Il momento

Dopo la tragedia, il raccoglimento in attesa della verità

A Lugano, ricordando la giovane Sofia, Monsignor de Raemy ha sottolineato l’importanza del silenzio, ma le famiglie chiedono comunque, a gran voce, di trovare al più presto la verità
© Reuters/Umit Bektas
Paolo Galli
07.01.2026 22:30

Da un lato c’è il silenzio, rumoroso, in ricordo delle vittime. Dall’altro c’è la volontà, mediaticamente altrettanto rumorosa, di giustizia. A sette giorni dalla tragedia di Crans-Montana, restano nell’aria ancora troppe domande. Domande a cui è fondamentale trovare velocemente risposta. La Svizzera si prepara alla giornata di lutto nazionale - una rarità, nel nostro Paese - e, al contempo, è chiamata in qualche modo a rispondere alle enormi pressioni esterne. Pressioni che non riguardano la sola procura vallesana. «Non cerchiamo colpe, non oggi. Oggi chiediamo di trovare qualcosa che ci rimetta in cammino», ha detto Monsignor Alberto Torriani, arcivescovo di Crotone, a Roma in occasione del funerale di Chiara Costanzo, una delle vittime. Il papà della stessa Chiara, il signor Andrea Costanzo, alla stampa ha aggiunto: «Abbiamo tutti sete di verità e che queste cose non succedano mai più». Sullo sfondo, rose bianche e rosse e palloncini rosa. Qua e là le foto di una ragazza sorridente, Chiara appunto. Una perfetta sintesi di questi giorni di passaggio, nei quali, ancora, decine di persone lottano in vari ospedali svizzeri e d’oltre confine tra la vita e la morte, con ustioni gravissime. Va ricordato che i feriti sono più di sessanta, molti dei quali in gravi condizioni. E l’inchiesta procede, con più critiche - a cominciare da quelle relative al mancato arresto dei proprietari del locale bruciato, il Constellation, ovvero i coniugi Jacques Moretti e Jessica Maric -, che non arrivano soltanto dall’estero o dagli avvocati delle vittime.

«Dobbiamo loro giustizia»

Il senso di raccoglimento e il senso di giustizia sembrano così lontani, ma in realtà sono più vicini di quel che si possa pensare. A Lugano, in Cattedrale, Monsignor Alain de Raemy, ricordando la giovane Sofia Prosperi, che con la sua famiglia abitava a Castel San Pietro, ha dedicato un pensiero a tutti i giovani morti nell’incendio di Crans-Montana, e ha detto, citando San Paolo: «Tutti loro ci sono vicini, in un modo talmente divino, che solo il silenzio ce lo fa toccare con mano». E da lì l’invito a vivere «tutti insieme e fino in fondo, anche nelle lacrime, lacrime benedette, il nostro grande Sì alla vita». Anche l’amministratore apostolico della diocesi di Lugano è quindi tornato a quel concetto, al silenzio. Ed è un silenzio straziante, che si farà poi nazionale venerdì, in occasione della giornata di raccoglimento, che avrà quale apice la cerimonia a Martigny. Ma la voglia di raggiungere la verità è altrettanto forte. E sempre Andrea Costanzo, al termine del funerale della figlia Chiara, ha infatti chiesto alla premier Giorgia Meloni «che non ci siano omissioni». E poi: «Abbiamo bisogno di sapere che le indagini verranno effettuate con scrupolo, senza cercare di insabbiare nulla, ma facendo luce sulla verità e sulle responsabilità. E a quel punto, condannando chi ha permesso che i nostri figli entrassero in un posto non idoneo. È una giustizia che dobbiamo a tutti i nostri ragazzi». Ha proseguito: «Lo devo a Chiara in particolare, perché lei aveva un grandissimo senso di giustizia. Qualcuno ha calpestato le regole probabilmente, le regole del vivere civile, e dobbiamo fare in modo che chi è stato superficiale cambi mestiere».

Le critiche alla procuratrice

Sébastien Fanti, avvocato di diverse famiglie toccate dalla tragedia di Capodanno a Crans-Montana, interpellato dalla RTS, è stato molto critico nei confronti della procuratrice generale vallesana Béatrice Pilloud: «Per me è un rischio aver lasciato i gestori in libertà. Immaginate cosa succederebbe per le vittime se queste persone lasciassero la Svizzera e non si potesse avere il processo che è dovuto ai genitori e alle famiglie delle vittime». Anche altri avvocati si erano espressi su questi toni, così come vari esperti sentiti dai media. Oggi si è parlato di un errore procedurale anche in relazione al fatto che la polizia cantonale vallesana avrebbe indirizzato le famiglie delle vittime verso tre avvocati in particolare, «proposti per il follow-up e l’accorpamento delle denunce». Un’iniziativa che non è evidentemente piaciuta all’ordine degli avvocati vallesani. Interpellata dal Nouvelliste, la stessa Pilloud ha ammesso che l’idea «nasceva da buone intenzioni nei confronti delle famiglie delle vittime che ci chiedevano i nomi degli avvocati, ma riconosco che può essere interpretata in modo diverso». Insomma, è la stessa inchiesta, che pur procede nel rispetto del lutto, a fare rumore. E forse non potrebbe essere altrimenti, vista la gravità dei fatti, la dimensione della tragedia e il dolore di chi è rimasto.

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