi di riflessioni, ha infine sciolto ogni dubbio: sulla lista del Centro per le Cantonali 2027, ci sarà. Lo ha comunicato davanti al Comitato cantonale del partito, riunito questa sera a Bellinzona. De Rosa, lo ricordiamo, era l’ultimo dei cinque consiglieri di Stato a non aver ancora indicato le proprie intenzioni in vista del prossimo aprile.

La metafora

La vita come un fiume. Il responsabile del DSS ha usato questa metafora per descrivere i momenti, anche complicati, del suo percorso non solo politico. A volte il fiume «scorre veloce», incontra «rapide e cascate». Altre volte invece è lento, placido. Ma, ad ogni modo, l’acqua «non resta aggrappata ai sassi, ma scorre via. L’acqua ci insegna a essere duttili». De Rosa ha quindi ricordato che la politica non è sempre facile. Anzi. Può essere «frustrante». «Si lavora per anni per poi vedere crollare tutto per un voto o per lungaggini burocratiche».

Ma il consigliere di Stato ha sottolineato che, dopo anni di militanza, ormai conosce le regole del gioco. Soprattutto, «oggi le persone non hanno bisogno di qualcuno che le guardi con arroganza, ma di essere ascoltate» con umanità e vicinanza.

«Ho pensato di mollare»

De Rosa è poi arrivato al cuore del suo discorso, ammettendo «di essere solo un uomo, con limiti e difetti». «Ho pensato seriamente di mollare tutto e ci ho riflettuto per molto tempo». Il «ministro» della sanità ha spiegato di aver parlato a lungo con la sua famiglia, con «persone sagge», con i suoi collaboratori. «Ma soprattutto ho ascoltato voi», ha detto rivolgendosi alla «base» del partito. «Mi sono sempre sentito sostenuto, in particolare durante l’ultimo Comitato. Quel movimento spontaneo, genuino, ha fatto riaffiorare quella parte del mio carattere che dice ‘‘Raffaele, non mollare, tieni duro, fallo per te ma anche per loro’’. È un sacrificio per la mia famiglia? La strada sarà in salita? Il Governo è attaccato da più parti?», si è chiesto De Rosa, che ha aggiunto: «Se abbandonassi adesso non me lo perdonerei».

Obiettivo terzo mandato

De Rosa, dunque, sarà della partita e tenterà una terza legislatura in Governo. Per gli altri candidati, bisognerà aspettare il Comitato del 10 dicembre, quando verranno svelate le altre carte. De Rosa ha comunque evidenziato di non temere il confronto interno. Anzi, «auspico una lista forte, fatta di persone che vogliono vincere. Uniti possiamo fare la differenza in un mondo che propone ansie e paure anziché dare risposte. Continuerò questo percorso con determinazione, per il partito e per la gente del Ticino», ha concluso, prima di ricevere l’ovazione di tutti i presenti. 

La sfiducia dei cittadini

Fiorenzo Dadò ha invece indirizzato il suo discorso verso un tema che «deve tornare al centro dell’azione politica: la fiducia dei cittadini nelle istituzioni». Una fiducia che per il presidente del Centro è «preziosa ma fragile» e che si è indebolita per una serie di vicende che hanno creato la percezione che «per qualcuno valgono regole diverse». Il bersaglio principale della critica di Dadò è il trattamento riservato a chi solleva dubbi. «Chi segnala situazioni ambigue, pone domande o chiede trasparenza rischia querele e attacchi, in particolare giornalisti, deputati e cittadini». Si è diffuso «il vizio di colpire chi solleva il coperchio del pentolone e non chi ha cucinato la brodaglia».

Il riferimento al «caso Zali»

Il presidente del Centro non risparmia neppure il Governo, che reagisce «in ritardo e in modo troppo prudente, con spiegazioni incomplete». Il Consiglio di Stato dovrebbe quindi «distinguere tra responsabilità individuali e dovere collettivo di tutelare le istituzioni». E questo, per impedire a un membro del Governo di «agire a proprio piacimento». Insomma, per Dadò «le responsabilità penali spettano solo alla magistratura», ma esiste anche una responsabilità etica e politica, «da esercitare senza attendere che lo chieda la stampa». Chiaro, evidentemente, il riferimento al «caso Zali».

Sul rapporto tra politica, giustizia e libertà di critica, Dadò ha poi affermato che «querele e denunce sono un diritto, ma non devono diventare uno strumento per mettere a tacere avversari politici, giornalisti o chi pone domande legittime». Quindi, ecco l’attacco diretto alla Lega: «Abbiamo sentito e letto per anni dichiarazioni roboanti sulla riduzione dei controlli radar, sulla difesa del lavoro dei residenti, sul contenimento dell’apparato statale, sulla difesa delle valli e sulla necessità di evitare nomine dettate da logiche partitiche e di bottega eccetera eccetera. I risultati disastrosi sono sotto gli occhi di tutti». E ancora: «Il famigerato tavolo di sasso», una volta scomparso Giuliano Bignasca, «si è immediatamente riempito di notabili leghisti, tutti accalcati a sgomitare per servirsene a piene mani».

Dadò ha quindi concluso guardando alle elezioni cantonali dell’aprile 2027 e ai giovani che lasciano il Ticino per salari bassi e poche prospettive. E ha chiesto  «un cambiamento di metodo, di cultura e di responsabilità» e una politica «fondata su coraggio, competenza, umiltà, etica e schiena diritta».

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