Democrazia, giustizia, mass media: l'Ungheria resta un Paese osservato speciale dell’UE

Nessun passo avanti in settori chiave come la giustizia, ma qualche progresso sotto il profilo della libertà dei media e della società civile. Il Rapporto sullo Stato di Diritto 2026 pubblicato venerdì scorso dalla Commissione europea conferma come l’Ungheria sia tuttora un Paese sotto stretta osservazione da parte di Bruxelles. Sedici anni di orbanismo hanno infatti prodotto guasti enormi che Péter Magyar non poteva certo rimediare in poco più di tre mesi.
«Il nuovo Governo ha intrapreso intensi sforzi di riforma per ristabilire lo Stato di diritto - si legge nel Rapporto - e sono in fase di valutazione ulteriori modifiche costituzionali riguardanti il sistema giudiziario, il quadro anticorruzione e le questioni istituzionali relative ai pesi e contrappesi».
L’Unione europea chiede a Budapest soprattutto di «migliorare la trasparenza dei sistemi di assegnazione dei casi nei Tribunali di primo grado» e di creare «un solido storico di indagini, azioni penali e sentenze definitive» nei casi di corruzione ad alto livello.
Sul fronte della società civile, Bruxelles giudica invece molto positivamente l’abolizione dell’Ufficio per la protezione della sovranità (UPS) e, per quanto riguarda i media, riconosce «alcuni progressi» sull’indipendenza dell’autorità di regolazione dei media e del servizio pubblico.
L’UPS era stato creato nel 2023 per monitorare i rischi di una possibile «interferenza politica indebita» da parte di entità straniere. In realtà, era uno strumento per sopprimere il dissenso e limitare la libertà di stampa, e la Commissione europea aveva avviato una procedura per violazione dello European Media Freedom Act. Nei tre anni di attività, l’UPS aveva pubblicato studi che riecheggiavano la posizione di Orbán su temi come l’Ucraina, la migrazione e i rapporti con l’Unione Europea. In questi studi, l’Ufficio accusava esponenti dell’opposizione, giornalisti, ONG, accademici e altri di servire «interessi stranieri».
Per ciò che concerne la riforma dei mass media pubblici, molto scalpore aveva suscitato lo “spegnimento”, il 7 luglio scorso, del canale TV statale M1 e la comparsa di un annuncio su schermo nero del messaggio: «I media di servizio pubblico non possono mentire. Ci scusiamo per aver fatto questo per molti anni». Una mossa che aveva ricordato a molti quanto fatto dal primo ministro polacco Donald Tusk dopo la vittoria elettorale del 2023, ovvero l’eliminazione di un canale di notizie pubbliche.
«È un giorno storico, poiché la trasmissione della propaganda sui media di servizio pubblico è terminata», ha scritto Magyar in un post su Facebook sempre il 7 luglio, annunciando lo stop delle trasmissioni anche della Radio statale Kossuth.
Intervistato dalla Reuters, Gábor Polyák - docente di Media e Comunicazione all’Università Eötvös Loránd di Budapest - ha detto che «il primo e più importante compito del Governo ungherese è ristabilire la credibilità e la fiducia nei media di servizio pubblico». Nei 16 anni di Orbán, il controllo dell’Esecutivo sui media statali era stato crescente e l’Ungheria era scesa, nell’indice di libertà di stampa di Reporter senza Frontiere, al 74. posto nel 2026 dal 23. posto nel 2010.
«La legislazione adottata nel giugno 2026 che modifica il Media Act introduce riforme sia nelle norme sul regolatore nazionale dei media, sia nelle regole sulla governance e il finanziamento della radiodiffusione di servizio pubblico - ha commentato l’UE nel suo Rapporto - ma giornalisti e altri professionisti dei media continuano a incontrare serie sfide al loro lavoro».
