Stati Uniti

Donald Trump scalda la base Maga: «Sistema elettorale a rischio brogli»

In vista delle elezioni di metà mandato, il presidente USA si è rivolto alla Nazione puntando il dito contro le interferenze cinesi — Una strategia per creare il clima ideale in vista del voto di novembre, ma anche per mettere le mani avanti in caso (probabile) di sconfitta
©Julia Demaree Nikhinson
Francesco Pellegrinelli
17.07.2026 21:30

Delegittimare il sistema elettorale a meno di quattro mesi dalle elezioni di metà mandato. Perché? Il giorno seguente il discorso alla Nazione pronunciato dal presidente Trump nella notte tra il 16 e il 17 luglio dalla Casa Bianca, ci si interroga sulla strategia comunicativa del tycoon.

Piccolo passo indietro. Che cosa ha detto, nello specifico, Trump? Essenzialmente che «le elezioni americane sono vulnerabili ai brogli e al rischio di hackeraggio, sfruttamento e interferenze straniere», e che il sistema attuale «è debole ed è ben lungi dal soddisfare gli standard di sicurezza». Non solo. Trump ha pure puntato il dito contro la Cina, rea, a suo dire, di aver interferito nelle elezioni del 2020 a favore di Joe Biden.

Chiamata al voto

Ma perché parlare di brogli elettorali a un passo dalle midterm? Quanto c’è di strategia comunicativa e quanto di convinzione reale? «Da mesi Trump insiste sulla questione delle frodi elettorali», ricorda al Corriere del Ticino Mario Del Pero, storico e americanista. «Al discorso sullo Stato dell’Unione era arrivato ad affermare apertamente che i democratici possono vincere soltanto attraverso i brogli. Ieri, però, ha modulato il suo messaggio, dicendo che sono le potenze straniere ostili a interferire nel ciclo elettorale a favore dei suoi avversari». Secondo Del Pero, l’obiettivo è fare in modo che una parte consistente dell’opinione pubblica non si fidi del processo elettorale. «In questo modo, in caso di sconfitta alle midterm, i suoi sostenitori arriveranno al voto di novembre già convinti che Trump e i repubblicani, se perdono, è a causa di brogli o di interferenze esterne». Allo stesso tempo, il messaggio è pensato per creare un determinato clima e per scaldare il suo elettorato, in vista del voto.

Condizionamenti stranieri

Altro tema, la Cina, contro cui Trump punta il dito, accusando Pechino di aver interferito nel processo elettorale del 2020, avvantaggiando Biden, e acquisendo dati su 220 milioni di elettori americani. Come leggere questa accusa? Secondo Del Pero, la risposta merita una riflessione a più livelli. «Chiaramente Trump cavalca la retorica anticinese che sappiamo essere molto diffusa negli Stati Uniti, soprattutto a destra».

Al netto delle accuse e delle strumentalizzazioni di Trump – che denuncia le interferenze cinesi tacendo però su quelle russe del 2016, acclarate e finalizzate proprio ad aiutarlo – Del Pero invita a non liquidare il tema. La questione delle influenze esterne sui processi elettorali merita, a suo avviso, una lettura a tutto tondo.

«Nell’era dei social media e della comunicazione digitale, esiste oggi una capacità nuova per una pratica antica: quella delle interferenze esterne sui processi elettorali nazionali. E questo rappresenta un problema serio per le nostre democrazie, per la loro tenuta, per la loro solidità. Le democrazie hanno bisogno, più di qualsiasi altra cosa, della legittimità dei processi con cui i cittadini scelgono chi li governa», dice Del Pero, secondo il quale, oggi, gli attori esterni hanno una capacità di condizionamento che in passato semplicemente non esisteva. Che la Cina abbia utilizzato questi strumenti per partecipare, in qualche misura, al ciclo elettorale statunitense del 2020 mi pare abbastanza credibile. Come è credibile che lo abbiano fatto altri attori. E come, del resto, in passato lo hanno fatto gli stessi Stati Uniti: le ingerenze americane nei cicli elettorali di altri Paesi sono ampiamente documentate e studiate».

