Digitale meno insidioso: arriverà lo sportello DIDI

Mondi videoludici e dipendenze digitali. Sono questi i temi trattati ieri a Mendrisio nel convegno annuale dell’Organizzazione sociopsichiatrica cantonale (OSC). Organizzato dai responsabili scientifici Maria Chiara Ferrazzo Arcidiacono, responsabile del Servizio di psicologia clinica e psicoterapia OSC, e Andrea Raballo, professore della Facoltà di scienze biomediche dell’USI, responsabile della formazione accademica e della ricerca OSC, l’evento può essere interpretato anche come lancio della prossima apertura dello sportello dedicato alle dipendenze digitali (DIDI): «Fungerà da luogo franco per tutti quegli aspetti psicopatologici che si legano a un uso disfunzionale della tecnologia», ha anticipato il direttore dell’OSC Daniele Intraina. «Non solo, lo sportello DIDI, inserito all’interno del Servizio di psicologia e psicoterapia OSC, non rappresenta soltanto un punto di accesso, ma costituisce anche un’opportunità per favorire una più approfondita conoscenza e un utilizzo più efficace degli strumenti messi a disposizione della rete. Il convegno nasce con l’obiettivo di promuovere un confronto interdisciplinare strutturato, fondato sia sulle evidenze della ricerca scientifica più aggiornata sia sull’esperienza clinica di professionisti impegnati quotidianamente nel trattamento di questa specifica tipologia di disturbi», ha aggiunto la responsabile Ferrazzo Arcidiacono.
Internet: una piazza di paese
Negli ultimi decenni, la trasformazione digitale ha inciso in modo profondo sulle modalità con cui pensiamo, comunichiamo e ci relazioniamo. Le tecnologie digitali non rappresentano più semplici strumenti, ma veri e propri ambienti di vita, capaci di influenzare i processi cognitivi, emotivi e comportamentali degli individui. In questo contesto, evidenzia l’OSC, diventano sempre più corpose le segnalazioni riguardanti le dipendenze digitali. L’uso problematico di smartphone, social network, videogiochi e piattaforme online solleva interrogativi cruciali sul confine tra utilizzo funzionale e comportamento disadattivo, sulle vulnerabilità individuali e sui meccanismi psicologici ed ergonomici che favoriscono la perdita di controllo. È in questo contesto che è intervenuto Tommaso Zanella, psicologo e vicepresidente della Fondazione Minotauro (I-Milano) secondo cui, prima di ogni altro tipo di ragionamento è importante capire come, se e quando la dipendenza tecnologica ha inizio. Secondo Zanella, infatti, l’Internet va inteso come ambiente, come una sorta di piazza: «I ragazzini che passavano le loro giornate nei parchetti, nelle piazze di paese, erano considerati dipendenti? Non mi pare. La domanda che si devono porre i genitori, mai così presenti come in quest’epoca, è perché i loro figli hanno sempre gli occhi fissi sullo schermo. Perché preferiscono rivelare i propri segreti ad una chat virtuale anziché all’autorità parentale. Insomma, anziché considerarla come un’ulteriore patologia, dovremmo capire le loro abitudini, le loro passioni. Dobbiamo essere più curiosi di capire il loro mondo, non è così diverso dal nostro. La frase “uso il telefono solo per lavoro” fa a pugni con la realtà: anche noi passiamo intere serate a scrollare Tik Tok».
Videogiochi, una risorsa
I videogiochi, più volte demonizzati dal mondo adulto, sono invece stati il punto cardine dell’intervento di Francesco Bocci, psicologo e responsabile della Rete VGT (Video Game Therapy). L’esperto, dapprima, ha invitato a riflettere sul termine dipendenza nel rapporto con i sistemi digitali e ha sottolineato che «il digitale non “entra” nel corpo come una sostanza, a differenza di alcol o droghe, ma agisce come un ambiente che amplifica dinamiche già presenti, rendendo centrale la possibilità di autoregolarsi». In questo quadro, la VGT è un metodo emergente e molto promettente: se vissuto in modo attivo e consapevole, il gioco diventa una simulazione sicura in cui vengono allenate le capacità del paziente, in particolare lo stress, l’accettazione della sconfitta e un obbligato rispetto delle regole. Allo stesso tempo, ha concluso lo psicologo, alcune dinamiche presenti in taluni videogiochi sono dannose: «In particolare i sistemi di ricompensa casuale, le cosiddette “lootbox” possono attivare meccanismi simili al gioco d’azzardo. Da accantonare, per contro, l’idea per cui la violenza dei giochi possa sfociare anel mondo reale».
