L'analisi

«Dietro gli attacchi a Papa Leone XIV c’è una Casa Bianca spaccata»

Manlio Graziano, storico dei rapporti tra il Vaticano e gli Stati Uniti, analizza gli effetti del duro scontro fra il pontefice e il presidente Donald Trump - Il ruolo del segretario alla Guerra Pete Hegseth e dei gruppi evangelicali
Papa Leone XIV e Marco Rubio in Vaticano.
Dario Campione
08.05.2026 06:00

Un anno fa, l’8 maggio 2025, al termine di un conclave brevissimo, il cardinale Robert Francis Prevost saliva al soglio di Pietro e sceglieva di chiamarsi Leone XIV. Dopo l’argentino Jorge Mario Bergoglio, talvolta irruente e impetuoso nei toni, la Chiesa sceglieva un uomo con un temperamento quasi opposto. Un pastore mite e riflessivo, pure se non meno determinato.

La personalità del primo pontefice statunitense è rimasta sottotraccia, i media non lo hanno amato subito. Ma tutto è cambiato quando Donald Trump, con una scelta molto discutibile, ha deciso di attaccarlo frontalmente dopo le critiche alla guerra in Iran.

Leone non è arretrato di un millimetro. Ha detto letteralmente a Trump di non avere paura di lui. E ha cominciato a spostare l’orientamento dei cattolici americani, aprendo nell’amministrazione di Washington il fossato della paura. La paura di perdere consenso.

Manlio Graziano, esperto di geopolitica e docente a Sciences Po e alla Sorbona, è uno degli studiosi italiani che più a lungo si sono occupati dei rapporti tra Washington e il Vaticano. Ha scritto, tra gli altri, Il secolo cattolico. La strategia geopolitica della Chiesa (Laterza) e In Rome We Trust. L’ascesa dei cattolici nella vita politica degli Stati Uniti (Il Mulino). Il Corriere del Ticino lo ha interpellato per un’analisi della situazione.

«Dietro ciò che vediamo - dice Graziano - ci sono innanzitutto gli scontri all’interno dell’amministrazione americana. Scontri duri, anche se non appariscenti, e che coinvolgono, a parte Trump, tre attori principali: il vicepresidente J.D. Vance, che è cattolico; Marco Rubio, anch’egli cattolico; e il segretario alla Difesa Pete Hegseth. Proprio Hegseth ha scatenato un’offensiva abbastanza evidente: non un’offensiva religiosa, ma politica, tutta contro i cattolici che lui vede come la quinta colonna dell’avversario. Hegseth è convinto che gli evangelicali abbiano un’influenza maggiore dei cattolici sulla politica americana, ma sbaglia. Nella galassia evangelicale ciascuno dice la sua, mentre i cattolici sono la prima denominazione religiosa del Paese con una struttura organizzata e capillare».

Trump, spiega Graziano, è caduto nella trappola ideologica di Hegseth, «uno che considera le crociate un momento determinante per la storia dell’umanità. E in senso positivo. Questi gruppi evangelicali, estremisti, nazionalisti, sono molto rumorosi. Misurano l’influenza politica in decibel. Così, quando il Papa è intervenuto sulla questione dell’Iran, il presidente ha sbottato, anche perché incapace di sopportare critiche dirette».

La reazione dei cattolici americani è stata dura. L’amministrazione di Washington ha capito che rischiava di perdere i voti di molti elettori. «Tra i cattolici, la voce del pontefice è sempre importante. Se il Papa è attaccato, c’è un riflesso condizionato, i fedeli si stringono a coorte intorno a lui. Leone rappresenta una tradizione millenaria, Trump è arrivato l’altro ieri e domani se ne andrà. Anche quelli che non fanno questo ragionamento in termini storici vivono il problema, perché la tradizione cattolica ce l’hanno dentro da generazioni, mentre i più fedeli a Trump lo sono al massimo da 10 anni, non di più».

Un «meraviglioso regalo»

La cosa curiosa è che l’attacco di Trump è stato un «meraviglioso regalo» al Papa americano. «Non c’era modo migliore per ricompattare la Chiesa statunitense e per rimettere in riga anche tutta una serie di gerarchie - dice Graziano - I vescovi americani accusavano Francesco di aver dimenticato gli Stati Uniti, e che Francesco fosse ostile agli USA è stato abbastanza evidente. Prevost, grazie allo scontro con Trump, può incassare due risultati politici: uno per la sua Chiesa e uno in quanto americano. Due fronti sui quali, adesso, le cose tendono, grazie a Trump, a collimare e convergere. Può finalmente raddrizzare una situazione che rischiava di essere molto problematica».

Sicuramente non è casuale che Leone XIV abbia nominato in un anno 24 vescovi negli USA, e quasi tutti avversari critici del trumpismo. Una scelta indicativa, un segnale forte.

«C’è stato un cambiamento di marcia, certo - insiste Graziano - Ma ripeto: la Chiesa americana aveva un problema interno, che pesava molto più di tanti altri aspetti che non sono stati esaminati. Con Francesco c’era stato quasi uno scisma all’interno della Chiesa cattolica americana, e i cattolici si sono schierati in maggioranza con Trump in tre tornate elettorali consecutive. Bisognava porvi rimedio».

La fermezza di Leone di fronte agli attacchi di Trump ha avuto effetti concreti. Tutte le ultime rilevazioni dicono che i cattolici americani si sono rivoltati contro la Casa Bianca, che sta perdendo molto consenso. «Il fatto che i cattolici si siano allontanati è abbastanza ovvio - spiega ancora Graziano - Tanto più che oggi una fetta importante di essi è composta dai latinos. Anche coloro che si sono illusi, votando Trump, di poter essere privilegiati rispetto agli immigrati che sarebbero arrivati dopo di loro, adesso si rendono conto di rischiare, alcuni addirittura di perdere la cittadinanza. Così, per chi aveva bisogno di motivazioni per “staccarsi” da Trump, gli attacchi al Papa gliele hanno fornite. “Non sono più con Trump perché ha attaccato il mio Papa”».

L’ultima riflessione di Graziano è sullo spostamento dell’asse politico di papa Leone dalla periferia tanto amata da Francesco. «Lo ha fatto, ma non dimentichiamo che per il viaggio apostolico è andato in Africa. Sono sempre stato molto scettico su questa idea, molto popolare, che la Chiesa cattolica sarebbe stata riequilibrata a Sud. È un ragionamento un po’ semplicistico, perché la testa - e la sua esperienza politica accumulata nei secoli - resta a Nord».