Donald Trump, discorso al mondo ma con gli occhi rivolti a midterm

Donald Trump non cambia copione. Rimane fedele a sé stesso. Evita soltanto di essere torrenziale nei tempi. Ma ribadisce con veemenza le sue verità. Che, come spesso accade, sembrano fare a pugni con il mondo reale.
Parlando all’81. Assemblea generale dell’ONU, il presidente degli Stati Uniti ha ripetuto quanto già detto più volte. E in più forme. «America First». Una rivendicazione politica rivolta al mondo ma, soprattutto, agli elettori americani. Dato che, almeno secondo i sondaggi d’opinione, a 42 giorni dal voto di midterm del 3 novembre prossimo, la sua popolarità ha raggiunto nuovi minimi storici.
Così si spiega l’incipit del discorso pronunciato nella mattinata di New York alle Nazioni Unite: «Posso riferirvi con orgoglio che l’America è tornata e che il nostro Paese è, oggi, più forte che mai. Abbiamo ereditato un’età oscura dalla precedente amministrazione: l’abbiamo trasformata nell’età dell’oro dell’America».
Un esordio seguito da un lungo spot celebrativo delle sue politiche economiche e contro l’immigrazione.
Un anno fa, la scelta era stata un po’ differente: Trump si era infatti vantato di aver «posto fine a sette guerre», aggiungendo: «Tutti dicono che dovrei ricevere il Premio Nobel per la Pace». Pochi mesi dopo, però, aveva scatenato, insieme con Israele, una devastante guerra contro l’Iran, destabilizzando il Medio Oriente e l’economia mondiale. Guerra cui, adesso, vorrebbe forse porre fine. «Credo che faremo un accordo con l’Iran subito dopo le elezioni perché non ha senso che non lo facciano - ha detto - non permetterò mai loro di avere un’arma nucleare. Erano i bulli del Medio Oriente, ma non lo sono più».
Un percorso accidentato
Il punto è che il percorso immaginato dal presidente degli Stati Uniti verso un’ipotetica pace è punteggiato da minacce irricevibili. «Ho una grande decisione da prendere. O raggiungere un accordo con l’Iran che permetta loro di ricostruire e creare un Paese molto più grande di quanto non sia mai stato prima; oppure, annientare la Repubblica islamica e farlo in fretta, senza mai più dare loro la possibilità di uccidere e distruggere persone e nazioni». Che fare, allora?, si è chiesto Trump: «Li spingo o no all’inferno senza alcuna possibilità di sopravvivenza delle generazioni future?».
«Si è trattato di un momento straordinario: l’avvertimento in assemblea all’ONU, da parte di un leader mondiale, di spazzare via un’intera nazione - ha commentato in diretta il New York Times, aggiungendo - È stato sconvolgente sentire il presidente degli Stati Uniti minacciare apertamente di annientare un Paese, cosa considerata un crimine di guerra, dal podio delle Nazioni Unite». In ogni caso, dopo aver evocato l’apocalisse contro Teheran, Trump ha invitato tutte le nazioni «a unirsi agli USA nell’imporre l’isolamento economico completo dell’Iran finché non cesseranno i loro attacchi alla navigazione commerciale, rinunceranno alle loro ambizioni nucleari e cesseranno il sostegno al terrorismo. Stanno aspettando di vedere come me la cavo alle elezioni di metà mandato», ha aggiunto, facendo capire di credere che Teheran voglia comunque siglare un’intesa dopo il 3 novembre.
Da Kiev a l’Havana
Esaurito il capitolo ayatollah, Trump è passato a parlare prima della guerra in Ucraina e poi di Cuba. «Stiamo lavorando molto e a stretto contatto con i leader di Mosca e Kiev e riusciremo a portare a termine questa faccenda. Succederà, credo, più rapidamente di quanto la gente capisca», ha detto a proposito del conflitto nel cuore dell’Europa.
Su Cuba, i toni si sono invece nuovamente infiammati. «Gli Stati Uniti stanno cercando un cambiamento fondamentale nella situazione del Paese» caraibico, ha affermato. «Uno Stato assolutamente fallito, che sta fallendo come mai prima d’ora, e che cadrà. Non permetteremo mai che proprio alla nostra porta vi sia un rifugio per avversari stranieri che intendono minacciarci. Il comunismo non arriverà mai in America, ma la libertà arriverà a Cuba».
La «nostra porta» è il concetto chiave del discorso, ribadito nel breve passaggio dedicato alle azioni condotte in Venezuela e presentate come una grande vittoria e un potenziale avvertimento per chiunque. «Quanto fatto in Venezuela è la prova che gli Stati Uniti non permetteranno più che minacce all’America si stabiliscano in nessuna parte dell’emisfero occidentale e, se necessario, useremo la nostra potenza militare senza pari per tutelare gli interessi nazionali vitali degli Stati Uniti», ha detto Trump. Con un’interessante postilla dedicata all’esito dell’operazione militare in Venezuela che ha portato l’ex presidente Nicolás Maduro in un carcere di New York: «Al vincitore appartiene il bottino», come dimostra peraltro l’ormai pieno controllo statunitense delle riserve petrolifere di Caracas.
Cambiano i documenti
Per chiudere il suo discorso, Trump ha scelto di tornare sulla questione dei potenziali pericoli di un’intelligenza artificiale fuori controllo. Il presidente americano ha ribadito che non porrà limiti alla nuova tecnologia. «Siamo in vantaggio sulla Cina e su tutti gli altri. Non soffocherò la crescita di qualcosa che sarà più grande della rivoluzione industriale», ha detto. Trump ha addirittura proposto di cambiare la dicitura intelligenza artificiale in «superintelligenza. Da questo momento in poi, tutti i documenti degli Stati Uniti e, si spera, quelli del mondo saranno modificati per usare il termine molto più accurato di “super” invece che “artificiale”. Quindi è super intelligenza. In altre parole, benvenuti nel nuovo mondo della superintelligenza».
Quelli che dicevano «che saremo morti tra 12 anni a causa del riscaldamento globale - un nome poi diventato cambiamento climatico, perché il pianeta si stava raffreddando, non riscaldandosi, e nessuno era morto - sono gli stessi secondo i quali l’intelligenza artificiale ci ucciderà tutti», ha concluso Trump.