Raccogliere dati, schierare bot, tentare di orientare l’opinione pubblica attraverso i canali digitali, tutto questo è oggi alla portata di chi voglia farlo. E questo – al di là di Trump, al di là della strumentalizzazione politica del momento – è un problema reale, con cui le nostre democrazie devono imparare a fare i conti.

La riconquista democratica

Che dire invece dei sondaggi che danno Trump in caduta libera? I democratici dovrebbero riconquistare la Camera dei Rappresentanti. Per il Senato, invece, il discorso è più complicato. Comunque, se vincessero che cosa cambierebbe? «Di fatto, non potrebbero bloccare un processo legislativo che, in questo primo biennio di Trump, non si è praticamente mosso». Ci sarebbero però due conseguenze rilevanti, spiega Del Pero. «Una Camera a guida democratica imporrebbe di coinvolgere l’opposizione nella legge di bilancio, rendendo necessari compromessi politici. Ma soprattutto i democratici controllerebbero alcune commissioni fondamentali della Camera, quelle dotate di potere di indagine e di investigazione». Secondo del Pero, di quel potere si servirebbero – quasi certamente – per aprire indagini su alcuni degli aspetti più controversi e opachi di questo primo biennio della seconda amministrazione Trump. «Mi riferisco ai numerosi conflitti di interesse e agli affari che coinvolgono direttamente il presidente e i suoi familiari. Potere di indagine significa anche la possibilità di emettere sub poena – ovvero mandati a comparire e a deporre sotto giuramento – il che potrebbe mettere seriamente in difficoltà Trump e l’intera amministrazione».

al seggio solo con la carta d'identità? 

Nel suo discorso, Trump è anche tornato a fare pressione sul Congresso affinché approvi il Save America Act, una legge che imporrebbe la verifica della cittadinanza e l’obbligo di un documento d’identità con foto per votare alle prossime midterm. In precedenza, i suoi tentativi di imporre queste misure tramite ordine esecutivo erano stati bloccati dai giudici.

Dove nascono queste resistenze per un provvedimento che risulta assolutamente in linea con le pratiche europee? Infondo, perché non considerarla una richiesta legittima? «Non lo è per una serie di ragioni», premette Del Pero.

La prima è di natura costituzionale. «Negli Stati Uniti, le procedure elettorali sono di competenza degli Stati, non del Governo federale. Il Congresso non può semplicemente imporre dall’alto regole uniformi su come si vota. Sono i singoli Stati a definire il quadro normativo, e sono le contee e le municipalità ad applicarlo». La seconda è essenzialmente pratica: «Negli Stati Uniti non esiste un documento d’identità nazionale, ossia un documento rilasciato dallo Stato per un uso interno. Tanti non hanno un certificato di nascita facilmente accessibile, e circa il 60% non possiede un passaporto. L’idea stessa di una carta d’identità nazionale è stata storicamente osteggiata – paradossalmente soprattutto dalla destra – per ragioni di libertà individuale e diffidenza verso lo Stato federale». La terza ragione riguarda i registri elettorali. «La larghissima maggioranza degli Stati aggiorna regolarmente le proprie liste elettorali e richiede già documenti identificativi per votare: la patente, la tessera universitaria, un certificato di residenza. Migliaia di studi e analisi – inclusi quelli commissionati da Stati a guida repubblicana – dimostrano che i casi di brogli sono rarissimi, e quasi sempre si tratta di errori, non di frodi intenzionali». Infine, anche volendo introdurre un documento identificativo nazionale, i tempi sarebbero incompatibili con le prossime elezioni. Si tratterebbe di un progetto pluriennale: il Congresso dovrebbe approvare una legge apposita, gli Stati dovrebbero adeguarsi, e la popolazione dovrebbe avere il tempo di conformarsi. Se si fissasse oggi l’obiettivo, il primo ciclo elettorale in cui tale misura potrebbe ragionevolmente entrare in vigore sarebbe il 2032. Non novembre 2026», conclude Del Pero.

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