Dopo le violenze, la Francia è sull’orlo di una crisi di nervi

La mattina dopo il coprifuoco, a place de la République, regna un’insolita calma. La statua della Marianne, che troneggia al centro della piazza, ancora porta su di sé i segni della guerriglia urbana dei giorni precedenti, quando le proteste contro il carovita dei gilet gialli e di altre categorie sono sfociate in tumulti che hanno messo a ferro e fuoco il Paese.
Ma dopo lo shock, i passanti camminano in quello che è stato l’epicentro dei disordini a Parigi come se niente fosse, ormai abituati a fare lo slalom tra i resti di quella che sembra essere stata una sommossa popolare. Le vetrine delle boutique saccheggiate sono ancora distrutte e la nettezza urbana cerca di scrostare dall’asfalto le ceneri dei secchi della spazzatura dati alle fiamme.
Ma almeno la prima notte di coprifuoco parziale in alcune zone della capitale e di altre città di Francia come Nizza, Lione o Lille sembra aver dato i risultati sperati. Le restrizioni «hanno contribuito alla calma», ha fatto sapere il premier Sébastien Lecornu su X. Tanto che il dispositivo è stato prolungato in diverse città, oltre a essere esteso anche a Marsiglia, dove fino a venerdì i minori non potranno circolare in alcuni settori tra le 22.00 e le 5.00. A nulla sono servite le proteste della sinistra, che ha denunciato una «risposta politica» e una «punizione collettiva».
Le mosse del governo
Dopo i violenti scontri dei giorni scorsi, per i quali le autorità hanno fatto anche mea culpa, adesso il governo vuole dare una risposta chiara e decisa, nel tentativo di spegnere sul nascere un nuovo incendio sociale a sei mesi dalle presidenziali. I gilet gialli hanno indetto una nuova mobilitazione per sabato prossimo, tra manifestazioni, blocchi e raduni previsti su tutto il territorio. Le autorità sono in uno stato di massima allerta per evitare nuovamente gli errori compiuti nei giorni scorsi e si preparano a schierare i mezzi pesanti. Lecornu ha annunciato un dispositivo «massiccio», per prevenire i disordini, che comprende diverse unità speciali della polizia e della gendarmeria, insieme a elicotteri, cannoni ad acqua e altri strumenti anti-sommossa. «Ci sarò io al comando, contate sulla mia fermezza», ha garantito all’Assemblea nazionale il ministro dell’Interno, Laurent Nunez, il quale dopo la gestione fallace delle manifestazioni di sabato aveva presentato le dimissioni al presidente Emmanuel Macron, subito respinte.
Intanto, il guardasigilli Gérald Darmanin ha annunciato «149 incarcerazioni» dall’inizio dei disordini scoppiati sabato. Il ministro della Giustizia promette fermezza, senza nascondere il timore che alcuni commercianti o abitanti colpiti comincino a farsi «giustizia da soli». Nell’attesa dell’incontro tra il premier e i leader dei principali partiti fissato a giovedì, oggi l’Esecutivo ha continuato con le riunioni di emergenza. Prima di tutto quello con i principali rappresentanti delle piattaforme social, per discutere della moderazione dei post che incitano alle devastazioni, poi quella per decidere gli aiuti ai 3mila negozi vandalizzati e saccheggiati. I commercianti a partire da venerdì avranno accesso a un prestito a tasso zero che arriverà fino a 50mila euro.
Le polemiche politiche
La volontà di far tornare il Paese alla calma è condivisa da tutta la politica, almeno come dimostra l’accordo trovato dai gruppi parlamentari dell’Assemblea nazionale sul lancio di una commissione di inchiesta incaricata di far luce su quanto accaduto nei giorni scorsi. Sulle questioni di fondo, però, sussistono profonde divisioni. I candidati alle presidenziali fanno a gara a chi propone la misura più radicale, tra il centrista Gabriel Attal che chiede il blocco temporaneo dei social network e il repubblicano Bruno Retailleau che invoca lo stato di emergenza (bocciato dal premier Lecornu).
Il governo e la destra addossano invece la responsabilità del recente caos alla sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon, il quale respinge le accuse, riportando l’attenzione alla risposta securitaria, giudicata repressiva e sproporzionata. La polizia dall’inizio dei disordini ha aperto sei inchieste interne per far luce su casi di presunta violenza da parte degli agenti. Ma il premier Lecornu parla di una «nebulosa» della sinistra radicale e violenta, che oltre ai melenchoniani comprenderebbe anche i gruppuscoli più violenti e i black bloc. In questo quadro, il presidente del Senato, Gérard Larcher, ha avanzato la possibilità di vietare il partito. Ma i melenchoniani non vogliono saperne di fare da capro espiatorio.
Secondo il portale di inchiesta Mediapart, il ministro dell’Interno Laurent Nunez avrebbe chiesto via SMS ai responsabili dei servizi territoriali di dare la colpa a La France Insoumise. E mentre il dicastero smentisce, il partito di estrema sinistra annuncia il ricorso alla giustizia.
La polemica si è poi infiammata dopo l’annuncio dell’arresto di un 40.enne appartenente ai movimenti della sinistra extraparlamentare sospettato di aver partecipato all’incendio che ha devastato il comune di Limoges, sul quale sta indagando la sottodirezione dell’antiterrorismo. Il sospetto è schedato con la lettera “S”, solitamente riservata a persone che rappresentano un pericolo per la sicurezza pubblica.
In un clima così infiammato, l’unica a tenere la barra dritta sembra essere Marine Le Pen. La leader del Rassemblement National, data come favorita alle prossime presidenziali, condanna le violenze, se la prende con la gauche e il governo e promette di ripristinare l’ordine in caso di vittoria. L’ultimo sondaggio condotto da Cluster17 la dà in testa al primo turno tra il 31 e il 35,5 per cento delle preferenze, seguita a seconda dei casi da Mélenchon (18-20,5%), dagli ex premier Edouard Philippe (17-20%) e il socialdemocratico Gabriel Attal (17%) e Raphaël Glucksmann (11-16%). Intanto, sale l’attesa per la prossima giornata di proteste dei gilet gialli fissata per sabato, che potrebbe portare a nuove tensioni in un Paese già sull’orlo di una crisi di nervi.