Domande e risposte

Di nuovo alle urne sul dumping: controlli adeguati o eccessivi?

L’8 marzo i ticinesi sono chiamati a votare sull’iniziativa dell’MpS che mira a potenziare le verifiche nel mondo del lavoro - Per i contrari si tratta di un «mostro burocratico» che non porta benefici, mentre per i favorevoli è una misura necessaria per proteggere i salari
© CdT/Chiara Zocchetti
Paolo Gianinazzi
14.02.2026 06:00

A dieci anni di distanza dalla prima iniziativa, domenica 8 marzo i cittadini sono chiamati alle urne per votare una seconda proposta targata MpS sul fenomeno del dumping salariale. Vediamo di che cosa si tratta.

Come siamo arrivati all’iniziativa dell’MpS «Rispetto per i diritti di chi lavora! Combattiamo il dumping salariale»?

È bene ricordare, innanzitutto, che questa non è la prima proposta targata MpS riguardante il fenomeno del dumping salariale. Nel 2011, infatti, il movimento lanciò l’iniziativa popolare «Basta con il dumping salariale in Ticino!». I ticinesi votarono la proposta alle urne nel settembre del 2016, bocciando l’iniziativa (52,4% di no), ma approvando il controprogetto avanzato dalla maggioranza del Gran Consiglio (55% di sì). Venne dunque accolta una versione «light» della proposta originale e avvenne così un potenziamento degli ispettori delle Autorità di controllo cantonali e delle Commissioni paritetiche, per un costo di circa 2,5 milioni all’anno (contro i 10 milioni stimati per l’iniziativa originale). Quattro anni più tardi, nel 2019, l’MpS lanciò però un’iniziativa molto simile. E questo per due motivi principali: per il movimento il controprogetto votato alle urne rappresentò «una truffa alla popolazione», in particolare perché dei 18 ispettori in più promessi ne vennero assunti solo 5; in secondo luogo l’MpS sottolineò che la situazione del dumping, in Ticino nel frattempo, era pure peggiorata. Motivo per cui, appunto, è stata lanciata l’iniziativa popolare «Rispetto per i diritti di chi lavora! Combattiamo il dumping salariale», che nel corso del 2019 ha raccolto 7.350 firme.

Che cosa propone, concretamente, l’iniziativa?

Riassumendo, la proposta prevede quattro punti. Uno: la notifica obbligatoria per i datori di lavoro di ogni contratto di lavoro (nuovo o concluso) e delle relative condizioni (salario, orario, percentuale di impiego, genere, ecc.). Due: il potenziamento dell’Ispettorato del lavoro (con un ispettore ogni 5 mila persone attive). Tre: la creazione, all’interno dell’Ispettorato, di una sezione specifica contro le discriminazioni di genere, con un ispettore ogni 2.500 donne occupate. Quattro: la pubblicazione di una statistica aggiornata dei salari e delle condizioni di lavoro, possibile grazie alle notifiche dei contratti richiesta al punto uno.

Come ha votato il Parlamento?

Dal 2019 l’iniziativa è rimasta nei cassetti della politica a lungo. Poi, nel corso del 2025 il dossier si è finalmente sbloccato in Commissione gestione e finanze e in Gran Consiglio sono giunti due rapporti: uno favorevole e uno contrario. A questo giro, infatti, il Gran Consiglio non ha voluto apporre un controprogetto all’iniziativa. Il plenum si è essenzialmente diviso in due: i contrari alla proposta sono stati PLR, Centro, Lega, UDC, Avanti con T&L ed HelvEthica, mentre il rapporto favorevole al testo è stato appoggiato da MpS, PS, Verdi, PC, Più Donne. Con 52 voti a 20 la proposta è dunque stata bocciata e per questo motivo andrà ora alle urne popolari.

Quanto costerà?

Su questo punto in particolare le opinioni divergono tra favorevoli e contrari. In estrema sintesi, come riassunto nell’opuscolo informativo distribuito in queste settimane, «vi sono divergenze riguardanti l’impatto della nuova legge sul numero di persone necessarie per raccogliere le notifiche, esaminarle ed effettuare i controlli dai datori di lavoro». Secondo le stime degli iniziativisti e dei favorevoli basterebbero circa 6 milioni di franchi annui (per circa 54 nuovi ispettori), mentre secondo i contrari circa 18 milioni di franchi annui (per circa 160 nuove unità ispettive).

Quali sono gli argomenti dei favorevoli?

Per i favorevoli – citiamo dall’opuscolo informativo – «in Ticino il lavoro è sempre più terreno di abuso», dove «il dumping salariale e sociale (cioè una politica che spinge verso il basso i salari) non è più un’emergenza, ma una normalità tollerata», con «bassi salari, orari di lavoro eccessivi, contratti al 50% per un lavoro al 100%, licenziamenti immotivati», e così via. Ciò, concretamente, negli ultimi 15 anni ha portato alla diminuzione dei salari reali «in una ventina di importanti settori economici». Motivo per cui, appunto, l’iniziativa vuole introdurre «un sistema di controllo efficace, trasparente e tempestivo che tuteli davvero la dignità e i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori». In questo senso, l’obbligo di notifica dei contratti permetterà di individuare subito salari illegali e condizioni non conformi a leggi e contratti e di avviare dunque controlli mirati. Inoltre, il potenziamento dell’Ispettorato consentirà di rendere « i controlli regolari, indipendenti da scelte politiche e proporzionali al numero di lavoratori». E la creazione di una sezione dell’Ispettorato dedicata alle lavoratrici permetterà infine di garantire il rispetto della legge sulla parità dei sessi.

E quali sono, invece, quelli dei contrari?

Per i contrari, invece, l’iniziativa parte sì da «un obiettivo condivisibile, ma non può mantenere ciò che promette», ossia il «rispetto per i diritti di chi lavora». Ciò, poiché la proposta «non introduce nuove tutele concrete per le lavoratrici e i lavoratori» ma «crea invece un apparato ispettivo molto esteso e costoso, senza effetto sul dumping salariale e sociale». E questo anche perché «l’iniziativa lega la lotta ai salari bassi quasi esclusivamente all’aumento dei controlli», ma il Ticino, fanno notare i contrari, è già il Cantone con il tasso di verifiche più elevato in Svizzera. Senza dimenticare che già in seguito alla votazione del 2016 le unità ispettive sono raddoppiate. La misura inoltre andrebbe a indebolire il partenariato sociale, che già oggi si occupa dei controlli. Forti critiche, infine, vengono espresse per l’obbligo di notifica per i datori di lavoro. Per i contrari «si tratta di un onere amministrativo importante, che grava soprattutto sulle piccole e medie imprese, già confrontate con margini ristretti e forte concorrenza». In sintesi, chiosano i contrari, «l’iniziativa non alza i salari, non offre più protezione alle lavoratrici e ai lavoratori e costa molto», con «l’introduzione di nuovi obblighi generalizzati» che «creerebbe molta più burocrazia, mettendo a rischio anche i posti di lavoro nel nostro Cantone».