Diplomazia della pace a Ginevra, «Per la città e per la Confederazione è un grande riconoscimento»

René Schwok insegna Relazioni Internazionali al Global Studies Institute dell’Università di Ginevra, di cui è stato direttore dal 2015 al 2019. Professore, che cosa significa per Ginevra e per la Svizzera essere di nuovo luogo di negoziati tra Stati in guerra?
«Senza dubbio, è un grande riconoscimento. Si rafforza l’immagine di Ginevra come città in cui si negozia la pace. Lo stesso vale per la Svizzera. È una cosa buona a tutti i livelli».
Quanto conta, in questa situazione, la neutralità della Confederazione Elvetica?
«Più che altro, la conferma e la riscatta. A volte, tendiamo a dimenticare che, in tutte le epoche, la neutralità svizzera è stata messa in discussione. Ci sono sempre stati alti e bassi. Ora sta tornando su. E un giorno, tornerà a scendere. Nel frattempo, è stata rivalutata».
Questa neutralità era stata messa in discussione soprattutto dalla Russia dopo la decisione del Governo federale di aderire alle sanzioni dell’Unione Europea contro Mosca. È cambiato qualcosa, nel frattempo?
«Ho sempre detto che le dichiarazioni del ministro russo degli Esteri Sergei Lavrov non avrebbero dovuto impressionare. Il suo obiettivo era soprattutto fare pressione sulla Confederazione affinché non adottasse le sanzioni dell’Unione Europea. Ma era in parte un bluff, come spesso accade con questo personaggio. Ora, si può anche vedere che la Svizzera ha adottato solo parzialmente il 18. pacchetto di sanzioni UE, non ha preso posizione sul 19. e presto dovrà affrontare il 20. pacchetto. Il leggero distacco della Svizzera dalle sanzioni UE ha avuto un impatto sulla leadership russa? Non dispongo delle informazioni che mi permettono di rispondere. Forse, è accaduto marginalmente. Questo, però, dimostra che il Consiglio federale aveva ragione a mantenere una concezione flessibile della politica di neutralità, pur rimanendo ovviamente fermo sul diritto alla neutralità, ovvero non partecipare in alcun modo a guerre esterne. La neutralità non è un fine in sé, e la politica di neutralità non dev’essere troppo rigida. Deve rimanere un mezzo per garantire l’indipendenza, la sicurezza, gli equilibri interni e la prosperità della Svizzera, promuovendo, se possibile, la pace nel mondo. Se la Svizzera non avesse assunto i vari pacchetti di sanzioni dell’UE contro la Russia dal 2022 in poi, sarebbe finita sotto una forte pressione da parte dei partner occidentali, che avrebbero potuto parzialmente metterne in discussione la prosperità, la sicurezza e la posizione morale. In conclusione, la ripresa della maggior parte delle sanzioni UE da parte della Svizzera non ha messo in discussione la sua immagine di neutralità, nemmeno con la Russia. Non è quindi necessario vietare la ripresa di questo tipo di sanzioni, così come richiesto invece dall’iniziativa costituzionale presentata dall’UDC».
La recente visita del consigliere federale Ignazio Cassis in Russia in qualità di presidente OSCE può essere stata utile in tal senso?
«È possibile. Non dimentichiamo che Cassis ha incontrato Lavrov di persona, mentre il Consiglio federale e la maggior parte dei Governi occidentali lo avevano precedentemente evitato. In un’intervista, lo stesso direttore del DFE ha suggerito che la sua visita ha avuto un effetto positivo, pur rimanendo un po’ sorpreso dalla rapidità con cui tutto questo è accaduto, “a malapena una settimana”, ha detto».
L’iniziativa del Board of Peace di Donald Trump è stata letta da molti osservatori come una mossa giocata in funzione anti-ONU. Lei condivide questa tesi? E un’eventuale crisi dell’ONU, in che modo cambierebbe lo status di Ginevra?
«L’iniziativa del Board of Peace di Trump è chiara su Gaza, ma disordinata e confusa su altri conflitti nel mondo. Per quanto riguarda Gaza, non dimentichiamo che il Board of Peace è legittimato da una risoluzione sostanziale del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: cosa abbastanza rara, nonostante spesso passi inosservata. Quindi, se ci limitiamo a Gaza, il Board of Peace consacra certamente il generale fallimento delle Nazioni Unite in relazione al conflitto in Medio Oriente: qualcosa osservata per decenni, e quindi nulla di nuovo. D’altra parte, dimostra che persino gli Stati Uniti hanno bisogno dell’ONU per legittimare le proprie azioni. Per quanto riguarda le azioni del Board of Peace all’infuori di Gaza, ho invece l’impressione che, al momento, quasi nessuno Stato voglia partecipare. Questa, perciò, non dovrebbe essere una grande sfida per l’ONU».
